La Befana vien di notte

Le sei schede mie che ancora mancavano all’appello (e che in un primo momento avevo deciso di non riprendere) della lista dei “100 album da evitare” pubblicata sul numero 9 di “Extra”. Le altre nove le trovate qui, qui e qui.

Ma – ciò che più conta – tutto il resto di quel poderoso articolo collettivo (fondamentale introduzione compresa) è da oggi disponibile sui blog di Federico Guglielmi e Carlo Bordone.

Atari Teenage Riot - Delete Yourself

Atari Teenage Riot – Delete Yourself (Digital Hardcore, 1995)

Verrebbe quasi da scrivere che in fondo Alec Empire merita il successo (relativo, ma che riesca a far fuori anche una copia dei dischi che produce è già un miracolo) che, sin dall’inizio di una carriera ormai lunga, riscuote. Dacché l’uomo a suo modo è un genio: come un Malcolm McLaren e un Johnny Rotten fatti uno. Insomma, sa vendersi alla grande e la palla mondiale “Atari Teenage Riot = Public Enemy bianchi e molto più radicali” l’ha a suo tempo spacciata così bene che fior di riviste hanno sbattuto i mostri in copertina e fior di kritici hanno filosofeggiato al riguardo, tentando disperatamente di autoconvincersi di essere intelligenti come Alec Empire invece che dei pretenziosi buffoni. Il situazionismo (blah blah blah), il rock che incontra il gabba (blah blah blah), il cuore nero della Mitteleuropa (blah blah blah)… tutte cazzate. Se ci tenete a toccare con orecchio, beccatevi questo “Delete Yourself” o uno qualunque degli altri dischi inflittici negli anni da Empire e dai suoi complici: ammassi informi di suono svincolato da ogni struttura capace di trasformare il rumore, in qualche modo, in un qualcosa definibile in senso lato come “musica”.

The Byrds - Byrdmaniax

The Byrds – Byrdmaniax (Columbia, 1971)

Provvede a seppellire quest’album uno dei suoi artefici, Gene Parsons: “Avevamo una serie di date già fissate e così lasciammo il disco da completare. Ci pensò Terry Melcher, il produttore, senza degnarsi di interpellarci. Aggiunse violini, cori femminili, ogni sorta di sovraincisione e, non fosse bastato, scelse pure le canzoni sbagliate. Quando lo ascoltai ero schifato. Ma sotto tutta quella spazzatura qualcosa di buono si trova – se ascolti attentamente”. Molto, molto attentamente, diciamo noi, e avere fantasia aiuta. Fatto è che i Byrds – dopo avere dimostrato a Bob Dylan che poteva scegliere il rock’n’roll, dopo avere declinato psichedelia fra la migliore di sempre, dopo avere inventato il country-rock – erano, più che alla frutta, all’ammazzacaffè. Il successivo “Farther Along”, al contrario alquanto scarno, si incaricherà di ribadirlo.

Deep Purple - Concerto For Group And Orchestra

Deep Purple – Concerto For Group And Orchestra (Harvest, 1970)

Tutta colpa di tal Malcolm Arnold, nome che ai lettori non dirà probabilmente nulla ma compositore (soprattutto di colonne sonore; al suo attivo un Oscar) di una certa rilevanza: un timoroso Jon Lord gli spediva le prime pagine dello spartito di questo concerto “per gruppo e orchestra” per avere un parere al riguardo e in cambio otteneva un bigliettino con su scritto “Favoloso, continua così”. Ora, le possibilità sono giusto due: a) Arnold non era un fesso e, avendo già ricevuto il ben renumerato incarico di dirigere, nella prestigiosa cornice della Royal Albert Hall, l’ancora più prestigiosa Royal Philarmonic Orchestra, si guardò bene dal dire quanto in realtà pensava; oppure b) era invece un emerito coglione con problemi oltretutto di incipiente sordità. Fate la vostra scelta, signorine e signori, mentre rabbrividite non di emozione ascoltando la copia di questo pomposo scempio presa in prestito dall’armadio dove il babbo o il fratello maggiore tengono ben chiusi i loro scheletri progressive. Arduo dire cosa infastidisca di più, se l’inconsistenza di un lavoro che avrebbe voluto ispirarsi a “Brubeck Plays Bernstein Plays Brubeck”, ma di quella grazia non colse un’infinitesimale frazione, o il modo in cui l’orchestra lo infiocchetta.

