Archivi del mese: febbraio 2015

Marilyn Manson – The Pale Emperor (Hell, etc.)

Marilyn Manson - The Pale Emperor

Peccato. Avevo in testa un incipit perfetto per questa recensione ed era una cosa così: magari sarò io che non ho più l’età per Marilyn Manson (non che l’abbia mai avuta) ma nemmeno lui ce l’ha più, per fare Marilyn Manson. E vai con le ironie sul God of Fuck ormai sul lato sbagliato dei quaranta e sulla scelta, rivelatasi preveggente, di puntare tutto, come i Kiss, sul trucco. Vai con l’evocazione dei dubbi fasti passati, quando una versione da grand guignol, e palesemente meno ispirata dell’originale per quanto da esso legittimata, di Trent Reznor bastava a scandalizzare con blasfemie spicciole certa Amerika bigotta e scema, persino a impaurirla. Peccato, peccato sul serio ch’io non riesca a togliermi un vizio da cui certi colleghi (colleghi… oddio…) sono sempre stati palesemente immuni: quello di ascoltare i dischi prima di scriverne. Ascoltarli a lungo, ascoltarli con attenzione e dedicandogliene tanta di più quanto più mi hanno spiazzato. Insomma: ero partito con l’idea, che mi divertiva assai, di stroncare Marilyn Manson e mi ritrovo non direi a incensarlo ma ad applaudirlo sì. Con convinzione.

Lo dicono tutti e per quanto io, lo ammetto, non abbia fatto girare tutti quelli usciti nel frattempo mi accodo: il migliore lavoro dell’uomo nato Brian Hugh Warner dacché eravamo ancora nel Novecento. Da “Mechanical Animals”, che è dal ’98, se non da “Antichrist Superstar”, che è di due anni prima e, via, si può anche avere. Non solo in quanto testimonianza di un fenomeno di costume ma per un sound indubbiamente di impatto e una scrittura scaltra nel miscelare metal e new wave, attitudine dark e industrial adattata alle masse. Lì Marilyn Manson era vincente perché, pur puntando moltissimo sul personaggio, non dimenticava il musicista e il musicista qualche numero dimostrava di averlo. Con “The Pale Emperor” torna a vincere perché il costume da supereroe negativo viene appeso (per sempre?) al chiodo e ci si concentra sulle canzoni. Ce ne sono di ottime in un album teso e coeso e che, se è furbo, lo è giusto nel calare subito alcune delle carte migliori del mazzo: una Killing Strangers massiccia e contemporaneamente elastica, con uno zing di chitarre taglienti e insieme il semi-inedito swing di un passo ondeggiante; una Deep Six dall’arpeggiante evocativo all’incalzante nel tempo di un respiro e quindi felicemente ostaggio di un riffone che squassa; una Third Day Of A Seven Day Binge che pagherei per sentirla ancora da un Iggy Pop una cosa così. Da lì al fondo la tensione non cala mai più di tanto e, quel che è più notevole, per restare alta non è ai volumi che si affida bensì alle atmosfere, a un gioco sapiente di arresti e ripartenze e rilasci. Un’altra cosa che dicono tutti o quasi è che questo è il disco “blues” di Marilyn Manson e, aggiungendo un tot di virgolette alla definizione, ci sta e ci sta sempre di più, tornando a sottrarre virgolette, man mano che ci si avvicina al congedo squisitamente malevolo di Odds Of Even. Ditemi voi se, fatta la tara (ma anche no) a un synth minaccioso, Birds Of Hell Awaiting non è una novella Riders On The Storm, il nostro eroe che sceglie di reincarnarsi Re Lucertola invece che Alice Cooper. Gioco, partita, incontro.

