Archivi del mese: febbraio 2015

Kick Out The Drums! Come Tony Williams rivoluzionò la batteria, il jazz e il rock

La scorsa settimana un lettore di VMO è intervenuto commentando, molto acutamente, un post di quasi tre anni fa su Herbie Hancock. Citava Tony Williams e, leggendolo, improvvisamente mi è tornato in mente che a costui dedicai un articolo in uno dei primi numeri (quello con cui la rivista esordì in edicola, se non ricordo male) di “Blow Up”.

Tony Williams

Mi sconvolse. Ascoltarlo mi fece tornare l’entusiasmo per la musica. Capii immediatamente che sarebbe diventato uno dei più cattivi figli di puttana che mai si siano seduti dietro una batteria… Illuminò d’immenso chiunque in quel quintetto. Mi fece suonare così tanto che finii per dimenticarmi dei dolori all’anca che mi stavano tormentando. Giunsi presto alla conclusione che con Tony potevamo fare qualunque cosa desiderassimo. Fu sempre la chiave di volta del suono del gruppo. Era qualcosa di speciale.

Non sono molte le persone per le quali Miles Davis spende parole gentili nella sua autobiografia. Persino raccontando del primo mentore, Charlie Parker, non risparmia frecciate o critiche anche dure. Ma quando l’argomento è Tony Williams… Davis lo vide suonare a New York con Jackie McLean e decise istantaneamente che l’avrebbe scippato al sassofonista. Nel giro di qualche mese, complice la dissoluzione del quintetto che aveva allineato J.J. Johnson, Wynton Kelly, Paul Chambers e Jimmy Cobb, ci riuscì. Dopo un brevissimo interregno i defezionari venivano sostituiti da George Coleman, Herbie Hancock, Ron Carter e Tony Williams. E sapete una cosa? Era quest’ultimo a dettare le direttrici di marcia. Chiese e ottenne che Coleman, il cui suono giudicava troppo pulito, venisse allontanato. Davis lo sostituì con Wayne Shorter e prese così forma il suo quintetto più celebrato di sempre, quello che lo accompagnò fino al 1968, congedandosi con “Filles De Kilimanjaro”, disco-ponte verso l’epocale svolta di “In A Silent Way”. È “Seven Steps To Heaven” l’album che dovete procurarvi per ascoltare le prime incisioni del quintetto, ancora con Coleman. Nei tre brani su sei in cui compare è la batteria di Williams la grande protagonista, torrenziale e nel contempo elegante, spiritata ma sempre pronta, già in esemplare simbiosi con il basso di Ron Carter, a fare da raccordo fra Miles e Coleman. Occhio alla data di registrazione: 14 maggio 1963. Essendo nato il 12 dicembre 1945, Tony Williams aveva diciassette anni e mezzo. Insomma: un enfant prodige. Non sono un esperto, ma non mi sovviene il nome di un altro gigante del jazz il cui stile fosse perfettamente formato in così giovane età.

Non è però preposto a cantare le lodi del Tony Williams che svolse un ruolo forse determinante nel portare Miles Davis a “In A Silent Way”, e che meriterebbe una riflessione a parte, questo breve articolo. È invece un’apologia del Tony Williams che si sfilò proprio all’altezza di quel disco, in cui è ancora presente, per andare a fare la sua cosa.

Volevo indirizzarmi verso qualcosa del tutto diverso da quanto fatto con Miles. Avevo ascoltato parecchio Hendrix e mi piaceva tantissimo. Mi piacevano anche i Cream e gli MC5. Il mio modo di suonare si era fatto via via più aggressivo ed era quella la direzione che desideravo seguire.

Nel maggio 1969, tre mesi prima che Miles Davis mettesse mano a “Bitches Brew”, il suo ex-batterista entrò in studio con il chitarrista John McLaughlin e l’organista Larry Young (aka Khalid Yasin). In due-giorni-due (“I due giorni che cambiarono il mondo! O quantomeno il corso del jazz”, ha scritto Simon Hopkins su “The Wire”) i neonati Tony Williams Lifetime incisero un doppio: 71 minuti di rivoluzione. Prima che l’anno finisse “Emergency!” raggiungeva i negozi.