È questo un album anomalo nella discografia dei Deep Purple, che prima avevano sì mostrato qualche tendenza al barocco, ma senza eccessi (tocchi di psichedelia e persino di funky nelle prime e pregevoli cose), e dopo opteranno per l’hard che sappiamo, certo tecnico ma con propensione all’onanismo perlopiù trattenuta. Merita (diciamo così) di non essere accantonato come un incidente di percorso più che per una bruttezza comunque formidabile per la nefasta influenza esercitata sulla prima metà dei ’70 e purtroppo anche oltre. Per avere instillato in tante testoline vuote la convinzione che il rock non potesse far da sé e andasse in qualche modo “nobilitato”. Ultime quelle dei Metallica e fosse anche solo per questo risulta, a trentatré anni dall’uscita, imperdonabile.

Lenny Kravitz - 5

Lenny Kravitz – 5 (Virgin, 1998)

D’accordo: un copione. Ma chi non lo è? E poi eleggere a numi tutelari Jimi Hendrix e Curtis Mayfield, Sly Stone e John Lennon certifica che si è persone come minimo di buon gusto. Se poi per qualche tempo si è pure capaci (per lo spazio di due album in questo caso: l’esordio “Let Love Rule” dell’89 e soprattutto “Mama Said” di due anni dopo) di scrivere canzoni assolutamente all’altezza dei portentosi modelli, è appieno meritato il clamoroso successo che si riscuote. Va meno bene che poi l’ispirazione cali verticalmente, mentre il grande pubblico non si accorge di nulla e – bue – continua a comprare: “5” ha trascorso due anni consecutivi nei Top 200 di “Billboard” e solo da quelle parti ha raccattato tre platini. Sulla sua qualità la dice lunga il fatto che la canzone migliore che offre sia una ripresa di American Woman dei Guess Who.

Iggy Pop - Blah Blah Blah

Iggy Pop – Blah Blah Blah (A&M, 1986)

Ci sono due buone ragioni per possedere “Nude & Rude”, raccolta Virgin del 1996 che copre la carriera dell’Iguana dagli Stooges a “American Caesar”: una è che in copertina campeggia, sebbene tagliata appena sopra le parti intime, la celeberrima foto di Gerard Malanga in cui il Nostro è ritratto come mamma lo ha fatto (immagine di una forza iconica favolosa, fra le più memorabili della storia del rock); l’altra è che così potete avere Real Wild Child, canzone invero travolgente, senza le mezze schifezze che la circondano in “Blah Blah Blah”, disco impeccabile nella confezione (ci misero mano David Bowie e l’ex-Pistols Steve Jones) quanto povero nella sostanza. Disco dove la scrittura è inconsistente e per lunghi tratti l’energia appare artefatta, peccato capitale in cui Iggy non era mai caduto prima e mai più cadrà dopo.

Uriah Heep - Very ’Eavy... Very ’Umble...

Uriah Heep – Very ’Eavy… Very ’Umble… (Vertigo, 1970)

Siamo onesti: nell’orripillante catalogo di questo gruppo di hard costantemente oscillante fra il dozzinale e il pomposo, e assai popolare un po’ ovunque in Europa durante quel lungo sonno della ragione e del buon gusto che furono i primi ’70, tutti gli altri articoli (un abbondante paio di decine) battono in nefandezza questo, che fu l’esordio e qualche discreto momento (l’epopea di tastiere di Gypsy è godibile se si è obnubilati da alcool o droghe quanto basta per non ricordarsi il proprio nome) lo vanta pure. Se abbiamo scelto “Very ’Eavy… Very ’Umble…” è per due comunque ottime ragioni: una è che fu il primo e con il suo discreto successo fece sì che potesse essercene un secondo; l’altra è che contiene la lacrimosa Come Away, Melinda. Una via di mezzo fra Masters Of War e Piange il telefono. Solo, non buona come la seconda.

Pubblicati per la prima volta su “Extra”, n.9, primavera 2003.

