The Decemberists – What A Terrible World, What A Beautiful World (Capitol)

The Decemberists - What A Terrible World, What A Beautiful World

Pronti e via, il nuovo album dei Decemberists è immediatamente entrato nei Top 200 di “Billboard”: settimo, davanti a dischi molto attesi e/o acclamati e, limitandomi a qualche nome e alle prime venti posizioni, posso citare Marilyn Manson, Mark Ronson, i Maroon 5, Lupe Fiasco, le Sleater-Kinney, Björk. Improbabile tuttavia che alla Capitol stiano brindando. Più facile che attendano con il fiato sospeso i dati numerici delle vendite e, soprattutto, di vedere quanto durerà fra i più venduti, se scalerà qualche posizione o viceversa scenderà più o meno rapidamente. Fosse la seconda che ho detto, sarebbe una sorpresa e una delusione. In molti erano pronti a scommettere che “What A Terrible World, What A Beautiful World” sarebbe stato l’“Out Of Time” di Colin Meloy e sodali, dopo che “The King Is Dead” era stato il loro “Green”. “The King Is Dead” era andato dritto al numero uno. Si trattava di replicare e consolidare, con un lavoro abbastanza prossimo per sonorità e parecchio per ispirazione.

Ammetterò che fra quelli disposti a puntare il simbolico euro su un grande e subitaneo successo dell’album c’ero anch’io e tutto sommato ci sono ancora. Mi pare che il potenziale ci sia. Dove viceversa già posso dire di non avere sbagliato è stato nel pronosticare che una parte della critica si sarebbe mostrata tiepida, che certo pubblico snob (medesima l’attitudine rispetto, per dire, agli ultimi Black Keys) avrebbe preso le distanze. Me n’ero fatto preventivamente una ragione. Prima farete lo stesso, prima potrete godervi voi pure una delle più incisive raccolte di canzoni – presumibilmente – del 2015. Una delle migliori collezioni di un marchio che a oggi ha sbagliato una singola sfilata e, quando fallimento fu, fu glorioso.

Dimenticate i Decemberists (da ammirare per l’arditezza se non per i risultati) spericolatamente “prog” di “The Hazards Of Love”, quelli che avevano iniziato a delinearsi in “The Crane Wife” e prima ancora nell’EP “The Tain”. Ma accantonate (per sempre?) anche quelli prevalentemente “anglofili” (Morrissey un evidente nume tutelare) dei primi tre album. Qui il referente è l’Americana che prendeva possesso della ribalta, per la prima volta quasi monopolizzandola, in “The King Is Dead”. Solo, in una forma ancora più classica. Solo, con suoni più corposi e idem gli arrangiamenti. Solo, con una scrittura mediamente ancora più epidermica, per quanto nessuna delle quattordici tracce inedite arrivi alla memorabilità assoluta di una Rise To Me, di una Calamity Song. Le approssimano per impatto il jingle-jangle muscolare di Cavalry Captain (che in tal senso è la nuova Calamity Song) e per raffinatezza, gli archi che vanno dietro alle chitarre acustiche disegnando un ossimoro di misurato melò, The Singer Adresses His Audience (in tal senso la nuova Rise To Me). Ma se non di capolavori il disco è zeppo di brani di efficacia e gradevolezza rare, si tratti di un’ennesima mimesi di R.E.M. intitolata Make You Better o del Tom Petty campagnolo di Anti-Summersong, degli Eagles catturati all’altezza di “Desperado” di Mistral, dei Triffids country-blues di Till The Water Is All Long Gone come dei Calexico stilosamente ludici di Easy Come, Easy Go. Scorie di Albione giusto nel folk ruffiano da prestare ai Mumford & Sons di Better Not Wake The Baby e negli Smiths girati in valzer di The Wrong Year. Maestro nello spiazzare, Meloy a questo giro ci prova giusto con il pastiche anni ’50 di Philomena e, significativamente, è l’unica volta che manca il bersaglio. Per i Decemberists “What A Terrible World”, “What A Beautiful World” è l’album “della maturità”. Se dare alla definizione un’accezione positiva o no dipende molto anche dalla formazione e dalla filosofia musicali di chi ascolta.

Nel numero di “Blow Up” in edicola a giorni un mio lungo articolo sui Decemberists.

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