Archivi del mese: dicembre 2014

Robert Plant – Lullaby And… The Ceaseless Roar (Nonesuch)

Robert Plant - Lullaby And The Ceaseless Roar

Per qualcuno la canzone resta sempre la stessa: ad esempio per Jimmy Page, che inanemente vorrebbe tornare in sempiterno sul luogo di pur squisiti delitti che vanno consegnati alla Storia e basta e non si rassegna al fatto che altri non sia interessato e preferisca vivere; ad esempio per certa critica frettolosa, che dovrebbe togliersi dall’occhio la trave del pregiudizio e dello stereotipo (e magari ascoltarli come si deve, i dischi, o almeno i comunicati stampa leggerli senza saltar le righe) prima di andare a cercare pagliuzze altrove. E per qualcuno invece cambia sempre, almeno un po’, ed è il caso di Robert Plant, che ad anni sessantasei in luogo di speculare sul passato che sappiamo continua a studiare, a esplorare, a entusiasmarsi, a sperimentare. Che con l’umiltà dei giganti veri sposta spesso l’attenzione da sé su chi al Madison Square Garden non ci ha mai suonato. Ecco, vedete, dovreste ascoltare pure questo e questo, io l’ho fatto. Hats off to Robert Plant, una volta di più.

Si potrebbe cominciare dall’inizio per raccontare di “Lullaby And… The Ceaseless Roar” e non intendo l’inizio del disco ma l’inizio inizio, quello della carriera post-Zeppelin del nostro uomo, quegli anni ’80 fatti di album non precisamente trascendentali ma che già avevano il merito, nella loro erraticità, di scansare le trappole della nostalgia a costo di una tastiera, un sintetizzatore, una batteria elettronica di troppo. Che provavano indubitabilmente a essere “commerciali” ma inventandosi un modo inedito di (pro)porsi per l’artefice. Oppure si potrebbe partire dal fondo, dai purtroppo solo 2’46” di Arbaden: che sono i Rolling Stones alle prese con Robert Johnson, solo che non è Robert Johnson ma sono i Fairport Convention che rifanno un traditional e anzi no, dev’essere Jah Wobble e poi arriva Nusrat Fateh Ali Khan. L’Est che incontra l’Ovest “at the crossroads” ed è errore da matita blu che quella che è una sorta di versione “in dub” della traccia che invece il disco sublimemente lo apre, Little Maggie, non venga sviluppata adeguatamente. Se ha un pregio questo finale irrisolto è che ti spinge a ricominciare, a perderti nuovamente nel flusso insieme magmatico e lieve di un lavoro che riassume molti se non tutti i Robert Plant ascoltati a oggi. Mancano – e va bene così – i Led Zeppelin più bombastic, laddove sono assolutamente presenti quelli devoti a blues (Turn It Up) e folk (Pocketfull Of Golden, che però li spedisce anche in una Bristol ricollocata a fianco di Marrakesh). Manca più in generale, a meno che non si rubrichi lì certo Peter Gabriel cui potrebbe appartenere Embrace Another Fall (e assolutamente null’altro), il rock da grandi arene. E invece ecco, a separare i Byrds in trance di Somebody There da quelli che uniscono i puntini da Roy Orbison ai Velvet di House Of Love, il Leadbelly in gita in Africa di Poor Howard. Ecco ballate come la suadente e acidula Rainbow e una A Stolen Kiss sull’orlo del sacrale. Ecco la psichedelia pulsante di Up On The Hollow Hill.

Dopo non una ma due raccolte di cover, “Lullaby And… The Ceaseless Roar” vive in massima parte da luce autografa. E quietamente – spesso – abbaglia.