Annota Ralph J. Gleason, al solito acutissimo: “È come se l’autunno del 1945 sfumasse nell’estate del 1969 e le innovazioni ritmiche, armoniche e melodiche del bebop di Charlie Parker si fondessero con il ruggito blues all’acetilene di Jimi Hendrix e dei Cream. Ma a ben vedere ‘Emergency!’ più che rock è jazz suonato ad alto volume e con attitudine progressiva”. Un’attitudine che naturalmente alla critica jazz non piacque (l’avete già sentita questa storia, eh?). Pur essendoci abituati, si resta esterrefatti di fronte alla sordità di chi non seppe percepire la grandezza di un brano come la title track, stupendo gioco di incastri fra una batteria rutilante, una chitarra al crocevia fra blues, hard, jazz e America Latina e un organo che parte da Jimmy Smith per approdare a John Coltrane. In Where sul bordone creato da Young, che vira poi verso lidi augeriani, la voce di Williams ha incongrui accenti proto-canterburiani, mentre in Spectrum e in Sangria For Three ci si avventura ancora più sorprendentemente su traiettorie analoghe a quelle percorse in contemporanea, ma sull’altra sponda dell’Atlantico, dai primi King Crimson. Se non è fragorosa quanto quella di Fripp in 21st Century Schizoid Man, la chitarra di McLaughlin è nondimeno tutta uno spigolo.

In “Turn It Over”, di un anno successivo, echi del Re Cremisi sono ancora presenti (clamorosi nell’incipit di Big Nick) ma ci si stupisce meno a questo punto, anche perché la squadra, essendosi aggiunto il basso di Jack Bruce, si era fatta per metà britannica. La copertina, tutta nera, ricorda quella di “White Light White Heat” dei Velvet. Il dittico capolavoro Vuelta Abajo/A Famous Blues fa collidere il Jimi Hendrix della Band Of Gypsys con i Funkadelic in delirio lisergico di “Maggot Brain”. “Fu la mia versione di ‘Kick Out The Jams’”, diceva Tony Williams del secondo LP dei Lifetime.

Mi tocca fare breve una storia che sarebbe stata degna di ben maggiore approfondimento (ma tant’è, lo scopo era quello di incuriosirvi). Ripudiati dalla scena jazz statunitense i Lifetime nell’autunno del 1970 cercarono e trovarono gloria in Gran Bretagna. Tornarono però alla base orfani proprio di John McLaughlin e di Jack Bruce. In “Ego”, Williams sostituì il primo con Ted Dunbar, rinnovando nello stesso tempo il sodalizio con Ron Carter e aggiungendo due percussionisti all’organico. Con “The Old Bum’s Rush”, pubblicato nel 1973 (dalla Polydor, come i tre predecessori), l’agonia dei Lifetime, lasciati anche da Larry Young, giungeva a compimento. Eppure sono due LP bellissimi, prodighi di brani memorabili. Come lo spettacoloso assolo di Some Hip Drum Shit. Come The Urchins Of Chermese, jazz psichedelico in aria di Colosseum. O ancora Watcha Gonna Do Today, una formidabile ballata soul-pop-jazz sulla scia delle cose migliori di Brian Auger con Julie Driscoll, e The Boodang, riff alla Free e tutto il resto alla Funkadelic.

Tony Williams si ritirò dalle scene per due anni e al ritorno, pur restando aperto alla sperimentazione, optò per un jazz più canonico. “Emergency!” e “Turn It Over” sono stati ristampati alcuni mesi fa. Il doppio “Spectrum: The Anthology” ha in scaletta metà del primo, quasi tutto il secondo e larga parte dei due album seguenti ed è a medio prezzo. Williams è morto d’infarto il 23 febbraio 1997, dopo un’operazione chirurgica che avrebbe dovuto essere routinaria.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.7, settembre/ottobre 1998.

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Per Sam Andrew (18 dicembre 1941-12 febbraio 2015)

Janis Joplin e Sam Andrew 1968

“All Is Loneliness la comprammo da questo tizio veramente bizzarro, un ragazzone cieco vestito da antico vichingo che si faceva chiamare Moondog e vendeva musiche e poesie di sua composizione all’angolo fra la Cinquantacinquesima e la Quinta. Così la volta dopo che ci troviamo a New York andiamo a cercarlo e gli raccontiamo che l’abbiamo incisa sul nostro primo lp. E lui: ‘Sì, va bene, ma l’avete fatta in 5/4?’. E noi: ‘Be’, nel nostro gruppo siamo in cinque e questa l’abbiamo registrata in quattro’.” (Sam Andrew)

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Micah P. Hinson – And The Gospel Of Progress (Talitres)