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The Church – Further/Deeper (Unorthodox/MGM Australia)

The Church - Further Deeper

Disappunto da parte mia alla notizia dell’uscita di un nuovo disco dei Church, indotto dalla consapevolezza improvvisa che da molto non ne facevo girare uno e dal ricordo di quanto mi fosse piaciuto nel 2009 “Untitled #23”. “Chissà quanti me ne sono persi”, ho pensato, solo per poi verificare che non mi ero perso nulla. Sorprendentemente per un gruppo che non aveva mai messo più di tre anni fra un album e l’altro e che dal 2002 al 2009 mai aveva mancato l’appuntamento con una prova in studio, con costanza notevole e tanto di più se si considera che Steve Kilbey e soci sono in giro dal 1980. Nemmeno in quello che il leader chiama il suo “decennio perduto” – i ’90, gli anni della dipendenza da eroina – il passo rallentò più di tanto. C’era nondimeno una ragione per un’attesa così lunga, e che ragione! Manca all’appello il chitarrista Marty Wilson-Piper, uno dei fondatori del quartetto australiano e da sempre quasi un pari del capobanda: perdita grave quanto basta da giustificare uno scioglimento e vi è chi ha rimproverato al cantante (e bassista) di non avere fatto di questo l’ennesimo (quattro solo dal 2009!) lavoro da solista. Errando: “Further/Deeper” è a tutti gli effetti un disco dei Church.

Disappunto da parte mia ai primi ascolti di un album comunque un po’ troppo lungo (oltre sessantasei minuti) per non contare che dodici tracce e apparentemente un po’ dispersivo. Passaggio dopo passaggio l’opera è parsa però mettersi a fuoco, forte di un suono al familiare incrocio fra folk-rock, pop psichedelico e new wave ma con tante di quelle variazioni sul tema da non avere ancora stancato dopo tutto questo tempo. Manca – questo sì – il pezzo alla Under The Milky Way, capace di conquistare al culto nuovi fedeli.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.359, gennaio 2015.

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Audio Review n. 360

Audio Review 360

È in edicola dallo scorso sabato il numero 360 di “Audio Review”. Include mie recensioni degli ultimi album di  2:54, Belle And Sebastian, Maggie Björklund, D’Angelo, Deerhoof, Deptford Goth, Ghostface Killah, Hookworms, Horse Feathers, Bettye LaVette, Lupe Fiasco, Panda Bear, Smoke Fairies, Sound Of Yell e Swamp Dogg. Nella rubrica del vinile ho scritto di Nick Cave e Nina Simone.

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John McLaughlin va in India (l’avventura di Shakti)