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Flying Lotus – You’re Dead (Warp)

Flying Lotus - You're Dead

Trentun’anni compiuti nel giorno in cui esce questo suo quinto album come Flying Lotus, Steven Ellison ha parentele illustri – nipote di Marilyn McLeod (autrice di successi per Diana Ross e Freda Payne), pronipote di Alice e John Coltrane e dunque cugino di Ravi – e amici ed estimatori non da meno: testimonia in tal senso anche il lungo elenco di quanti hanno collaborato a “You’re Dead!” e non credo che altri avrebbero potuto mettere insieme in uno stesso disco Snoop Dogg, voce rappante in una stralunata e torpida Dead Man’s Tetris, ed Herbie Hancock, che non solo suona le tastiere nella nervosa Tesla e in una Moment Of Hesitation che aggiorna i Weather Report all’era della dubstep ma la prima la co-firma. Se vi dico che Kendrick Lamar sgrana rime da par suo in una frenetica Never Catch Me, che l’interludio Stirring sembrerebbe citare la Electric Light Orchestra e la circolare e ipnotica Turtles campiona Morricone vi sarete fatti un’idea dell’album prima ancora di ascoltarne una nota. Ma non vi basterà un passaggio integrale dei diciannove brani che vi sfilano in trentotto minuti e qualche secondo per capire cosa è successo, inquadrarlo, provare a dargli un nome. Né forse dieci per quanto è imprendibile questo lavoro – e a dirla tutta capolavoro – di un artista che con un altro pseudonimo (Captain Murphy) fa hip hop e viene spesso catalogato alla voce IDM (Intelligent Dance Music: definizione orrenda, ma tant’è).

Sorta di suite da ascoltare rigorosamente senza interruzioni, “You’re Dead!” va oltre predecessori già brillanti e arditi centrifugando con attitudine filosoficamente psichedelica cosmic jazz e hip hop, drum’n’bass e lounge, soul, elettronica dal primitivo al futuribile. Immaginatelo (in parte) come un “I Sing The Body Electric” per questo secolo seminuovo.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.357, novembre 2014.

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Earth – Primitive And Deadly (Southern Lord)

Earth - Primitive And Deadly

Sublime paradosso: gruppo la cui musica da sempre si muove su scansioni dal lento al più lento ancora al semplicemente bradipico, gli Earth sono invece costanti e svelti nel loro riposizionarsi senza posa. Come dire che non li ritrovi mai dove li avevi lasciati al giro prima, come dire che ogni volta che metti su un loro disco nuovo risulta altro rispetto a quel che ti aspettavi. Esaltato dal precedente “Angels Of Darkness, Demons Of Light II”, raccontavo qui la mia relazione complicata con Dylan Carlson e variabili soci, storia partita con il piede sbagliato in quei primi anni ’90 scanditi da album tanto influenti quanto almeno allora per me indigeribili, mastodonti di drone metal che solo una casuale congiuntura spazio-temporale faceva collocare in area grunge. Felice sconcerto nel ritrovarli due decenni dopo alle prese con una sorta di post-folk con in comune con gli Earth che ricordavo giusto un certo gusto ossianico. Stregato, percorrevo qualche passo all’indietro ed era uno strabuzzare d’orecchie, per così dire, dinnanzi al desertico post-rock (Bill Frisell ospite!) di “The Bees Made Honey In The Lion’s Skull” e all’Americana pur gotica con tendenza al doom di “Hex: Or Printing In The Infernal Method”. “Primitive And Deadly” avrebbe potuto essere più plausibilmente il successore di quest’ultimo, che risale al 2005, che non dei due volumi di “Angels Of Darkness, Demons Of Light”.

Che si tratti di tutt’altra musica rispetto a quelli, che gli amplificatori siano stati riaccesi, che Carlson (come dichiarato in un’intervista fra il serio e il faceto) in seguito a una crisi di mezza età abbia recuperato le frequentazioni metal di una giovinezza debosciata provvede subito il riff quietamente squassante del blues very psych & very heavy Torn By The Fox Of The Crescent Moon a chiarirlo. Peregrinazione estatica in catacombe illuminate a tratti da un sole i cui raggi penetrano attraverso squarci nelle volte crollate, i suoi quasi nove minuti sono come una intro agli otto del western sabbathiano scandito da cadenze processionali There Is A Serpent Coming, alla voce Mark Lanegan ed è il primo brano non esclusivamente strumentale degli Earth da cinque album e diciotto anni in qua. Lanegan tornerà nella chiusa sempre di nove minuti di Rooks Across The Gate, fra elettriche in ogni senso elementari, acustiche battenti e un balenare di moog, finale atmosferico dopo gli abbondanti undici minuti di collusioni fra minimalismo doom, florilegi di wah wah e bordoni all’acido lisergico (canta Rabia Shabeen Qazi) di From The Zodiacal Light e i quasi dieci giocati su due accordi e un feedback sapientemente modulato di Even Hell Has Its Heroes. Un’altra caratteristica, ecco, accomuna tutti gli Earth dalle origini ai giorni nostri oltre al procedere in moviola: che ciascun loro brano si prende il tempo che ci vuole – tanto – per trovare adeguato sviluppo.

