John McLaughlin va in India (l’avventura di Shakti)

Shakti - Natural Elements

Ci si perde nella biografia – fatta tutta di storie di musica, nessuno spazio per pettegolezzi o scandali – dell’uomo cui Miles Davis tributò il più grande e definitivo degli omaggi, intitolando con le sue generalità la traccia più breve (in origine in chiusura di terza facciata) delle sei in tutto che danno vita al monumentale “Bitches Brew”: John McLaughlin. Ci si perde e ogni tanto si sobbalza: sapevo da sempre ad esempio che costui può vantarsi di avere dato lezioni di chitarra al di poco più giovane (1944; il Nostro è del ’42) Jimmy Page ma solo in tempi relativamente recenti sono venuto a conoscenza di una sua jam notturna di sei ore datata 25 marzo 1969 con Jimi Hendrix, ai Record Plant di New York. Pare interamente registrata e che bella cosa sarebbe se, al di là dei vari più o meno corposi frammenti apparsi su dischi pirata e non solo (su YouTube se ne trova un estratto che sfiora i ventotto minuti), qualcuno provasse a metterci mano ed editarla. Nei limiti del divertissement non concepito per diventare di pubblico dominio da quanto ho avuto modo di sentire balenano intermittentemente bei guizzi e per certo di Hendrix nei decenni ci sono state inflitte performance più approssimative. Se solo fosse ancora vivo un Teo Macero… Ma soprattutto: se solo quel principio di collaborazione avesse trovato sviluppo! Altra legna aggiunta al fuoco della leggenda di un chitarrista – è di McLaughlin che sto parlando – che ha fatto scuola negli ambiti più impensati e basti dire che Greg Ginn, dei campioni di hardcore punk Black Flag, ha dichiarato che ascoltarlo cambiò per sempre il suo modo di pensare musica. Il che incuriosisce almeno quanto l’apprendere che uno spirito invece apparentemente affine quale Frank Zappa pur ammirandone la prodigiosa tecnica avanzava qualche riserva sulla tendenza a suonare con il piede pigiato sempre sull’acceleratore e, soprattutto, sull’influenza avuta su schiere di strumentisti che quella tecnica se la sono ben studiata ma l’hanno poi resa un qualcosa di fine a se stesso. Ironico che a rimarcarlo sia stato proprio Zappa, che analogamente di pestiferi e onanisti epigoni fece e continua a far collezione, ma come dargli torto? Epperò, come osservavo un po’ di anni fa scrivendo in questa stessa rubrica dell’esordio della Mahavishnu Orchestra datato 1971, “The Inner Mounting Flame”, non è giusto che le colpe dei figli ricadano sui padri. Così come non si può dannare “Sgt. Pepper’s” addebitandogli le schiere di pessimi emuli baroccheggianti o viceversa vittime dell’insostenibile leggerezza del floreale, non si può sminuire o peggio vilipendere quell’epocale debutto a causa di tutti quei dischi venuti dopo nei quali l’incontro nei suoi solchi fantasticamente eccitante fra rock e jazz si farà maniera, le prodezze strumentali lì al servizio di un fuoco d’artificio di idee null’altro che deleterio virtuosismo. Tanta flaccida fuffa che andrà sotto il nome di fusion, e che si vuole discenda da qui, si situa paradossalmente all’esatto opposto di un sound viceversa vorticoso e magmatico, al netto di qualche parentesi estatica.

Al jazz dapprincipio elettrico John McLaughlin arrivava partendo da quel blues revival britannico di cui era stato, collaborando fra gli altri con Alexis Korner, Graham Bond e Ginger Baker, uno dei nomi di punta. Quando nel 1968 si trasferiva a New York, convocato da Tony Williams, la sua valenza era ormai tale da impressionare per l’appunto Davis, che lo vorrà con sé in un poker storico di album comprendente prima di “Bitches Brew” “In A Silent Way” e a seguirlo “A Tribute To Jack Johnson” e “On The Corner”. Contemporaneamente il nostro uomo licenziava in proprio un altro dei classici del primo jazz-rock, “Extrapolation”, atto d’apertura di una vicenda solistica che avrà un vertice di ispirazione e popolarità nei primi ’70 proprio con una Mahavishnu Orchestra che sin dal nome tradiva la passione dell’artista dello Yorkshire per la cultura indiana. Da lì a qualche anno ancora approfondita con il progetto Shakti ed ecco, nessuno quei dischi ha invece mai provato a imitarli. Tre in tutto (un quarto a nome Remember Shakti servirà da riepilogo, punto e congedo due abbondanti decenni dopo) che con la loro fusione acustica e non elettrica di jazz e musica indiana, dominata però da quest’ultima (chi ne sa osserva che la parte indiana del melange è a sua volta intreccio di due differenti tradizioni, l’industana e la carnatica), fanno capitolo a sé anche nel romanzo degli incontri fra musiche occidentali e “altre” e sono rimasti un qualcosa di unico.

L’occasione per parlarne è offerta dalla fresca ristampa approntata dalla Speakers Corner di quello che fu, nel 1977, il terzo, vale a dire “Natural Elements”. Il più accessibile di tutti bizzarramente risultava di gran lunga il meno venduto, non entrando nemmeno nella classifica jazz di “Billboard” laddove i predecessori avevano fatto capolino nei Top 200 di quella generalista, e la Columbia, abituata a riscuotere da McLaughlin ben altri dividendi, diceva basta. Ma forse sarebbe finita lì comunque, giacché ascoltata di seguito la trilogia disegna un percorso che era giunto al suo naturale compimento e ogni ulteriore puntata avrebbe corso il rischio di svelarsi pletorica. Nell’esordio “Shakti With John McLaughlin”, pubblicato a inizio ’76 ma registrato dal vivo nel luglio ’75 durante un concerto in un college del Long Island, un brano poco sotto i cinque minuti funge da meditativo interludio fra due furiose cavalcate rispettivamente di diciotto e addirittura ventinove, raga a rotta di collo e di rado musica acustica è parsa tanto elettrizzante. Datato sempre ’76 e inciso invece in studio, “A Handful Of Beauty” di brani ne regala sei di durata compresa fra i tre e i quindici minuti e risulta meno ustionante, più lirico, con un po’ più di Occidente nei solchi. Otto tracce e le due più lunghe non arrivano che a sette minuti, “Natural Elements” proseguiva nella medesima direzione, privilegiando la composizione all’improvvisazione e ponendo felicemente la stellare tecnica dei musicisti (ad affiancare il leader il violinista L. Shankar, il tablista Zakir Hussain e il percussionista T.H. Vinayakram) al servizio di una tavolozza maggiormente variegata e di brani di fruibilità per niente difficoltosa. Può partire da qui e poi andare a ritroso chi non conosce e si è incuriosito.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.357, novembre 2014.

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