Shakti - Natural Elements

Ci si perde nella biografia – fatta tutta di storie di musica, nessuno spazio per pettegolezzi o scandali – dell’uomo cui Miles Davis tributò il più grande e definitivo degli omaggi, intitolando con le sue generalità la traccia più breve (in origine in chiusura di terza facciata) delle sei in tutto che danno vita al monumentale “Bitches Brew”: John McLaughlin. Ci si perde e ogni tanto si sobbalza: sapevo da sempre ad esempio che costui può vantarsi di avere dato lezioni di chitarra al di poco più giovane (1944; il Nostro è del ’42) Jimmy Page ma solo in tempi relativamente recenti sono venuto a conoscenza di una sua jam notturna di sei ore datata 25 marzo 1969 con Jimi Hendrix, ai Record Plant di New York. Pare interamente registrata e che bella cosa sarebbe se, al di là dei vari più o meno corposi frammenti apparsi su dischi pirata e non solo (su YouTube se ne trova un estratto che sfiora i ventotto minuti), qualcuno provasse a metterci mano ed editarla. Nei limiti del divertissement non concepito per diventare di pubblico dominio da quanto ho avuto modo di sentire balenano intermittentemente bei guizzi e per certo di Hendrix nei decenni ci sono state inflitte performance più approssimative. Se solo fosse ancora vivo un Teo Macero… Ma soprattutto: se solo quel principio di collaborazione avesse trovato sviluppo! Altra legna aggiunta al fuoco della leggenda di un chitarrista – è di McLaughlin che sto parlando – che ha fatto scuola negli ambiti più impensati e basti dire che Greg Ginn, dei campioni di hardcore punk Black Flag, ha dichiarato che ascoltarlo cambiò per sempre il suo modo di pensare musica. Il che incuriosisce almeno quanto l’apprendere che uno spirito invece apparentemente affine quale Frank Zappa pur ammirandone la prodigiosa tecnica avanzava qualche riserva sulla tendenza a suonare con il piede pigiato sempre sull’acceleratore e, soprattutto, sull’influenza avuta su schiere di strumentisti che quella tecnica se la sono ben studiata ma l’hanno poi resa un qualcosa di fine a se stesso. Ironico che a rimarcarlo sia stato proprio Zappa, che analogamente di pestiferi e onanisti epigoni fece e continua a far collezione, ma come dargli torto? Epperò, come osservavo un po’ di anni fa scrivendo in questa stessa rubrica dell’esordio della Mahavishnu Orchestra datato 1971, “The Inner Mounting Flame”, non è giusto che le colpe dei figli ricadano sui padri. Così come non si può dannare “Sgt. Pepper’s” addebitandogli le schiere di pessimi emuli baroccheggianti o viceversa vittime dell’insostenibile leggerezza del floreale, non si può sminuire o peggio vilipendere quell’epocale debutto a causa di tutti quei dischi venuti dopo nei quali l’incontro nei suoi solchi fantasticamente eccitante fra rock e jazz si farà maniera, le prodezze strumentali lì al servizio di un fuoco d’artificio di idee null’altro che deleterio virtuosismo. Tanta flaccida fuffa che andrà sotto il nome di fusion, e che si vuole discenda da qui, si situa paradossalmente all’esatto opposto di un sound viceversa vorticoso e magmatico, al netto di qualche parentesi estatica.

Al jazz dapprincipio elettrico John McLaughlin arrivava partendo da quel blues revival britannico di cui era stato, collaborando fra gli altri con Alexis Korner, Graham Bond e Ginger Baker, uno dei nomi di punta. Quando nel 1968 si trasferiva a New York, convocato da Tony Williams, la sua valenza era ormai tale da impressionare per l’appunto Davis, che lo vorrà con sé in un poker storico di album comprendente prima di “Bitches Brew” “In A Silent Way” e a seguirlo “A Tribute To Jack Johnson” e “On The Corner”. Contemporaneamente il nostro uomo licenziava in proprio un altro dei classici del primo jazz-rock, “Extrapolation”, atto d’apertura di una vicenda solistica che avrà un vertice di ispirazione e popolarità nei primi ’70 proprio con una Mahavishnu Orchestra che sin dal nome tradiva la passione dell’artista dello Yorkshire per la cultura indiana. Da lì a qualche anno ancora approfondita con il progetto Shakti ed ecco, nessuno quei dischi ha invece mai provato a imitarli. Tre in tutto (un quarto a nome Remember Shakti servirà da riepilogo, punto e congedo due abbondanti decenni dopo) che con la loro fusione acustica e non elettrica di jazz e musica indiana, dominata però da quest’ultima (chi ne sa osserva che la parte indiana del melange è a sua volta intreccio di due differenti tradizioni, l’industana e la carnatica), fanno capitolo a sé anche nel romanzo degli incontri fra musiche occidentali e “altre” e sono rimasti un qualcosa di unico.