Detto che nella playlist di fine anno “Primitive And Deadly” ci sarà di sicuro, al momento non so ancora in che posizione si collocherà. Ma se dovessi provare a fare una classifica dei dischi che ho ascoltato di più nel 2014 sarebbe probabilmente primo.

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Lucinda Williams – Down Where The Spirit Meets The Bone (Highway 20)

Lucinda Williams - Down Where The Spirit Meets The Bone

Sarà che da cultore di lunga data sono abituato ad attese interminabili. Sarà che “Blessed” (che beninteso con quasi qualunque altra firma in calce mi avrebbe fatto altra e migliore impressione) un po’ mi aveva deluso ed era una prima volta. Fatto è che non mi ero reso conto che dalla sua pubblicazione fosse trascorso l’intervallo di tre anni ormai usuale per una che fra un disco e il seguito arrivò a mettercene sei e persino otto. La prima reazione trovandomi fra le mani “Down Where The Spirit Meets The Bone” è stata dunque “di già?”. E l’inaudita corposità del programma mi ha poi, se non maldisposto, fatto temere il peggio, giacché prima di “Blessed” anche “Little Honey” non si era segnalato fra i capolavori della Williams e sommando uno all’altro mi ero fatto persuaso che costei possa ancora, in forza di una classe immensa, avere nelle corde grandi dischi ma che questi siano ora un’eventualità e non più una quasi certezza. Ne resto convinto. Solo che la signora il grande e forse grandissimo (cresce a ogni ascolto) album l’ha piazzato subito ed è persino un doppio, il suo primo alla bella età di anni sessantuno. Un’ora e tre quarti senza un calo di tensione, senza che mai l’ispirazione vacilli, diciannove brani autografi e a suggellare un’eccezionale rilettura di dieci minuti di Magnolia, un J.J. Cale classico reso come fosse Wild Horses.

A proposito: uno dei piccoli capolavori ascoltati in precedenza si chiama Protection e suona come una Patti Smith country alle prese proprio con gli Stones. Troppi altri andrebbero citati ma lo spazio è finito: mi limito alla ballata sentimentale It’s Gonna Rain e allo stomp blues Something Wicked This Way Comes, rispettivamente in chiusura di primo disco e apertura di secondo.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.357, novembre 2014.

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La corsa interrotta di Sam Cooke

Esattamente mezzo secolo a oggi Sam Cooke perdeva la vita, in circostanze che mai sono state adeguatamente chiarite. Andandosene appena trentatreenne cambiava la storia del soul una seconda volta, dopo avere concorso come forse nessuno a farlo nascere.

Portrait Of A Legend

Portrait Of A Legend (ABKCO, 2003; antologia)

Sebbene il soul, di cui il nostro uomo fu fra i padri fondatori, sia stato a lungo una faccenda più di 45 che di 33 giri, non mancano nella discografia di Sam Cooke album in studio memorabili e in primis quel “Night Beat” di cui potete leggere a seguire. Certamente un capolavoro. Ancora più certamente, però, un’opera fuori canone, tesa com’è a esplorare un universo, quello del blues, appena sfiorato in precedenza con Bring It On Home To Me. Obbligatorio allora indirizzarsi verso una raccolta. Fra le tante disponibili oggi, nessuna racconta meglio di questa chi fu Sam Cooke. Transfuga dal gospel che non gliela perdonò, raffinato intrattenitore dalla voce serica e dai modi gentili e per questo capace di mietere successi fra il pubblico bianco e nel contempo abile nell’infiammare le platee di colore con esibizioni di formidabile energia. Uno e bino: da un lato il romanticismo di You Send Me, Cupid o Wonderful World; dall’altro la frenesia festaiola di botte di vita chiamate Shake, Twistin’ The Night Away, Having A Party. Il fratello che ce l’ha fatta, il nero che avresti potuto invitare a cena nell’America razzista dei primi ’60. Ma, come cantava il giovane Dylan, i tempi stavano cambiando.