Micah P. Hinson - And The Gospel Of Progress

Ricordavo bene: ero io dieci tondi anni fa a occuparmi su queste colonne dell’esordio dell’allora ventitreenne Micah Paul Hinson, texano di Abilene che si accasava discograficamente nel Regno Unito dopo avere perso la sua casa vera oltre Atlantico, cacciato da una famiglia di fondamentalisti cristiani che non gli perdonava una tumultuosa adolescenza tossica con conseguente galera. All’uscita dal carcere il giovanotto si ritrovava in un colpo abbandonato dalla gnocchissima ma sfortunatamente ancora più drogata fidanzata e diseredato e si risolveva a cambiar aria. Ben gliene verrà e siccome non tutto il male vien per nuocere era proprio l’avventuroso vissuto a fornirgli l’ispirazione per le canzoni che persuadevano la Skechtbook a porlo sotto contratto. E che razza di canzoni! A un ideale crocevia su cui convergevano Beck e Leonard Cohen, Dylan, Will Oldham e magari il primo Tom Waits e degne di venire reinterpretate (ma non era purtroppo già più possibile) da un Johnny Cash. Ne scrivevo benissimo, azzardandomi a scommettere che il ragazzo sarebbe diventato una star. Ho avuto ragione, ma ho avuto torto. Per un verso Hinson ha saputo confermarsi autore di vaglia (performer assai meno, come ebbi modo di constatare restandone parecchio deluso), con una serie di lavori non pregiati quanto il debutto ma nemmeno granché inferiori. Per un altro, non gli è riuscito di andare oltre il culto.

Riedito in una versione per niente Deluxe (appena una bonus a integrare le tredici tracce originali) che calmiererà le quotazioni assurde raggiunte nel tempo dalla prima stampa, l’album conferma la dimensione classica che parve avere da subito. Resta uno dei migliori esempi di cantautorato USA degli anni 2000.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.359, gennaio 2015.

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Marilyn Manson – The Pale Emperor (Hell, etc.)

Marilyn Manson - The Pale Emperor

Peccato. Avevo in testa un incipit perfetto per questa recensione ed era una cosa così: magari sarò io che non ho più l’età per Marilyn Manson (non che l’abbia mai avuta) ma nemmeno lui ce l’ha più, per fare Marilyn Manson. E vai con le ironie sul God of Fuck ormai sul lato sbagliato dei quaranta e sulla scelta, rivelatasi preveggente, di puntare tutto, come i Kiss, sul trucco. Vai con l’evocazione dei dubbi fasti passati, quando una versione da grand guignol, e palesemente meno ispirata dell’originale per quanto da esso legittimata, di Trent Reznor bastava a scandalizzare con blasfemie spicciole certa Amerika bigotta e scema, persino a impaurirla. Peccato, peccato sul serio ch’io non riesca a togliermi un vizio da cui certi colleghi (colleghi… oddio…) sono sempre stati palesemente immuni: quello di ascoltare i dischi prima di scriverne. Ascoltarli a lungo, ascoltarli con attenzione e dedicandogliene tanta di più quanto più mi hanno spiazzato. Insomma: ero partito con l’idea, che mi divertiva assai, di stroncare Marilyn Manson e mi ritrovo non direi a incensarlo ma ad applaudirlo sì. Con convinzione.

Lo dicono tutti e per quanto io, lo ammetto, non abbia fatto girare tutti quelli usciti nel frattempo mi accodo: il migliore lavoro dell’uomo nato Brian Hugh Warner dacché eravamo ancora nel Novecento. Da “Mechanical Animals”, che è dal ’98, se non da “Antichrist Superstar”, che è di due anni prima e, via, si può anche avere. Non solo in quanto testimonianza di un fenomeno di costume ma per un sound indubbiamente di impatto e una scrittura scaltra nel miscelare metal e new wave, attitudine dark e industrial adattata alle masse. Lì Marilyn Manson era vincente perché, pur puntando moltissimo sul personaggio, non dimenticava il musicista e il musicista qualche numero dimostrava di averlo. Con “The Pale Emperor” torna a vincere perché il costume da supereroe negativo viene appeso (per sempre?) al chiodo e ci si concentra sulle canzoni. Ce ne sono di ottime in un album teso e coeso e che, se è furbo, lo è giusto nel calare subito alcune delle carte migliori del mazzo: una Killing Strangers massiccia e contemporaneamente elastica, con uno zing di chitarre taglienti e insieme il semi-inedito swing di un passo ondeggiante; una Deep Six dall’arpeggiante evocativo all’incalzante nel tempo di un respiro e quindi felicemente ostaggio di un riffone che squassa; una Third Day Of A Seven Day Binge che pagherei per sentirla ancora da un Iggy Pop una cosa così. Da lì al fondo la tensione non cala mai più di tanto e, quel che è più notevole, per restare alta non è ai volumi che si affida bensì alle atmosfere, a un gioco sapiente di arresti e ripartenze e rilasci. Un’altra cosa che dicono tutti o quasi è che questo è il disco “blues” di Marilyn Manson e, aggiungendo un tot di virgolette alla definizione, ci sta e ci sta sempre di più, tornando a sottrarre virgolette, man mano che ci si avvicina al congedo squisitamente malevolo di Odds Of Even. Ditemi voi se, fatta la tara (ma anche no) a un synth minaccioso, Birds Of Hell Awaiting non è una novella Riders On The Storm, il nostro eroe che sceglie di reincarnarsi Re Lucertola invece che Alice Cooper. Gioco, partita, incontro.