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14 commenti

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14 risposte a “La Befana vien di notte

  1. Andrea Polly

    In una classifica di dischi orribili ( ma forse solo di grandi delusioni si può parlare ) io, a braccio, ci ficcherei pure The Cost of Loving degli Style Council, il terzo Lloyd Cole e, con cattiveria sfiorante la perfidia ( visto che probabilmente erano un tentativo di far guadagnare un pò di baiocchi a due immeritatamente eterni sfigati ), Sportin’ Life di De Ville e Steady Nerves di Graham Parker. Poi ho scoperto che dell’ultimo ne parlasti bene nell’articolo su Blow Up. Credo che questo sia l’UNICO caso in trent’anni in cui mi sia trovato in disaccordo con quello che considero il più grande critico musicale ( e che, a cavallo tra gli ottanta e i novanta, avrei visto bene come Presidente del Consiglio, ma pure ora, in effetti 🙂 ).
    Per tutto l’immenso resto, grazie . E Buona vita.

  2. Roberto

    L’ignoranza fa brutti scherzi…”Concerto for group and orchestra” è riconosciuto come un capolavoro…a 24 anni Jon Lord ha scritto un’opera di musica classica in due mesi adattando le partiture per 80 elementi dell’orchestra più per il gruppo. E’ il primo disco della storia con una vera fusione tra orchestra e gruppo rock (e non solo arrangiamenti orchestrali), un’opera per la quale K.Emerson e R. Wakeman ancora lo invidiano…Ma d’altronde una persona che definisce il periodo migliore della musica rock come “quel lungo sonno della ragione e del buon gusto che furono i primi ’70” non ci si può aspettare molto…

    • marktherock

      mmmhhh.. .”stai per entrare in una valle di lacrime…” (cit.)

      • Roberto

        Quando sfortunatamente mi capita di leggere articoli come questi o cose scritte da giornalisti di Blow up o Rumore nella valle di lacrime mi ci fanno stare loro…

  3. marktherock

    Steady Nerves??? oddio quella non sarebbe perfidia, sarebbe criminalità efferata da dittatore sudamericano ;))) A parte che il tempo è sempre più galantuomo con certi dischi di certi artisti (potere della scarsissima concorrenza attuale? il dibattito è aperto), ma nella fattispecie dello zio Graham, non c’è a mio avviso un solo suo album che debba essere vergognosamente tenuto nascosto nell’armadio.

  4. Andrea Polly

    De gustibus … adoro Graham Parker, ma quel disco l’ho sempre trovato lucidato a puntino per piacere ad un pubblico mainstream , a partire dal singolo ” Wake up Next to You “

  5. Francesco Manca

    Dunque: ho sempre invidiato chi fa outing e visto che l’anno nuovo da sempre è il momento propizio, vado a soddisfare il mio capriccio con la seguente ammissione: ho preso anch’io il disco incriminato dei Deep Purple ma a mia discolpa dico che dovevo aver da poco cambiato lo spacciatore, altrimenti non mi spiego i soldi buttati per uno dei dischi più noiosi che mi sia capitato di ascoltare ( e comunque mi piacciono molte cose Prog di quel periodo, però mi fermo qui perché va bene l’outing ma è meglio non esagerare 🙂 )

    • Ugo

      la musica è un opinione ma sarei curioso di sapere cosa ascolta uno che stronca Very Eavy … degli Uriah Heep, Concordo con Roberto al 100% che critica il paragrafo: “Ma d’altronde una persona che definisce il periodo migliore della musica rock come “quel lungo sonno della ragione e del buon gusto che furono i primi ’70″ non ci si può aspettare molto…”.
      Frase da “purista” che ascolta, per darsi un tono, il primo Bob Dylan dalla mattina alla sera!

      • Ma infatti è tutta la vita che non faccio altro che darmi un tono. Riguardo a cosa ascolto, se sei tanto curioso questo blog ospita a oggi altri 1.106 post oltre a questo: fatti un giro.