Sam Cooke lo vide e lo annunciò, il cambiamento. Proprio A Change Is Gonna Come si intitola la canzone con la quale saldò le sue anime e tuttora travolge con la forza di un’emozione ineffabile, indecisa fra speranza e disperazione. Otis Redding ne offrirà una versione di quasi pari rilevanza in un album epocale quale “Otis Blue”, che completa la dichiarazione di diretta discendenza da Cooke rileggendone anche Shake e Wonderful World. L’autore non la vide scalare le classifiche. Moriva, ucciso in circostanze che non verranno mai chiarite plausibilmente, l’11 dicembre 1964, undici giorni prima della data fissata per la pubblicazione.

Live At The Harlem Square Club, 1963

Live At The Harlem Square Club, 1963 (RCA, 1985)

Da qualunque prospettiva se ne osservi la vicenda colpisce in Sam Cooke l’essere costantemente due in uno. Il più acclamato dei cantanti di gospel, tanto per cominciare, e nello stesso tempo il primo a tradire il sacro per il profano, facendosi incidentalmente precursore e prim’attore del soul. Scissione della personalità replicata nel suo essere per un verso perfettamente inserito nel filone della ballata pop prediletta da un pubblico in prevalenza bianco e per un altro ipercinetico dispensatore di atmosfere festaiole per la platea afroamericana. Perfettamente logico che per rappresentarne adeguatamente la valenza concertistica siano stati necessari dunque due album dal vivo. Il primo era in classifica quel fatale giorno del dicembre 1964 in cui una pallottola lo rapì a questo mondo: “At The Copa” restituisce l’immagine di un Sinatra di colore piacevolmente ironico e sentimentale. Il secondo ha visto la luce solo ventun’anni dopo, e a ventidue dalla registrazione, e ascoltandolo si capisce ben prima di arrivare all’apoteosi finale di Having A Party quale sia stato il modello per quel suono di Asbury Park fatto Vangelo dal Boss e dal suo discepolo prediletto Southside Johnny.

Night Beat

Night Beat (RCA, 1963)

Bramatissimo dai collezionisti fino alla ristampa del ’95 che lo ha fatto riscoprire decretandolo l’album insieme più atipico e colossale di Sam Cooke, “Night Beat” è un ritorno alle radici, comprese quelle mai esplorate in precedenza. È alla voce “blues” che va catalogato, se si vuole catalogarlo. Parlano chiaro in tal senso la trotterellante Please Don’t Drive Me Away, una Trouble Blues esemplare già dal titolo, una You Gotta Move della cui lezione i Rolling Stones faranno tesoro; soprattutto, la più bella Little Red Rooster di sempre, propulsa dall’organo del sedicenne Billy Preston. C’è un rock a rotta di collo a fare ciao ciao: Shake Rattle And Roll. Ci sono ballate in cui l’usuale eleganza si accompagna a una profondità di sentimento mai toccata: Lost And Lookin’, I Lost Everything, Fool’s Paradise. E c’è naturalmente del gospel: torna la Mean Old World già affrontata con gli Stirrers e l’emozione attanaglia.

Pubblicati per la prima volta in Rock – 1000 dischi fondamentali, Giunti, 2012.

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Julian Casablancas + The Voidz – Tyranny (Cult)

Julian Casablancas + The Voidz - Tyranny

Anche i ricchi piangono, o quantomeno anche i ricchi derivano dalla loro condizione qualche inconveniente, essendo uno l’essere invidiati e un altro il non venire presi sul serio quando azzardano mosse spericolate. Diciamocelo che la caduta dalla grazia degli Strokes non ha provocato a nessuno soverchio dispiacere, che era difficile da mandar giù che la band che a inizio anni 2000 si era presentata con uno degli ultimi grandi album di rock’n’roll classico, “Is This It”, fosse una congrega di figli di papà. Non lo si poteva tollerare e che con i dischi successivi sia venuto meno il favore della critica (e con esso e più di esso quello del pubblico più avvertito) e che le vendite si siano dimezzate e poi di nuovo (non ingannino i piazzamenti in classifica) è parso quasi un atto di giustizia. Allo stesso modo qualcuno ora penserà che sì, con questo secondo album in proprio il cantante Julian Casablancas ha inscenato uno dei più grandiosi suicidi commerciali di sempre e però potendoselo permettere, essendo ricco e lo era già di famiglia, prima di diventare una rockstar.

