I miracoli di Smokey Robinson dopo i Miracles

Compie oggi settantacinque anni una delle divinità della black del XX secolo, William “Smokey” Robinson. Lo celebro raccontando non il suo decennio classico, quello trascorso capitanando i Miracles e scrivendo una quantità di successi anche per altri gruppi e solisti Motown, ossia i ’60, bensì invitando alla rivalutazione della successiva carriera solistica, da sempre un po’ snobbata dalla critica.

The Solo Albums Volume 1

The Solo Albums: Volume 1 (Hip-O Select)

Tutto nei dischi con i Miracles lo Smokey Robinson interprete oltre che autore (si pensi ai tanti classici dati ad altri) indispensabile? Azzarderei di sì. Il che non vuole naturalmente dire che in un catalogo da solista che conta quelle due dozzine di album non ci siano cose più che degne e senz’altro meritevoli di riscoperta. Più che altrove nei due titoli, “Smokey” e “Pure Smokey”, qui raccolti e che furono, rispettivamente nel ’73 e nel ’74, i primi due LP in proprio dell’uomo che Bob Dylan definì “il più grande poeta vivente d’America”. Attacco stupendo con l’incantesimo di voci avvolgenti e ricami di ottoni e archi attorno a un basso pulsante e a una batteria metronomica di Holly, il debutto piazzava nel prosieguo almeno un altro paio di colpi magistrali, con il medley dai toni (insolitamente per il Nostro) evocanti il gospel di Never My Love/Never Can Say Goodbye e una versione dal cuore di panna di Will You Love Me Tomorrow?, superclassico della premiata ditta Goffin/King. Meno apici ma media forse più alta in un successore in cui, con un lustro di anticipo e fatte salve le tematiche più adulte, si rinviene già all’incirca tutto il Michael Jackson di “Off The Wall”. Insomma: pop sfacciato e funky levigatissimo, sull’orlo della disco più stilosa.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.676, novembre 2010.

The Solo albums Volume 2

The Solo Albums Volume 3

The Solo Albums: Volume 2 (Hip-O Select)

The Solo Albums: Volume 3 (Hip-O Select)

Non si può ascoltare tutto: la vita è breve e le giornate continuano ad avere ventiquattr’ore anche adesso che ci si potrebbe togliere qualunque voglia. Perché tutto o quasi è stato ristampato minimo una volta e state certi che, se qualcosa non è mai stato riedito, almeno un blogger che lo renda disponibile in Rete c’è. Finisce che il desiderio più grande diventa quello di inventarsi il ritaglio in cui rimettere su qualcosa che sai di sapere a memoria, ma non fai girare dal secolo scorso. Non si può ascoltare tutto ed è inevitabile che, persino facendo il bizzarro mestiere che faccio io, su certe cose continui ad affidarti un po’ alla memoria, un po’ a giudizi che erano forse pregiudizi formatisi quando anche ad avere tutto il tempo del mondo la possibilità di ascoltare tutto non c’era. E giungo infine al punto. Adoro (e conosco non per sommi capi) lo Smokey Robinson di era Miracles, anni ’60 dunque, ma del solista avevo un’idea data da ascolti distratti e a campione. Ed era questa: uno prescindibile, diviso fra serenate eccessivamente languide – archetipo di un cosiddetto modern soul spessissimo né modern né soul – e ballabili sul limitare della disco. Voce ancora splendida ma scrittura tendente al formulaico e irrimediabilmente appannata.

Non dirò che questa serie di CD della solita Hip-O Select su ciascuno dei quali sono raccolti due LP mi stia facendo cambiare radicalmente idea, ma un po’ sì. L’operazione nel complesso continua a sembrarmi esagerata, c’è roba qui che non valeva proprio la pena di ritirare fuori, ma se qualcuno si mettesse a selezionare accuratamente e riducesse a un’ora le tre ore e tre quarti finora ripubblicate ne risulterebbe una raccolta da urlo. Perché di buono ce n’è eccome. Magari non tantissimo né in “Smokey’s Family Robinson” del ’76 (io ne caverei i due pezzi funk, When You Came e Do Like I Do) né in “Deep In My Soul” dell’anno dopo (si salvano l’incalzante Vitamin U e la sontuosa ballata If You Want My Love). Abbastanza però in “A Quiet Storm”, che nel ’75 si vendette come il pane: lavoro soprattutto “di atmosfera” (come già il titolo fa intendere) e che acquista però nel finale muscolarità quasi clintoniana. E nondimeno la vera sorpresa qui è rappresentata da “Big Time”, una colonna sonora del 1977, scampolo residuale di blaxploitation a dir poco fantastico in un tema conduttore che oggi si può raccontare come mediano fra Al Green e Prince e nel gospel assurdamente accellerato He Is The Light Of The World.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.679, febbraio 2011.

The Solo Albums Volume 4

The Solo Albums: Volume 4 (Hip-O Select)

Continua (chissà fin dove si spingerà) la riesumazione dello Smokey Robinson post-Miracles da parte della Hip-O Select e io continuo a stupirmi per quanto di buono si riesce a cavare da album dalla fama non proprio mirabile. Beninteso: continuo anche a pensare che una raccolta ben compilata dei suoi anni ’70 avrebbe reso un servizio migliore all’uomo di The Tracks Of My Tears e di innumerevoli altri classici. A lui e soprattutto all’appassionato, che non dovrebbe allora infliggersi fuffa sentimentaloide come Feeling You Feeling Me, I’m Loving You Softly o la peraltro vendutissima all’epoca Cruisin’ per godere del funky micidiale (mi-ci-dia-le!) di Why You Wanna See My Bad Side e Shoe Soul, It’s A Good Night e Share It. Di una versione tendente alla disco della Get Ready già dei Temptations, che detta così può sembrare un’idea del cazzo e invece no, è una bomba. Di una Love’s So Fine di uno swing tale che subito dopo la si vorrebbe ascoltare da Sinatra. Magari l’appassionato potrebbe farsela lui, allora, l’antologia. Nella più piena legalità, e comunque risparmiando, ricorrendo ad Amazon o al negozio di iTunes.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.683, giugno 2011.

