Billy Joel: uno straniero nell’anno del punk e della disco

Billy Joel -The Stranger

Sembrava averci pensato “Piano Man” dopo lo sfigatissimo debutto “Cold Spring Harbor” (addirittura masterizzato a una velocità sbagliata), a fare decollare la carriera del newyorkese (ma all’epoca domiciliato sulla West Coast) Billy Joel: un numero 27 per “Billboard”, tre singoli nei Top 100, un primo disco di platino da appendere in salotto a certificare il milione di copie vendute (con il tempo diverranno quattro). Ma con i successivi “Streetlife Serenade” e “Turnstiles” la popolarità del nostro uomo pareva immeritatamente (il secondo è forse il suo album più bello di sempre) già sfiorire e inopinatamente Joel si ritrovava nella più classica delle situazioni “make it or break it”. Un nuovo insuccesso avrebbe posto fine al rapporto con la Columbia e serviva dunque una svolta. Ce n’erano due. L’artista tornava a risiedere all’ombra della Big Apple e per la produzione si affidava a uno dei nomi caldi del momento, Phil Ramone, una vita da tecnico del suono prima della promozione alla regia per il Paul Simon di “Still Crazy After All These Years”: exploit mercantile – dritto al numero uno della classifica USA – e di critica e subito un Grammy portato a casa. Nulla tuttavia rispetto a “The Stranger”, che al primo posto non riuscirà ad arrivare, occupando in compenso per sei settimane la seconda piazza, ma da allora colleziona platini e a oggi sono dieci. Nell’anno del punk e della disco, il 1977, uno dei campioni di incassi era un album che non potrebbe essere più distante da questa come da quello.

Che per quanto attiene le sue fortune commerciali una parte di merito vada ascritta al produttore non vi è dubbio: lui a persuadere l’artefice a rendere più lineari gli arrangiamenti, più puliti i suoni. Questione di dettagli rispetto ad esempio al predecessore e però dettagli decisivi, per quanto naturalmente “The Stranger” non sarebbe stato il trionfo che fu senza una Just The Way You Are che è da allora la ballata sentimentale per eccellenza. È tuttavia, e artisticamente soprattutto, anche il disco di una Movin’ Out fra il festoso e il romantico, della piccola suite fra il popolaresco e il colto di Scenes From An Italian Restaurant, dell’ammiccante rock’n’roll Only The Good Die Young, di una She’s Always A Woman un po’ Cohen e un po’ tanto (ma guarda!) Paul Simon. Squadra che vince non si cambia e il sodalizio Phil Ramone/Billy Joel durerà in letizia più di tanti matrimoni. La firma del primo è quindi in calce pure a quel “An Innocent Man” di cui sul numero 348 celebravo una ristampa Original Master Recording in forma di doppio 12” da ascoltare a 45 giri. Scrivevo che “se quest’anno avevate intenzione di acquistare una sola edizione speciale per audiofili, che sia questa” e ora che lo stesso marchio si è ripetuto tocca a me pure ripetermi. A volume adeguato si riesce quasi a convincersi di essere lì, agli A&R Recording al 799 della Seventh Avenue, in un torrido agosto newyorkese di trentasette anni fa.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.355, settembre 2014.

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