Ci sta. Il che non toglie che all’ascolto “Tyranny” induca, oltre che parecchia irritazione, una certa ammirazione per un artista che vive evidentemente in un mondo suo, in cui ha un senso fare uscire un singolo di undici minuti incerto fra cabaret, synth pop e hard tamarro e che è epitome di un fragoroso caos in cui si confondono, con un missaggio oltre l’abrasivo, thrash metal e colonne sonore horror, beat hip hop, melodie mediorientali, percussioni africaneggianti e quant’altro. Avventuroso quanto inascoltabile e valga come ulteriore esempio (almeno dura solo due minuti e mezzo) Business Dog: un assalto punk che suona come cinque canzoni diverse suonate contemporaneamente dai cinque Voidz.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.357, novembre 2014.

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Audio Review n.358

Audio Review 358

È in edicola il numero 358 di “Audio Review”. Include mie recensioni degli ultimi album di  Antony & The Johnsons, Baxter Dury, Scott Matthews, New Street Adventure, Erlend Øye, Luca Sapio, Philip Selway, The Once, Tindersticks, Emma Tricca e Vaselines, di un’antologia degli Help Yourself e di recenti ristampe di Kiss e United States Of America. Nella rubrica del vinile ho scritto di Sisters Of Mercy, Small Faces e Bill Evans & Jim Hall.

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Strangeways, Here They Come (Again) – Morrissey vs. Johnny Marr

Morrissey vs Johhny Marr

Ventisette anni senza Smiths e, per chi c’era, pare fosse ieri. Ventisette anni senza Smiths e se non sembra è perché la loro influenza continua a riverberarsi su una parte cospicua del pop con le chitarre prodotto in ogni dove. Racchiusi in una bolla studiata e mitologizzata come poche storie in assoluto e forse nessuna fra quelle consumatesi negli ’80. Immobilizzati in un passato reso eterno presente dallo schiacciamento della prospettiva temporale indotto dalla simultanea disponibilità dell’intero scibile musicale prodotto dacché Elvis mosse il bacino. Ma senza un mazzo di gladioli a penzolare dalla cintura, lui. Ventisette anni senza Smiths e su una singola cosa Steven Morrissey e Johnny Marr sono d’accordo da allora e cioè che il più bell’album che condivisero è quell’ultimo che quando uscì già gli Smiths non c’erano più, “Strangeways, Here We Come” (il più trascurabile, se chiedete a me). Erano d’accordo anche su un’altra, ossia che mai e poi mai gli Smiths torneranno assieme, ma il chitarrista – che fu colui che decretò la fine di un’avventura che il cantante avrebbe viceversa voluto portare avanti – qualche apertura in tal senso ultimamente l’ha fatta. Morrissey invece tranciante al riguardo – “Mi mangerei piuttosto i miei stessi testicoli” – e io che ho sempre tifato per Johnny in questo caso mi schiero con Steven. Lasciateli in pace gli Smiths. Non sciupate con una postilla pletorica una vicenda sublime, non a dispetto ma in forza del suo groviglio di contraddizioni e di un catalogo altamente imperfetto. E se proprio un giorno doveste decidere di riformare il sodalizio prendete esempio da Page e Plant e fate come fecero loro.

Ventisette anni senza Smiths e mai era accaduto – un po’ perché quegli ha impiegato un quarto di secolo a elaborare il lutto da lui stesso causato, un po’ perché questi ha diradato una produzione a lungo fitta di pubblicazioni – che i due leader se ne uscissero con due lavori solistici a poche settimane l’uno dall’altro. Alzi la mano chi li ha ascoltati senza immaginarsi un disco con dentro le canzoni migliori di entrambi e ciascuna lievemente riveduta, lievemente corretta, probabilmente non più semplicemente bella ma magica. Fantasticheria oziosa quanto deliziosa.

