Se pensate che facciano schifo i Men At Work

Non rammento se compilando per “Extra” la famosa/famigerata lista dei “100 album da evitare” il nome dei Men At Work saltò mai fuori. Probabilmente no e me ne stupisco, ripensando alla pessima stampa di cui “godettero” costoro in una breve età più di platino che semplicemente d’oro. Ma se mai qualcuno avesse proposto di includerli mi sarei fieramente opposto.

Men At Work - Cargo

Per quanto mi riguarda, la band più simpatica degli anni ’80 e fors’anche di qualunque altro decennio, i Men At Work. Dacché, in tour negli Stati Uniti per spingere ulteriormente le vendite di un album d’esordio dal successo travolgente (primo lì per quindici settimane filate dopo esserlo stato nella natìa Australia per nove e in Gran Bretagna per cinque), e bersagliati da critiche velenose, i ragazzi pensavano bene di pubblicizzare i concerti con il seguente slogan: se pensate che su disco facciano schifo (in inglese è un più ruvido “they suck”), aspettate di averli sentiti dal vivo! Né erano meno spassosi nelle interviste. E vogliamo parlare dei video? In tutta onestà: mai capite le ragioni né di una popolarità che per due o tre anni fu immensa né dell’astio della stampa nei loro riguardi. Ascoltato allora e tanto di più riascoltato oggi, il gruppo capitanato dal cantante Colin Hay e dal chitarrista Ron Strykert (buon contributo compositivo, oltre che di gag, dal sassofonista e tastierista Greg Ham, che apprendo solo ora essere scomparso nel 2012) appare niente di più e niente di meno di una frizzante pub-band. Influenzata dai Police e dalla new wave più leggera in luogo che dal blues elettrico e dal rock’n’roll. Dal talento compositivo medio, con però l’occasionale guizzo ed erano quattro di questi guizzi (la definizione di “one-hit wonder” con gli Australiani non vale) a fare multimilionari “Business As Usual” e (in misura minore ma comunque importante) questo seguito datato 1983, fresco di ristampa su Mobile Fidelity. Là, Who Can It Be Now? e Down Under. Qui, Dr. Heckyll & Mr. Jive (il titolo la dice lunga) e una Overkill che più che a Sting e soci rimanda al primo Joe Jackson, per quanto in una versione che ne filtra il sarcasmo punk.

Non che il resto della scaletta sia composto da semplici riempitivi. Non meritano tale qualifica perlomeno una Settle Down My Boy che se sono i Police sono però dei Police alle prese con il calypso, la reggata It’s A Mistake e una Blue For You pure in levare e romanticona. Ciò detto: “Cargo” resta un LP caruccio, non di più, un grazioso reperto d’epoca dalla produzione un po’ sottile (ci sarebbe voluto più punch, come si suol dire) e che ho qualche remora a consigliare in un’edizione certo eccellente sotto il profilo tecnico ma che costa quei trentaquattro euro. Quando è questo il tipico 33 giri di cui ai mercatini del vinile trovi ancora copie a iosa e quando costano tanto a cinque euro.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.356, ottobre 2014.

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1 Commento

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Una risposta a “Se pensate che facciano schifo i Men At Work

  1. Condivido pienamente. Il successo credo sia dipeso dal fatto che l’album fosse zeppo di belle canzoni (ogni tanto si dimentica che è lo scopo principale di chi fa musica, fare belle canzoni); l’astio della stampa, ovviamente, dipese dal fatto che ebbero successo 😉
    Erano tempi i cui chiunque non facesse lunghissime e noiosissime suite non godeva dell’immunità in caso di successo.

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