L’occasione per parlarne è offerta dalla fresca ristampa approntata dalla Speakers Corner di quello che fu, nel 1977, il terzo, vale a dire “Natural Elements”. Il più accessibile di tutti bizzarramente risultava di gran lunga il meno venduto, non entrando nemmeno nella classifica jazz di “Billboard” laddove i predecessori avevano fatto capolino nei Top 200 di quella generalista, e la Columbia, abituata a riscuotere da McLaughlin ben altri dividendi, diceva basta. Ma forse sarebbe finita lì comunque, giacché ascoltata di seguito la trilogia disegna un percorso che era giunto al suo naturale compimento e ogni ulteriore puntata avrebbe corso il rischio di svelarsi pletorica. Nell’esordio “Shakti With John McLaughlin”, pubblicato a inizio ’76 ma registrato dal vivo nel luglio ’75 durante un concerto in un college del Long Island, un brano poco sotto i cinque minuti funge da meditativo interludio fra due furiose cavalcate rispettivamente di diciotto e addirittura ventinove, raga a rotta di collo e di rado musica acustica è parsa tanto elettrizzante. Datato sempre ’76 e inciso invece in studio, “A Handful Of Beauty” di brani ne regala sei di durata compresa fra i tre e i quindici minuti e risulta meno ustionante, più lirico, con un po’ più di Occidente nei solchi. Otto tracce e le due più lunghe non arrivano che a sette minuti, “Natural Elements” proseguiva nella medesima direzione, privilegiando la composizione all’improvvisazione e ponendo felicemente la stellare tecnica dei musicisti (ad affiancare il leader il violinista L. Shankar, il tablista Zakir Hussain e il percussionista T.H. Vinayakram) al servizio di una tavolozza maggiormente variegata e di brani di fruibilità per niente difficoltosa. Può partire da qui e poi andare a ritroso chi non conosce e si è incuriosito.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.357, novembre 2014.

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Walk Away Renée: il pop-barock dei Left Banke

The Left Banke - Walk Away Renée Pretty Ballerina

Un successo in Gran Bretagna non per gli interpreti originali bensì (con due anni di ritardo) per i Four Tops, riletta da Rickie Lee Jones come da Billy Bragg, da Southside Johnny e dai Lotion, da Marshall Crenshaw ma pure da Eric Carmen, eseguita dal vivo da Tori Amos come da Bon Jovi, omaggiata indirettamente dai Boston e direttamente dai Belle And Sebastian (mai avrei immaginato di citarli nella stessa frase), Walk Away Renée è un incantesimo senza tempo di centosessantadue secondi che lascia immancabilmente stupefatti, al centesimo ascolto più che al primo. Naturalmente si può provare a sezionarlo. Notando la raffinatezza di archi ben presenti ma mai straripanti, lodando lo struggente quanto essenziale assolo di flauto che ne occupa il centro, esaltando il modo in cui l’harpsichord caratterizza memorabilmente l’arrangiamento dall’inizio alla fine, evidenziando il ruolo giocato dal basso con una melodia discendente che ha anch’essa del sublime. Ma nessuna analisi musicologica potrà mai davvero spiegare ciò che appartiene all’ineffabile, l’emozione che attanaglia trasmettendo, al di là delle parole, che non di una serenata si tratta ma di un addio. A un ideale di donna angelicata e dunque per definizione irraggiungibile. All’innocenza dell’infanzia. Quando la scrisse Michael Lookofsky Brown, che dei newyorkesi Left Banke provò a essere il Brian Wilson e rischiò di divenire – ante litteram – il Syd Barrett, aveva sedici anni. Accoppiata a un lato B frizzante di tribalismi beatlesiani quale I Haven’t Got The Nerve (carinissimo, ma che nel confronto viene sotterrato), Walk Away Renée raggiungeva i negozi in forma di 45 giri griffato Smash (una succursale Mercury) nel luglio 1966. Quando qualche settimana più tardi entrava nei Top 10 USA (la sua ascesa si arresterà alla quinta posizione) i ragazzi venivano sollecitati a tornare in studio da un’etichetta ansiosa di monetizzare ulteriormente con un altro singolo e un album. Appena rientrato assolutamente nolente da una fuga californiana e ancora stravolto di frustrazione amorosa, il giovane Mike non si faceva pregare per riprendere in mano la penna. Melodia lieve quanto è svelto il passo e orchestrazione sofisticata per la quale di nuovo dobbiamo ringraziare un geniale John Abbott, atmosfera sapientemente incantatoria, Pretty Ballerina verrà rifatta dagli Eels, da Alice Cooper, da John Mellencamp, dai Bluetones e pure dai Dickies (immancabilmente un sigillo di grandezza). Era un numero 15 a inizio ’67, nelle settimane in cui si poneva mano a un LP furbescamente intitolato dalla Smash mettendo assieme i titoli dei due brani portanti.