Non fosse il bisbetico indomito che è, Morrissey non sarebbe Morrissey. Nondimeno, che peccato che in questo 2014 si sia parlato più dei problemi di salute e soprattutto di bizze da animalista sempre più radicale (la si pensi come si crede al riguardo, una frase come “non c’è differenza fra chi si nutre di animali morti e un pedofilo” è indifendibile) che non di un album fra i suoi più pregiati. Certamente meglio forse solo l’esordio “Viva Hate” e il più immediato predecessore, “Years Of Refusal”, faccenda ormai di cinque anni or sono che mi costringeva a riconsiderare l’intera parabola post-Smiths del Nostro (oltre a tracce sparse qui e là ho finito per rivalutare “Vauxhall And I”). Che il continuo prendersi di punta del nostro uomo con l’universo mondo abbia poi portato a un divorzio (al solito sanguinoso) dalla Harvest quando non era nei negozi che da un mese non ha naturalmente giovato alle fortune di un disco che in quel momento era secondo nelle classifiche UK e undicesimo in quelle USA. Insomma: di “World Peace Is None of Your Business” si è scritto più che altro per le ragioni sbagliate. Non per lodare il classicismo da crooner del brano che lo inaugura e battezza, quella How Soon Is Now traslocata sulle rive del Bosforo che è Istanbul, una Staircase At The University che a infilarla in “The Queen Is Dead” lo avrebbe migliorato, lo Scott Walker apocrifo e sardonico di Kick The Bride Down The Aisle. O – ancora – i barocchismi esultanti di Kiss Me A Lot e quella gemma di ballata che è il suggello Oboe Concerto. Peccato, ma peccato davvero.

Dal giorno uno a suo agio più nel far parlare lo strumento d’elezione che non i giornali, Marr solo lo scorso anno si era deciso a debuttare da leader e nessuno si attendeva che a “The Messenger” – opera apprezzabile senza essere esaltante – desse un seguito tanto prontamente. Positivamente galeotto fu il tour che la promuoveva, rivitalizzante sia per la vena compositiva del Nostro che per un sound adesso un po’ più a fuoco e decisamente più live. Imparasse a sparare qualche cazzata, l’amico Johnny, attirando così su di sé un decimo (il giusto) di quelle attenzioni mediatiche che l’ex-socio calamita solo essendo se stesso! Perché non ci si può credere che una canzone di clamorosa orecchiabilità quale è Easy Money non sia sostanzialmente andata da nessuna parte. Quella e Back In The Box, minimo. Magari tallonate dappresso dalla stupendamente smithsiana Dynamo, dal cantilenare sapientemente orchestrato di 25 Hours, da una This Tension che di quel gruppo lì ha le chitarre ma la ritmica la affida ai New Order. Laddove Candidate evoca (ma guarda!) gli Electronic e Speak Out Reach Out rimanda a certi Ultravox. Il resto è un po’ mancia e vien da pensare che a mischiare il meglio di “The Messenger” e di “Playland” Marr avrebbe cavato dal cilindro un album degno in toto dei suoi irripetibili anni ’80. Ma va bene anche così, dai…

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La maturità ecumenica dei Los Lobos

