Dear Mr. Fantasy – Per Jim Capaldi (2 agosto 1944-28 gennaio 2005)

Jim Capaldi - Dear Mr Fantasy

Amava dire Jim Capaldi (primo nome Nicola, a sottolinearne ulteriormente le origini italiane) che “la storia della mia vita è eccessivamente lunga e perlopiù non vera”. In parte consapevolmente e in parte no, mentiva due volte. Arriverà a festeggiare il sessantesimo compleanno ma il sessantunesimo no, andandosene così a un’età che per gli standard odierni non è certo da vegliardi, e quanto alle circostanze dell’esistenza più che romanzesca toccata in sorte a un individuo gioviale e tranquillo, be’, ci sono i testimoni a confermarle. Ci sono le foto, che diamine, e sfogliando le tante pagine che guidano all’ascolto di “Dear Mr Fantasy”, sontuoso quadruplo “alla carriera” fresco di pubblicazione per Island/Universal, ci si imbatte in una sfilata di amici fra le più singolari immaginabili e anzi no, inimmaginabili. È di un uomo che accompagnò un ancora sconosciuto Bob Marley a spasso per Londra e che giocò a calcio sulla spiaggia di Copacabana con Rivelino e Zico che stiamo parlando. Di uno che dava del tu a Pelé, faceva giardinaggio con George Harrison, era intimo di Tony Blair e si ritrovò a conversare di musica con Henry Kissinger. Chissà se discussero di Tricky Dicky Rides Again, dedica al vetriolo del nostro eroe al presidente Nixon scritta in pieno Watergate. Una rarità assoluta del sarcasmo da parte di un animo tanto gentile, uno lontanissimo dallo stereotipo della rockstar incline a eccessi sessuali, alcolici, drogati. E nondimeno: era il primo viaggio con l’LSD a procurargli l’epifania che determinava un cruciale cambio di rotta artistica, era regalandogli un bel tocco di hashish che si presentava a Steve Winwood ed era emergendo da un sonno e da un sogno fumatissimi che buttava giù l’inizio della canzone cui (più che a qualunque altra performance) resterà sempre legata la sua fama: Dear Mr. Fantasy, naturalmente.

Il cofanetto (in realtà un libro con i quattro dischetti incastrati in seconda e terza di copertina, come è ormai uno standard) che da essa prende il titolo induce qualche perplessità e offre belle sorprese. Sono ad ogni buon conto decisamente più le seconde che le prime, che dunque tanto vale togliere subito di torno. Se è ovvio che, in quello che è innanzitutto un sunto di una carriera solistica forte di una dozzina di album e riscontri commerciali occasionalmente anche importanti, i Traffic non possano rappresentare che una percentuale minoritaria del programma, che ci si limiti a un dieci per cento è troppo poco. Si finisce per sminuire l’apporto di colui che era un vero e proprio comandante in seconda, dopo Winwood, a una delle avventure più esaltanti del rock inglese a cavallo fra ’60 e ’70: incontro benedetto inizialmente, fugacemente dalla psichedelia di folk e jazz elettrico, pop e soul, latinismi e altre assortite musiche “del mondo”. Quanto in particolare in quest’ultimo senso la influenzò Capaldi provvederà la sua discografia da leader a chiarirlo. Bizzarro allora che dal lavoro forse più “capaldiano” di tutti, “The Low Spark Of High Heeled Boys”, sia stato estratto l’unico pezzo non firmato dal Nostro, Rock And Roll Stew, a scapito dell’epica traccia omonima. E non lo si potrebbe perdonare si venisse a sapere che a determinare la scelta è stata una questione di minutaggio. Così come non si può transigere sul fatto che manchi Paper Sun, che era il pezzo che con il suo grande successo a 45 giri metteva i Traffic sulla rampa di lancio.

Però ci sono compensazioni sontuose. Una delizia i tre brani – uno a testa – con i quali si parte e che documentano le brevi parabole dei primi gruppi di questo cantante e batterista spedito da bambino a lezioni di piano (saprà metterle a frutto) dal padre fisarmonicista. Il folk-beat in anticipo sui Lovin’ Spoonful di Daydreaming Of You degli Hellions, l’errebì romantico di Hallelujah dei Revolution e principalmente una Pretty Colours, dei Deep Feeling, capace di mettere d’accordo i Kaleidoscope britannici con quelli americani rappresentano ben più che mere curiosità. Sistemato in ordine cronologico con apparentemente qualche piccola licenza a fondo corsa, il box dopo avere sveltamente carrellato sui Traffic (brano-simbolo oltre a quello che sapete: Dealer, flamenco-psych non distante dai Love di “Forever Changes” che i Santana riprenderanno) si diffonde ampiamente sugli album in proprio (peraltro tutti, senza eccezione, con Winwood ospite, a evidenziare l’eccezionale solidità del sodalizio fra i due). Privilegiando il debutto “Oh How We Danced” (da cui vengono ripresi ben cinque pezzi su otto) e poi “Short Cut Draw Blood” ed “Electric Nights” (altri cinque titoli cadauno) e “Let The Thunder Cry” (sei brani su dieci). Non tutto a essere onesti è invecchiato meravigliosamente. Se complessivamente reggono, e qualcuna facendo pure un figurone (interpretata dai Bee Gees That’s Love avrebbe venduto fantastilioni di copie), le diverse canzoni sul limitare della disco, a pagare malamente dazio sono certune fra le più languide e in primis una Wild Geese da balera e da galera. Alla fine della fiera a lasciare stupefatti sono i brani provenienti dal sottovalutato e tardo (2001) “Living On The Outside” (Standing In My Light sono i Thin Lizzy migliori, Anna Julia un power pop da antologia di Tom Petty). È la qualità dei numerosi inediti: in testa, una Love’s Got A Hold Of Me in collaborazione con Harrison e una Invaders Of The Heart da Waterboys depressi.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.688, novembre 2011.

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2 risposte a “Dear Mr. Fantasy – Per Jim Capaldi (2 agosto 1944-28 gennaio 2005)

  1. The low spark è uno di quei pezzi che mi ha sempre trasportato in un altro mondo. Ci sono molte cose che non sapevo di Jim. E che ora so.

  2. Pingback: Song For George – Dear Mr Fantasy – Jim Capaldi – weeko

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