These Songs Were Made For Walkin’: Lee Hazlewood oltre le hit

Lee Hazlewood - The LHI Years

Copertina che parodizza “Electric Ladyland”, è fresca di pubblicazione un’antologia della produzione ’68-’71 del maestro di Nancy Sinatra. Molte cose insegnò alla figlia di Old Blue Eyes il nostro uomo ma soprattutto e leggendariamente, e quando lei in realtà di anni ne aveva già ventisei, a (parole sue) “cantare come una sedicenne che va a letto con camionisti quarantacinquenni”. Quale canzone, vi basta non essere marziani per saperlo: quella These Boots Are Made For Walkin’ eternamente ritornante (ultimamente sui nostri schermi televisivi come colonna sonora di una pubblicità fra le più martellanti) da quel fatidico 1966, nella versione originale o in una delle innumerevoli riletture. Inno primigenio di ogni riot grrrl che si rispetti e pregasi misurare la distanza immensa che la separa, per dire, da una He Hit Me (It Felt Like A Kiss) fra i capolavori di regia di quel Phil Spector cui Hazlewood aveva in precedenza insegnato un trucco o due (fermarsi un attimo a considerare come la prima sia stata scritta da un uomo e la seconda da una donna sarebbe piuttosto interessante ma sfortunatamente ci porterebbe fuori tema). Sempre a Nancy questo paradossalmente misconosciuto eroe della popular music offriva in quello stesso anno Sugar Town (un peana all’LSD e non se ne accorgeva nessuno! un numero cinque nella classifica USA dei singoli) e nel 1968 Some Velvet Morning, direttamente un classico della psichedelia. Per il primo e il terzo dei brani menzionati i più si ricordano ancora del loro autore e non basta, perché stiamo parlando anche e forse soprattutto di colui che scoprì tanto Duane Eddy che Gram Parsons. Di un Burt Bacharach country, di un rivale di prima grandezza di Johnny Cash, di un antesignano di Leonard Cohen coverizzato dai Vanilla Fudge e dai Thin White Rope, dagli Slowdive e dai Primal Scream, da Lydia Lunch e dai Jesus And Mary Chain, da Beck, dagli Einsturzende Neubauten e persino dagli Entombed e dai Megadeth. Idolatrato da Nick Cave e dai Tindersticks, dai Lambchop e dai Sonic Youth. Da Steve Shelley in particolare fra questi ultimi ed era per la sua Smells Like Records che, sul finire dei ’90, vedevano la luce le ristampe di alcuni dei suoi LP più oscuri e brillanti, primo fra tutti “Cowboy In Sweden”, e cominciava una generale riscoperta cui purtroppo era la scomparsa nel 2007 del Nostro (di poco preceduta dall’uscita del beffardamente testamentario “Cake Or Death”) a dare un più forte impulso.

Licenziato dalla benemerita Light In The Attic e promesso come prima perla di un’autentica collana, “The LHI Years: Singles, Nudes & Backsides (1968-71)” potrebbe contribuire in misura decisiva, dopo che già tanto avevano fatto nel 2002 “These Boots Are Made For Walkin’: The Complete MGM Recordings” (Ace) e nel 2008 “Strung Out On Something New: The Reprise Recordings” (Rhino Handmade), a cancellare definitivamente l’ignorante pregiudizio che vuole Lee Hazlewood autore di due canzoni indubbiamente epocali ma nulla di più. Splendido libretto curato dall’ex-dipendente, discepolo e amico Wyndham Wallace, il CD preleva i suoi diciassette titoli (ecco, qualcuno in più non sarebbe dispiaciuto) da alcuni singoli e da quattro 33 giri (il già nominato “Cowboy In Sweden” e poi “The Cowboy & The Lady”, “Forty” e “Requiem For An Almost Lady”) pubblicati in origine da un’etichetta che il nostro eroe aveva fondato proprio mettendo a buon profitto i proventi delle collaborazioni con la Nancy.

Ciascuna delle quali vale artisticamente non granché di più di una The Bed degna della saga dell’Uomo in Nero e di una The Night Before che si segnala fra i più rimarchevoli apocrifi coheniani di sempre, dello spiritual laico Sleep In The Grass e dell’incantesimo di folk minimale If It’s Monday Morning, del beat barocco Victims Of The Night o di una Trouble Maker torpidamente alla Jacques Brel. Pare impossibile che di canzoni così si fosse persa la memoria, che quasi nessuno le avesse ascoltate a loro tempo.

Pubblicato per la prime volta su “Il Mucchio”, n.694, maggio 2012.

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2 commenti

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2 risposte a “These Songs Were Made For Walkin’: Lee Hazlewood oltre le hit

  1. Grazie Venerato, era un po’ di tempo che volevo fare la conoscenza di questo autore di canzoni contro il panico, come dicono i Baustelle almeno…

    • marktherock

      a parte il superclassico “Nancy & Lee”, “Cowboy in Sweden” è un discone che ogni estimatore dello Scott Walker solista dei primi quattro album, del Cohen meno autorale e più oscuro, del Re Inchiostro non della prima ma della seconda se non della terza maniera, di discepoli ossequiosi come Tindersticks e Jack dovrebbe obbligatoriamennte ascoltare

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