Marilyn Manson – The Pale Emperor (Hell, etc.)

Marilyn Manson - The Pale Emperor

Peccato. Avevo in testa un incipit perfetto per questa recensione ed era una cosa così: magari sarò io che non ho più l’età per Marilyn Manson (non che l’abbia mai avuta) ma nemmeno lui ce l’ha più, per fare Marilyn Manson. E vai con le ironie sul God of Fuck ormai sul lato sbagliato dei quaranta e sulla scelta, rivelatasi preveggente, di puntare tutto, come i Kiss, sul trucco. Vai con l’evocazione dei dubbi fasti passati, quando una versione da grand guignol, e palesemente meno ispirata dell’originale per quanto da esso legittimata, di Trent Reznor bastava a scandalizzare con blasfemie spicciole certa Amerika bigotta e scema, persino a impaurirla. Peccato, peccato sul serio ch’io non riesca a togliermi un vizio da cui certi colleghi (colleghi… oddio…) sono sempre stati palesemente immuni: quello di ascoltare i dischi prima di scriverne. Ascoltarli a lungo, ascoltarli con attenzione e dedicandogliene tanta di più quanto più mi hanno spiazzato. Insomma: ero partito con l’idea, che mi divertiva assai, di stroncare Marilyn Manson e mi ritrovo non direi a incensarlo ma ad applaudirlo sì. Con convinzione.

Lo dicono tutti e per quanto io, lo ammetto, non abbia fatto girare tutti quelli usciti nel frattempo mi accodo: il migliore lavoro dell’uomo nato Brian Hugh Warner dacché eravamo ancora nel Novecento. Da “Mechanical Animals”, che è dal ’98, se non da “Antichrist Superstar”, che è di due anni prima e, via, si può anche avere. Non solo in quanto testimonianza di un fenomeno di costume ma per un sound indubbiamente di impatto e una scrittura scaltra nel miscelare metal e new wave, attitudine dark e industrial adattata alle masse. Lì Marilyn Manson era vincente perché, pur puntando moltissimo sul personaggio, non dimenticava il musicista e il musicista qualche numero dimostrava di averlo. Con “The Pale Emperor” torna a vincere perché il costume da supereroe negativo viene appeso (per sempre?) al chiodo e ci si concentra sulle canzoni. Ce ne sono di ottime in un album teso e coeso e che, se è furbo, lo è giusto nel calare subito alcune delle carte migliori del mazzo: una Killing Strangers massiccia e contemporaneamente elastica, con uno zing di chitarre taglienti e insieme il semi-inedito swing di un passo ondeggiante; una Deep Six dall’arpeggiante evocativo all’incalzante nel tempo di un respiro e quindi felicemente ostaggio di un riffone che squassa; una Third Day Of A Seven Day Binge che pagherei per sentirla ancora da un Iggy Pop una cosa così. Da lì al fondo la tensione non cala mai più di tanto e, quel che è più notevole, per restare alta non è ai volumi che si affida bensì alle atmosfere, a un gioco sapiente di arresti e ripartenze e rilasci. Un’altra cosa che dicono tutti o quasi è che questo è il disco “blues” di Marilyn Manson e, aggiungendo un tot di virgolette alla definizione, ci sta e ci sta sempre di più, tornando a sottrarre virgolette, man mano che ci si avvicina al congedo squisitamente malevolo di Odds Of Even. Ditemi voi se, fatta la tara (ma anche no) a un synth minaccioso, Birds Of Hell Awaiting non è una novella Riders On The Storm, il nostro eroe che sceglie di reincarnarsi Re Lucertola invece che Alice Cooper. Gioco, partita, incontro.

5 commenti

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5 risposte a “Marilyn Manson – The Pale Emperor (Hell, etc.)

  1. Rusty

    Semmai gioco, partita, incontro. Guido Oddo sempre con noi.

    • Ahahahahahahahah. E ci hai pure ragione… Si capisce che del tennis mi importa sega? Mo’ correggo, grazie.

      • marktherock

        E no, Maestro, menti tu menti tu menti (cit.) Ricordo quel meraviglioso Rinfresko Elettriko che, per introdurre quei teppisti dei Vagrants, imbastiva un parallelismo d’autore nientemeno che con John Patrick McEnroe. Imperdibile.

      • Ricordi bene, ma non abbastanza. Cominciava così…

        Per me il tennis è morto quando John McEnroe è diventato un ex. Cioè… non che me ne sia mai fregato granché e naturalmente mai preso in mano una racchetta in vita mia (lo sport fa male, è risaputo, e io alla salute ci tengo), però ho smesso di guardarlo del tutto quando il tennista più rock’n’roll di sempre ha lasciato. La devo dire intera? Manco seguivo il tennis, seguivo McEnroe. Il massimo era quando batteva Borg. Il massimo dei massimi quando litigava con l’universo mondo (Mourinho sarà sempre patetico al confronto: lo stile non si compra con una American Express) e questo accadeva un match sì e l’altro anche. Un bel giorno, sul limitare del ritiro, Magic John si mise in testa che essere stato il numero uno del tennis non era abbastanza, che sarebbe stato figo sfondare nel rock. Allestì la John Smyth Band (prendendo il cognome dalla seconda moglie, lei rockstar sì sebbene non delle più imprescindibili) e nelle sere prima di scendere in campo suonava in qualunque club fosse disposto a ospitarlo. Non il modo migliore per preparare un incontro? Be’, una riga di coca e la stanchezza passa, come avrà ad ammettere anni dopo.

  2. Alessandro

    “Peccato, peccato sul serio ch’io non riesca a togliermi un vizio…: quello di ascoltare i dischi prima di scriverne”: ecco perchè leggerti. Grazie. Alessandro

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