Los Lobos - Kiko

Smarrimento fra i cultori, ivi compresi tanti della prim’ora, quando sul finire dello scorso anno i Los Lobos hanno celebrato con uno stupendo doppio live acustico (“Disconnected In New York City”; al posto vostro cercherei l’edizione comprensiva di DVD) il loro quarantennale. “Ma come?”, ammetto di avere pensato per circa cinque secondi anch’io, ben ricordando il momento in cui entrarono per la prima volta nella mia vita con le sette canzoni del mini “…And A Time To Dance”, “ma non è il trentennale invece?”. Salvo subito ricordare che, come pian piano si venne a sapere in quella giurassica era pre-Internet, quando l’informazione per noi italiani circolava tutta sulla carta stampata anglo-americana, quel mini griffato Slash che apparve nell’83 come fulmine a ciel sereno lungi dall’essere l’esordio dell’allora quartetto formato da David Hidalgo, Louie Pérez, Cesar Rosas e Conrad Lozano era l’approdo di un percorso già decennale. Sconcerto e insieme eccitazione quando si apprendeva che in precedenza il gruppo aveva pubblicato non uno ma ben due album. Sconforto quando ci si rendeva conto che “Si se puede!” e “Los Lobos del Este de Los Angeles” erano impossibili a trovarsi, un po’ lenito dal sapere che trattavasi di lavori rigorosamente folk e dunque di un interesse relativo per chi dei Los Lobos trovava entusiasmante principalmente l’attitudine al meticciato. Quella loro capacità di mischiare tex-mex, blues, country, errebì, rock (più avanti arriveranno soul e jazz). Sempre irreperibile e avvolto da un alone mitologico il primo, quando molti anni dopo (nel 2000 addirittura) si avrà infine l’occasione di ascoltare integralmente il secondo (tre brani a quel punto li si conosceva perché inclusi nel ’93 nella raccolta doppia “Just Another Band From L.A.”) molti dei pochi che si scomoderanno a farlo scuoteranno la testa. “Tutto qui?”. Che poi è pure un buon disco, ma davvero di un qualche interesse giusto per gli etnomusicologi. A meno che non siate un ispano-californiano discretamente attempato e nostalgico della gioventù. In tal caso, quegli altri Los Lobos – quelli che cambiavano stile dopo avere preso a bazzicare gli ambienti punk losangeleni; fors’anche quelli che inopinatamente andavano al numero uno in mezzo mondo, USA inclusi, con una cover di un classico del primo rock’n’roll – non vi interessano. O solo un po’. Ci sta: sono due gruppi che all’ascolto hanno in comune non molto più del nome. O sono tre?

Probabile che rievocando oggi quell’attimo fuggente in cui furono popolarissimi ovunque grazie a una canzone non loro tratta dalla colonna sonora di un fortunato biopic – la canzone era La Bamba e il film quello omonimo che raccontava la storia dello sfortunato Ritchie Valens, prima rockstar chicana, scomparso giovanissimo nello stesso incidente aereo che ci rubò Buddy Holly – ai Los Lobos un po’ scappi da ridere. Si scoprivano incredibilmente famosi, loro che le zone alte delle classifiche non le avevano mai frequentate prima (né mai le frequenteranno dopo), godendo invece di un tipo di fama infinitamente meno diffusa ma tanto meno effimera, e di una platea sconfinata che ben sapevano non li avrebbe seguiti si liberavano con una mossa apparentemente suicida e invece salvifica. Dato alle stampe nel 1988, “La pistola y el corazón” è significativamente l’unico album per così dire “world” dei lupi seconda maniera. Faceva una selezione alla porta talmente radicale che persino il pubblico abituale (io stesso lo ascoltai e decisi di non comprarlo, tuttora non ce l’ho) preferì in larga parte ignorarlo, salvo poi precipitarsi due anni più tardi ad acquistare “The Neighborhood”, che erano/sono i “soliti” Los Lobos. Fra i cui esegeti ferve dal ’92 il dibattito (non che la produzione successiva non meriti, eh? è che certi apici non verranno più toccati) su quale sia “il” capolavoro del combo. La maggioranza assoluta vota per uno fra “How Will The Wolf Survive?” e “By The Light Of The Moon”, ’84 e ’87, e in particolare una cospicua maggioranza relativa per il primo dei due. Fatto è che ci senti dentro l’entusiasmo della gioventù, che sono dei Los Lobos musicisti già immensi e nondimeno ancora… ruspanti quelli che incontri nei loro solchi. C’è nondimeno pure una robusta minoranza che sceglie invece “Kiko”, A.D. – per l’appunto – 1992. Io? Dipende. Voto usualmente e con convinzione, non soltanto per affetto, per “How Will…”, e però qualche dubbio ogni tanto mi coglie. Ogni volta che riascolto “Kiko” e nell’ultima settimana l’ho riascoltato spesso.