E però non credete a chi racconta “Walk Away Renée/Pretty Ballerina” come un album di due canzoni favolose e nove di contorno. Chi lo sostiene è sordo o non vuole intendere. Per quanto monumentali quei due brani là, li si togliesse il disco resterebbe una gemma, forte del beat che riesuma il doo wop di She May Call You Up Tonight e di una Barterers And Their Wives più prossima a Purcell che a Elvis; della pepperiana prima del Sergente Let Go Of You Girl e di una What Do You Know da prestare ai Byrds country; di una Shadows Breaking Over My Head spendibile come outtake di “Forever Changes” ma pure, e forse soprattutto, delle spiazzantemente garagistiche Evening Gown e Lazy Day. Quest’ultima (retro di Pretty Ballerina!) da sottoporre a quelli che nella migliore delle ipotesi catalogano i Left Banke sotto “pop-baroque” (o “baroque’n’roll”) e nella peggiore li schifano, confondendoli con quell’effimera voga della bubblegum music con la quale niente ebbero mai a spartire. Né dovreste prestare troppa fede (l’invito naturalmente è a verificare di persona l’infondantezza di tale tesi) a quanti dicono che i Left Banke del secondo LP, già praticamente orfani dell’estro sofferente di Brown, vadano derubricati a curiosità d’epoca o poco più. Dato alle stampe sempre dalla Smash nel novembre 1968, “Too” è a mio giudizio da promuovere senza riserve, pur essendo quantitativamente modesto il contributo che gli offriva Brown. Sono due canzoni su nove – una Desirée colpita al cuore da archi ostinati; una circense In The Morning Light – e sono belle ma non le più belle: almeno, non più del valzer Sing Little Bird Sing e non quanto una Goodbye Holly non banalmente alla maniera di “Pet Sounds”, una Bryant Hotel degna dei Kinks più stellari, un’onirica Dark Is The Bark (da urlo l’inserto di corno) e specialmente una There’s Gonna Be A Storm superacida e super British. Tant’è che gli XTC travestiti da Dukes Of Stratosphear saranno persino sfacciati nell’eleggerla a modello. Ai cori in quattro episodi, Steve Tallarico-non-ancora-Tyler degli Aerosmith faceva qui il suo esordio discografico e si stenta a crederlo. “Too” vendeva qualcosa meno di nulla e dei Left Banke non si tornerà a parlare che in pieni anni ’80, in epoca di Sixties revival, dapprima con qualche riserva per via dell’impiego massiccio di turnisti sul primo album (peccato peraltro addebitabile pure a Byrds e Chocolate Watchband, per non fare che due nomi), poi con entusiasmo crescente, non minato da un orribile terzo LP semi-apocrifo e dell’86 intitolato “Strangers On A Train”.

Chissà che la benemerità Sundazed – catalogo prodigo di meraviglie per gli amanti dei ’60 e stampe capaci di soddisfare il più esigente degli audiofili a prezzi vivaddio che qualunque portafoglio può permettersi – non riediti un giorno in sacro vinile l’unico, omonimo 33 giri (datato 1969) del gruppo successivo di Mike Brown, i Montage: disco tagliato dalla medesima stoffa neoclassica delle due canzoni più celebri del leader. Per intanto ha da circa un anno reso disponibili i due Left Banke, facendo una volta di più cosa buona e giusta.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.341, marzo 2013.