The Solo Albums Volume 5

The Solo Albums: Volume 5 (Hip-O Select)

Magari, in questa riesumazione del catalogo post-Miracles dell’uomo di The Tracks Of My Tears e di almeno un altro paio di decine di classici del Sixties soul, sarebbe il caso di fermarsi qui. Di non sfidare ulteriormente gli dei della black rimettendo in circolo, dopo avere quasi esaurito la produzione dei ’70, anche i dischi del decennio successivo ancora. Nei quali probabilmente qualche gemma rilucerà pure, ma nel mezzo di bigiotteria sempre più improbabile e plasticosa. Temo non andrà così ed è un peccato duplice, perché l’operazione non avrebbe potuto avere suggello migliore di un quinto volume che per una volta riedita un unico album e non due perché in origine, in vinile, quell’album era doppio.  “Smokin’” di nome e di fatto, il primo live del Nostro si rivela (verbo usato a ragion veduta, siccome mai aveva visto la luce in digitale e mancava dunque dai negozi da oltre trent’anni) una meraviglia di soul-pop dal sentimentale con stile allo swingante, ora disposto a colorarsi di jazz, ora a lasciare la ribalta a una festa errebì, a una botta di funk. Ci sono diversi cavalli di battaglia dei Miracles, c’è una scelta sapiente (che non a caso esclude alcuni grossi successi) dal repertorio solistico. Non varrà forse il favoloso (e coevo come data di registrazione) “Tokyo… Live!” di Al Green, “Smokin’”, ma siamo più o meno lì. Ecco, l’ho detto.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.686, settembre 2011.

The Solo Albums Volume 6

The Solo Albums: Volume 6 (Hip-O Select)

Mi arrendo. Arrivato al “Volume 6” della riesumazione a quanto pare dell’opera omnia dello Smokey Robinson post-Miracles (album numero dieci e undici, non so se mi spiego), non faccio più il solito discorso sul fatto che i favolosi anni ’60 di costui furono altra cosa rispetto ai ’70 e che nondimeno, proprio alla luce di questa collana Hip-O Select, quel decennio andrebbe un po’ rivalutato. Non sostengo più che invece che ristampare tutti gli LP sarebbe stato più sensato compilare un’antologia, magari anche doppia. Non dico più che sarebbe meglio fermarsi perché, insomma, lo si legge ovunque che la qualità andò costantemente in calando. Qui siamo ormai al decennio successivo – “Warm Thoughts” è dell’80, “Being With You” dell’81 – e la sapete una cosa? Live a parte (quello “Smokin’” che occupava per intero il volume cinque) sono i due titoli migliori della serie. Non dei capolavori in toto, ma zeppi (in particolare il secondo) di canzoni memorabili, fra soul del più lascivo o sentimentale, funky da paura e ballate rock-oriented di classe suprema. CD che meriterebbe l’acquisto anche soltanto per la tredicesima traccia, Can’t Fight Love. Ma che dico? Meriterebbe l’acquisto anche solo per un break di cinquantotto secondi – prima percussioni e tromba, poi anche voce, basso e sintetizzatore – sistemato sul finale di quella tredicesima traccia. Roba da avere un orgasmo ascoltandolo… senza mani.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.693, aprile 2012.

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6 commenti

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6 risposte a “I miracoli di Smokey Robinson dopo i Miracles

  1. marktherock

    ohllàà !! non sai che piacere (quasi fisico sì, per riprendere le ultime parole dell’ultima recensione) mi fa leggere che album per me clamorosi – e da avere non solo per gli addicted all’ultimo stadio di black – come “Warm Thoughts”, “Being With You” oltre all’imprescindibile “Smokin’ ” incontrino anche i gusti del VM. Del resto, con certi soggetti vale l’aureo motto per cui la classe non è acqua, altro che Miracles e poi stop…

  2. Grazie Venerato, praticamente 3/4 dei dischi soul e funky che ho li ho presi grazie ai tuoi consigli.

  3. marktherock

    a questo punto, come per i cocktail d’autore, vogliamo sapere quali sono quelli del restante 1/4 ;)))

    • I soliti che chiunque poteva consigliare al giovane sbarbo che ero: Otis Redding, Stevie Wonder, Aretha Franklin e Marvin Gaye (ma solo dopo che il padre lo mandò al creatore…).
      Era la fine dei 70 e tutti avevano paura della disco !

  4. marktherock

    ah, ok, io al contrario pensavo a chicchette, diciamo così, meno istituzio/convenzionali. Nel mio caso, più dei Blues Brothers, il rap è stato l’illuminazione, il Cicerone che mi ha condotto a ritroso sui sentieri obbligati della black. Il VM dei tempi di Velvet (con Massimo Cotto e Labianca) e i suoi reportage da Porretta Terme fecero il resto. Infine – udite udite – pure Tarantino ha messo mattoncini decisivi per Blaxpoitation e soprattutto Philly Sound. Però un pò di speleologia autoctona l’ho fatta anche da me: tipo, per dire i primi che mi vengono in mente, Billy Paul, Paul Kelly, Lee Moses, Spencer Wiggins, Black Merda me li sono scovati da solo

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