Kick Out The Drums! Come Tony Williams rivoluzionò la batteria, il jazz e il rock

La scorsa settimana un lettore di VMO è intervenuto commentando, molto acutamente, un post di quasi tre anni fa su Herbie Hancock. Citava Tony Williams e, leggendolo, improvvisamente mi è tornato in mente che a costui dedicai un articolo in uno dei primi numeri (quello con cui la rivista esordì in edicola, se non ricordo male) di “Blow Up”.

Tony Williams

Mi sconvolse. Ascoltarlo mi fece tornare l’entusiasmo per la musica. Capii immediatamente che sarebbe diventato uno dei più cattivi figli di puttana che mai si siano seduti dietro una batteria… Illuminò d’immenso chiunque in quel quintetto. Mi fece suonare così tanto che finii per dimenticarmi dei dolori all’anca che mi stavano tormentando. Giunsi presto alla conclusione che con Tony potevamo fare qualunque cosa desiderassimo. Fu sempre la chiave di volta del suono del gruppo. Era qualcosa di speciale.

Non sono molte le persone per le quali Miles Davis spende parole gentili nella sua autobiografia. Persino raccontando del primo mentore, Charlie Parker, non risparmia frecciate o critiche anche dure. Ma quando l’argomento è Tony Williams… Davis lo vide suonare a New York con Jackie McLean e decise istantaneamente che l’avrebbe scippato al sassofonista. Nel giro di qualche mese, complice la dissoluzione del quintetto che aveva allineato J.J. Johnson, Wynton Kelly, Paul Chambers e Jimmy Cobb, ci riuscì. Dopo un brevissimo interregno i defezionari venivano sostituiti da George Coleman, Herbie Hancock, Ron Carter e Tony Williams. E sapete una cosa? Era quest’ultimo a dettare le direttrici di marcia. Chiese e ottenne che Coleman, il cui suono giudicava troppo pulito, venisse allontanato. Davis lo sostituì con Wayne Shorter e prese così forma il suo quintetto più celebrato di sempre, quello che lo accompagnò fino al 1968, congedandosi con “Filles De Kilimanjaro”, disco-ponte verso l’epocale svolta di “In A Silent Way”. È “Seven Steps To Heaven” l’album che dovete procurarvi per ascoltare le prime incisioni del quintetto, ancora con Coleman. Nei tre brani su sei in cui compare è la batteria di Williams la grande protagonista, torrenziale e nel contempo elegante, spiritata ma sempre pronta, già in esemplare simbiosi con il basso di Ron Carter, a fare da raccordo fra Miles e Coleman. Occhio alla data di registrazione: 14 maggio 1963. Essendo nato il 12 dicembre 1945, Tony Williams aveva diciassette anni e mezzo. Insomma: un enfant prodige. Non sono un esperto, ma non mi sovviene il nome di un altro gigante del jazz il cui stile fosse perfettamente formato in così giovane età.

Non è però preposto a cantare le lodi del Tony Williams che svolse un ruolo forse determinante nel portare Miles Davis a “In A Silent Way”, e che meriterebbe una riflessione a parte, questo breve articolo. È invece un’apologia del Tony Williams che si sfilò proprio all’altezza di quel disco, in cui è ancora presente, per andare a fare la sua cosa.

Volevo indirizzarmi verso qualcosa del tutto diverso da quanto fatto con Miles. Avevo ascoltato parecchio Hendrix e mi piaceva tantissimo. Mi piacevano anche i Cream e gli MC5. Il mio modo di suonare si era fatto via via più aggressivo ed era quella la direzione che desideravo seguire.

Nel maggio 1969, tre mesi prima che Miles Davis mettesse mano a “Bitches Brew”, il suo ex-batterista entrò in studio con il chitarrista John McLaughlin e l’organista Larry Young (aka Khalid Yasin). In due-giorni-due (“I due giorni che cambiarono il mondo! O quantomeno il corso del jazz”, ha scritto Simon Hopkins su “The Wire”) i neonati Tony Williams Lifetime incisero un doppio: 71 minuti di rivoluzione. Prima che l’anno finisse “Emergency!” raggiungeva i negozi.