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Belle And Sebastian – Girls In Peacetime Want To Dance (Matador)

Belle And Sebastian - Girls In Peacetime Want To Dance

Girls just wanna have fun? Ci può stare, a maggior ragione se l’atmosfera in cui siamo immersi è bigia tendenza tempestoso e la vita ultimamente con te non è che sia stata gentilissima. Aveva voglia di divertirsi, presumibilmente, soprattutto Stuart Murdoch, per il quale gli anni – ben cinque; mai in precedenza uno iato sì lungo fra due album della compagine di Glasgow – che hanno separato questo disco nuovo dal precedente “Write About Love” sono risultati particolarmente faticosi, per via di una sua particolare condizione clinica. Ne avrete forse letto e in ogni caso non è interessante qui spendersi al riguardo. Meglio rispondere subito all’ovvia domanda: ma si diverte pure chi ascolta? Boh. Sì. Insomma. Abbastanza.

Gruppo da sempre piuttosto prevedibile i Belle And Sebastian, sin dacché il semiclandestino “Tigermilk” nel lontano 1996 delineava immediatamente un canone e un sound di istantanea riconoscibilità. Elementi fondanti i Love di “Forever Changes” e i Velvet “innocenti” del terzo album, i Byrds e gli Smiths, i Go-Betweens, certo Nick Drake crepuscolare ma non ancora disperato, certa Motown, certa Sarah. Naturalmente, quella scuola scozzese griffata Postcard (Aztec Camera e Orange Juice molto più dei Josef K) che tre lustri prima si era scelta, negli anni ’60, i medesimi numi tutelari. Era la quintessenza del pop da cameretta e a fare la differenza era la qualità della scrittura: stellare. Sempre. E importava poco allora, e anzi nulla, che i dischi si somigliassero un po’ tutti. Stiamo parlando di un gruppo talmente grande da rifulgere persino nei momenti più disimpegnati, da abbagliare pure con gli scarti di lavorazione e chiamo a testimonianza di ciò che uno degli articoli più riusciti del catalogo sia “Push Barman To Open Old Wounds”, una raccolta (doppia!) di brani disseminati in origine fra una marea di singoli ed EP. Un’unica volta i nostri eroi erano usciti un po’ dal seminato ma non faceva testo, siccome “Storytelling” – lì Bacharach è particolarmente sugli scudi, si frequenta la lounge, si azzarda il rock’n’roll più schietto, addirittura ci si diverte con certo erotismo all’italiana – nasceva come colonna sonora. E per quanto risulti comunque gradevole resta l’album dei Belle And Sebastian cui si può serenamente rinunciare se non si è cultori terminali. Tipo il sottoscritto.

Poco insomma a oggi poteva preparare a quanto capita di ascoltare in “Girls In Peacetime Want To Dance” dopo il depistante, scanzonato jingle jangle di Nobody’s Empire e una squillante Allie. A partire da una programmatica The Party Line fra dance e new wave (ma più dance) e continuando con una Enter Sylvia Plath clamorosamente disco (idem Play For Today, ma un po’ alla Gainsbourg e un po’ alla Arcade Fire), una Perfect Couples che si sarebbe potuta ascoltare dai Tom Tom Club, una The Book Of You melodicamente sfacciata. Quando a fondo corsa Today (This Army’s For Peace) si offre invece sognante e vagamente psych il dubbio che fino a quel momento si sia spesso scherzato viene. Non giova un minutaggio oltre l’ora, non giova una scaletta che sa di casualità e lascia l’impressione che cambiando l’ordine degli addendi la somma sarebbe cambiata eccome. Però dirlo un passo falso sarebbe troppo. Sotto media, ma la media era altissima.

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Blow Up n.201

Blow Up

È in edicola dallo scorso fine settimana il numero 201 di “Blow Up”. Ho contribuito con un lungo articolo sulle star di copertina di questo mese, i Decemberists.

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