È il classico di una maturità nel contempo ecumenica all’estremo e raffinatissima. Ed è anche il disco che racchiude tutti o quasi i Los Lobos che ci è stato dato finora di ascoltare in trenta… scusate… quarant’anni. A quelli degli esordi, ma con un gusto appena più fusion, è delegato il congedo con finalino da marcetta di Rio de Tenampa. Prima ne sfilano più o meno quanti sono i brani, ossia altri quindici. Si attacca con la batteria sincopata, il basso funky, il sassofono errebì e la chitarra rock di Dream In Blue e andando avanti si incontra di tutto e di più: da una tagliente e mesmerica Wake Up Dolores al blues che swinga indiavolato di That Train Don’t Stop Here, da una cartoonesca Kiko And The Lavender Moon a una folkeggiante Reva’s House, da una When The Circus Come da The Band in vena onirica a una Two Janes sull’orlo della psichedelia, passando per il dolcissimo quadretto da border di Arizona Skies e per una ballata quale Short Side Of Nothing che la rifacesse Rod Stewart forse ci dimenticheremmo di tutti questi anni da macchietta. Per non dire di Whiskey Trail, che è la più grande canzone dei Creedence Clearwater Revival che John Fogerty si è dimenticato di scrivere. Insomma un grandissimo album, prodotto meravigliosamente da Mitchell Froom e non vi è dettaglio che l’edizione Original Master Recording che gira in questo momento per la quarta volta sul mio Thorens non ponga nel giusto risalto. Vinile esemplarmente silenzioso, così come risultano esemplari la timbrica di ogni strumento e l’equilibrio della ripresa d’assieme. A parte che bisogna alzare un po’ il volume, riesce a non nuocere una durata che gira intorno ai ventisei minuti per facciata e avrebbe potuto consigliare di optare per il doppio vinile, a costo però di un esborso notevolmente più alto per l’appassionato.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.356, ottobre 2014.

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Il Michael Jackson pericoloso per sé e per gli altri di “Dangerous”

Ultimo recupero (per la cronaca: mi dilettai a massacrare anche Atari Teenage Riot, Byrds, Deep Purple, Lenny Kravitz, Iggy Pop e Uriah Heep) dalla lista dei “100 album da evitare” pubblicata sul numero 9 di “Extra”.

Michael Jackson - Dangerous

Sì, d’accordo, è come sparare sulla croce rossa. Sì, è vero, Michael Jackson è personaggio che da tempo suscita più che altro compassione, un povero freak la cui salute mentale peggiora evidentemente di anno in anno e che solo l’incommensurabile ricchezza ha finora tenuto fuori dalle cliniche, per non dire (ricorderete vari scandali a sfondo pedofilo soffocati a suon di milionari accordi extragiudiziari) dalle galere. Tristissimo percorso di una vita che non è mai stata normale, giacché un indiscutibile talento per il canto, il ballo, la composizione faceva di Michael Joseph Jackson una star sempre sotto i riflettori dei media quando, più che un ragazzino, era ancora un bambino vivace e tenerissimo. Costui è innanzitutto una vittima e crediamo che su questo si possa essere tutti concordi.

Ma qui parliamo di musica e la pietà che umanamente gli riserviamo viene meno. Se credete che “Dangerous” sia pessimo, è perché non avete ascoltato “Invincible”, suo successore e schifezza per assemblare la quale Jackson ha impiegato quei dieci anni. Se credete che “Dangerous” sia pessimo, più “Bad” di quel “Bad” che lo precedette di quattro anni e già mostrava indizi di caduta libera, è perché avete ascoltato e come minimo rispettato (se non amato) “Thriller”, album per un soffio fuori dai nostri 500 fondamentali. Di esso “Dangerous” è una sorta di nemesi, con Madonna (non accreditata) al posto di Paul McCartney e Slash in luogo di Eddie Van Halen, e la medesima voglia di dire la propria sul pop mettendo ritmi danzerini sotto melodie scivolose e sfumando i confini fra bianco e nero. C’è un piccolo particolare che non quadra: là c’erano le canzoni, qui no. Là arrivavi alla fine e le canticchiavi tutte, qui un attimo dopo non ne ricordi nessuna. “Dangerous” (che pure totalizzò quei quattro milioni di copie nei soli Stati Uniti) è il ritratto di un artista e di un uomo che vanno disintegrandosi. Verrà di peggio. Che diamine! A che punto di disperazione bisogna arrivare per plagiare Al Bano?

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.9, primavera 2003.

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