Tv On The Radio – Seeds (Harvest)

TV On The Radio - Seeds

La prima bella notizia è che i TV On The Radio sono ancora vivi e lottano insieme a noi, che “Seeds” esiste e non era scontato dopo la tragedia che colpiva il gruppo newyorkese nell’aprile 2011, quando a otto giorni dalla pubblicazione del precedente “Nine Types Of Light” veniva a mancare per un tumore il bassista Gerard Smith. Vero che la leadership della band da sempre riposa sulle spalle dei fondatori Tunde Adebimpe e David Andrew Sitek, ma la perdita risultava devastante umanamente prima che artisticamente e metteva a rischio il prosieguo di uno dei progetti più eccitanti – di uno dei pochi eccitanti davvero – del rock anni 2000. Se a scomporne il proteiforme canone, alla cui definizione avevano concorso prima di quello (non contando un debutto autoprodotto acerbo e clandestino) tre album, non si rinviene un elemento di assoluta originalità, non vengono in compenso in mente altri che siano stati capaci di fondere armoniosamente influenze tanto diverse: da Eno ai Last Poets passando per Bowie e i Talking Heads, lì memori dei Banshees o dei Pixies e qui prossimi a Prince come a Curtis Mayfield, ora pop come i Cars, spigolosi come gli Wire o deflagranti come i Living Colour, ora “etnici” alla Peter Gabriel e così via. Il tutto al servizio, oltre che di un suono che ha acquisito nel tempo una riconoscibilità sua e solo sua, di una scrittura via via sempre più raffinata e incisiva.

Senza il minimo dubbio la nostra cosa migliore di sempre”, dice di “Seeds” Tunde Adebimpe ma, 1), è parte in causa e, 2), credo sia buona norma porre della distanza rispetto a un lavoro per poterlo collocare correttamente nell’ambito di una produzione, a maggior ragione se già eccezionalmente importante come quella dei TV On The Radio. Se non altro perché era lì che si evidenziava plasticamente la raggiunta maturità degli artefici, a me pare che “Dear Science” resti ancora il disco più significativo dei Nostri, quello da avere se – sbagliando – se ne vuole avere uno e basta. Però questo nuovo si colloca appena sotto, probabilmente al livello di un “Nine Types Of Light” da cui lo distinguono una produzione di raro nitore e un’urgenza come festosa. È bello vivere, un dovere farlo al meglio per onorare chi non c’è più.

È l’album “pop” dei Nostri, il più innodico se è di rock che si parla, il più insidioso sul versante delle ballate e testimoniano il tal senso per un verso la frenesia ebbra di fuzz di una Winter all’incrocio fra Stooges e Sonic Youth e una Lazerray esilarantemente Ramones, per l’altro una Test Pilot spericolatamente mediana fra l’AOR e la jam errebì, una Love Stained a combustione lenta, lo squisito collage di suoni trovati, echi folk e fantasmi industrial di Trouble. Opera che vanta inoltre un incipit quale Quartz capace di essere nel contempo estremamente cerebrale e sommamente epidermico (una lezione su come mettere plausibilmente insieme la tradizione della chiesa afroamericana e l’avanguardia cresciuta all’ombra della Big Apple con in testa il mito dell’Europa) e un singolo incredibilmente orecchiabile come Happy Idiot, un’ipotesi di Heroes sottopelle chiamata Ride e sinossi esemplari rispettivamente di techno-pop e di new wave quali Careful You e Right Now, “Seeds” conquista subito senza concedersi forse mai del tutto. Che è il segreto per durare.

2 commenti

Archiviato in recensioni

2 risposte a “Tv On The Radio – Seeds (Harvest)

  1. Spirit of Randy

    Ho acquistato i dischi dei TV ON THE RADIO fin dal primo proprio perché mi piacciono un sacco.
    Quando è uscito quest’ultimo ho aspettato parecchio in quanto la recensione apparsa su Blow up (n°200 Gennaio) lo stroncava di brutto.
    Per fortuna esiste questo blog, così posso affermare anch’io (concordando con Eddy) la bellezza del disco.
    Al recensore e padre e padrone della rivista citata, che comunque continuo a stimare (la rivista), vorrei dire che non si affossa a priori un disco solo perché è più morbido o musicale dei suoi predecessori.
    E non tiriamo in ballo i gusti personali che non c’entrano.

    • Enrico

      Anch’io ho cominciato con il primo (il mini, che continuo a reputare il loro migliore) e quando ho preso questo a scatola chiusa, prima della recensione da te menzionata sulla mia rivista preferita, mi sembrava che, a parte qualche pezzo, non riuscivo a capire come mai non mi piaceva come gli altri.
      Erano i suoni troppo mainstream, levigati, insomma il buon SIB (mi pare fosse lui il giornalista) che ne sa certamente più di me, nella recensione aveva detto esattamente quello che pensavo di questo cd.
      Credo che difficilmente lo riascolterò.

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