  6. marktherock

    vedi, ugo, uno dovrebbe scrivere trattati di ermeneutica per spiegare nel dettaglio frasi secche e volutamente scritte per epatèr les bourgeois come quella che tu citi. Poi, qui più che mai, siamo in un blog e non in un simposio scientifico, dunque il tono tagliente è vivaddio necessario. Sono certo che la invidiabile discoteca del VM (come la mia, in sedicimillesimo) è assolutamente ricca di titoli formidabili di QUEL periodo incriminato che tanto ti sta a cuore. Ma è altresì vero che, “per noi giovani” che il punk ci cambiò la vita e gli ascolti, QUELLO che i primi settanta generalmente proponevano (e con il beneplacito incondizionato del mainstream, radio-giornali-tv non allineate di là da venire, anzi proprio scaturite in contemporanea al dopo che musicalmente verrà) era un rock che si vedeva infilato sempre più in un vicolo cieco. I generi (hard rock da stadio avviluppato e formulaico, prog pomposamente inutile e cantautorame ripiegato su sè stesso, da noi come Oltreoceano) li sappiamo tutti. Dopo di che, legittimo pensare che Uriah Heep e Kansas e Genesis e America siano gruppi per la vita, legittimo anche credo pensare l’opposto

  7. Ugo

    eddyclash, conosco gli Uriah dal 1973 e non facevo uso di alcool ne droghe …, e quando mi sento offeso da frasi tipo (l’epopea di tastiere di Gypsy è godibile se si è obnubilati da alcool o droghe quanto basta per non ricordarsi il proprio nome), mi sento in dovere di rispondere a tono.
    Come Away Melinda è una canzone eccezionale e consiglio di ascoltare anche quella dei Velvett Fogg, e gli album fino al 1976 sono tutti bellissimi.
    Ascolto dai 60 ai 10 (si dice così???) senza discriminazioni, odio solo gli artisti che campano di rendita da 35 anni come i Pink, o come il Boss (di cosa???) e vedere Very Eavy assieme a tutto il ciarpame che compone l’elenco dei 100 mi infastidisce
    ugo

    • Io li ho visti pure dal vivo, 23 maggio 1980, Palasport di Torino. Sfortunatamente senza fare uso né di alcool né di droghe prima di un concerto che fu semplicemente imbarazzante. “Come Away Melinda” è una canzone ATROCE – imho – che ha il potere da sola di fare perdere un paio di voti a qualunque disco nel quale venga inserita, ivi compreso l’omonimo e altrimenti enorme debutto da solista di Tim Rose. Versione, per inciso, antecedente quella degli Uriah Heep. Gruppo di cui mi permetterei di consigliare, se si vuole avere qualcosa, “Demons And Wizards” e non certo l’esordio. Sempre imho, va da sé.
      E non sto a rispiegare la genesi dell’articolo collettivo sui cento album da evitare perché è stata già spiegata a destra e a manca non solo su questo blog ma anche su quelli di Federico Guglielmi e Carlo Bordone. Chi vuole intendere, intende. Chi vuole tenersi i santini, se li tiene.

  8. Ugo

    marktherock, perdonami ma a me piace parlare chiaro. La musica, se bella, che sia prog, punk, hipop, disco, house … non ha importanza.
    I Kansas li conosco appena, i Genesis fino al 1976 erano grandi, gli America sono tuttaltro genere e i primi 2 album sono dei capolavori e non vedo alcum legame con Genesis ed Uriah.
    Ho tutti i dischi di punk e sono del 1960 perciò ne ho goduto la nascita anche io ma non per questo rinnego le mie radici e ritengo il 1973 come uno degli anni musicali migliori.
    Alla prossima,
    ugo

    ps: la musica che apprezzo maggiormente è il garage 80 – 90 …

  9. franco

    mah.. ovviamente il concerto for Group and Orchestra non fu un disco riuscitissimo, anzi, ma nonostante ciò lo trovo a tratti abbastanza interessante, la parte cantata da Gillan è breve, ma funziona e lui quella sera fu impeccabile, pensando a cantare e non a urlare. L’assolo che Blackmore all’inizio mi ha sempre divertito molto, non c’entra assolutamente nulla con tutto il resto, se ne va per i cazzi suoi per quasi 5 munuti con tutti a chiedersi cosa minchia gli fosse preso e quando cavolo avrebbe smesso. Ha messo qualcosa di imprevedibile e improvvisato in una partitura scritta, io ho sempre pensato fosse un folle, non so ancora se folle nel senso di genio o folle nel senso di coglione, fatto sta che mi ha divertito. La cosa migliore resta comunque l’assolo di Paice, devod ire che lo stile mitraglietta di Paice mi è sempre piaciuto molto.

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