Annota Ralph J. Gleason, al solito acutissimo: “È come se l’autunno del 1945 sfumasse nell’estate del 1969 e le innovazioni ritmiche, armoniche e melodiche del bebop di Charlie Parker si fondessero con il ruggito blues all’acetilene di Jimi Hendrix e dei Cream. Ma a ben vedere ‘Emergency!’ più che rock è jazz suonato ad alto volume e con attitudine progressiva”. Un’attitudine che naturalmente alla critica jazz non piacque (l’avete già sentita questa storia, eh?). Pur essendoci abituati, si resta esterrefatti di fronte alla sordità di chi non seppe percepire la grandezza di un brano come la title track, stupendo gioco di incastri fra una batteria rutilante, una chitarra al crocevia fra blues, hard, jazz e America Latina e un organo che parte da Jimmy Smith per approdare a John Coltrane. In Where sul bordone creato da Young, che vira poi verso lidi augeriani, la voce di Williams ha incongrui accenti proto-canterburiani, mentre in Spectrum e in Sangria For Three ci si avventura ancora più sorprendentemente su traiettorie analoghe a quelle percorse in contemporanea, ma sull’altra sponda dell’Atlantico, dai primi King Crimson. Se non è fragorosa quanto quella di Fripp in 21st Century Schizoid Man, la chitarra di McLaughlin è nondimeno tutta uno spigolo.

In “Turn It Over”, di un anno successivo, echi del Re Cremisi sono ancora presenti (clamorosi nell’incipit di Big Nick) ma ci si stupisce meno a questo punto, anche perché la squadra, essendosi aggiunto il basso di Jack Bruce, si era fatta per metà britannica. La copertina, tutta nera, ricorda quella di “White Light White Heat” dei Velvet. Il dittico capolavoro Vuelta Abajo/A Famous Blues fa collidere il Jimi Hendrix della Band Of Gypsys con i Funkadelic in delirio lisergico di “Maggot Brain”. “Fu la mia versione di ‘Kick Out The Jams’”, diceva Tony Williams del secondo LP dei Lifetime.

Mi tocca fare breve una storia che sarebbe stata degna di ben maggiore approfondimento (ma tant’è, lo scopo era quello di incuriosirvi). Ripudiati dalla scena jazz statunitense i Lifetime nell’autunno del 1970 cercarono e trovarono gloria in Gran Bretagna. Tornarono però alla base orfani proprio di John McLaughlin e di Jack Bruce. In “Ego”, Williams sostituì il primo con Ted Dunbar, rinnovando nello stesso tempo il sodalizio con Ron Carter e aggiungendo due percussionisti all’organico. Con “The Old Bum’s Rush”, pubblicato nel 1973 (dalla Polydor, come i tre predecessori), l’agonia dei Lifetime, lasciati anche da Larry Young, giungeva a compimento. Eppure sono due LP bellissimi, prodighi di brani memorabili. Come lo spettacoloso assolo di Some Hip Drum Shit. Come The Urchins Of Chermese, jazz psichedelico in aria di Colosseum. O ancora Watcha Gonna Do Today, una formidabile ballata soul-pop-jazz sulla scia delle cose migliori di Brian Auger con Julie Driscoll, e The Boodang, riff alla Free e tutto il resto alla Funkadelic.

Tony Williams si ritirò dalle scene per due anni e al ritorno, pur restando aperto alla sperimentazione, optò per un jazz più canonico. “Emergency!” e “Turn It Over” sono stati ristampati alcuni mesi fa. Il doppio “Spectrum: The Anthology” ha in scaletta metà del primo, quasi tutto il secondo e larga parte dei due album seguenti ed è a medio prezzo. Williams è morto d’infarto il 23 febbraio 1997, dopo un’operazione chirurgica che avrebbe dovuto essere routinaria.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.7, settembre/ottobre 1998.

1 Commento

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Una risposta a “Kick Out The Drums! Come Tony Williams rivoluzionò la batteria, il jazz e il rock

  1. giuliano

    Raccontava Miles Davis che, nel periodo in cui Coleman militava nella band, durante i concerti, quando Miles stesso si dirigeva in fondo al palco dopo un solo per lasciare spazio agli altri, Williams da dietro la batteria gli gridava guardandolo: “Portati via anche George!” Che personalità questo ragazzino, che fuoco.

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