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The Church – Further/Deeper (Unorthodox/MGM Australia)

The Church - Further Deeper

Disappunto da parte mia alla notizia dell’uscita di un nuovo disco dei Church, indotto dalla consapevolezza improvvisa che da molto non ne facevo girare uno e dal ricordo di quanto mi fosse piaciuto nel 2009 “Untitled #23”. “Chissà quanti me ne sono persi”, ho pensato, solo per poi verificare che non mi ero perso nulla. Sorprendentemente per un gruppo che non aveva mai messo più di tre anni fra un album e l’altro e che dal 2002 al 2009 mai aveva mancato l’appuntamento con una prova in studio, con costanza notevole e tanto di più se si considera che Steve Kilbey e soci sono in giro dal 1980. Nemmeno in quello che il leader chiama il suo “decennio perduto” – i ’90, gli anni della dipendenza da eroina – il passo rallentò più di tanto. C’era nondimeno una ragione per un’attesa così lunga, e che ragione! Manca all’appello il chitarrista Marty Wilson-Piper, uno dei fondatori del quartetto australiano e da sempre quasi un pari del capobanda: perdita grave quanto basta da giustificare uno scioglimento e vi è chi ha rimproverato al cantante (e bassista) di non avere fatto di questo l’ennesimo (quattro solo dal 2009!) lavoro da solista. Errando: “Further/Deeper” è a tutti gli effetti un disco dei Church.

Disappunto da parte mia ai primi ascolti di un album comunque un po’ troppo lungo (oltre sessantasei minuti) per non contare che dodici tracce e apparentemente un po’ dispersivo. Passaggio dopo passaggio l’opera è parsa però mettersi a fuoco, forte di un suono al familiare incrocio fra folk-rock, pop psichedelico e new wave ma con tante di quelle variazioni sul tema da non avere ancora stancato dopo tutto questo tempo. Manca – questo sì – il pezzo alla Under The Milky Way, capace di conquistare al culto nuovi fedeli.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.359, gennaio 2015.

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Audio Review n. 360

Audio Review 360

È in edicola dallo scorso sabato il numero 360 di “Audio Review”. Include mie recensioni degli ultimi album di  2:54, Belle And Sebastian, Maggie Björklund, D’Angelo, Deerhoof, Deptford Goth, Ghostface Killah, Hookworms, Horse Feathers, Bettye LaVette, Lupe Fiasco, Panda Bear, Smoke Fairies, Sound Of Yell e Swamp Dogg. Nella rubrica del vinile ho scritto di Nick Cave e Nina Simone.

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John McLaughlin va in India (l’avventura di Shakti)

Shakti - Natural Elements

Ci si perde nella biografia – fatta tutta di storie di musica, nessuno spazio per pettegolezzi o scandali – dell’uomo cui Miles Davis tributò il più grande e definitivo degli omaggi, intitolando con le sue generalità la traccia più breve (in origine in chiusura di terza facciata) delle sei in tutto che danno vita al monumentale “Bitches Brew”: John McLaughlin. Ci si perde e ogni tanto si sobbalza: sapevo da sempre ad esempio che costui può vantarsi di avere dato lezioni di chitarra al di poco più giovane (1944; il Nostro è del ’42) Jimmy Page ma solo in tempi relativamente recenti sono venuto a conoscenza di una sua jam notturna di sei ore datata 25 marzo 1969 con Jimi Hendrix, ai Record Plant di New York. Pare interamente registrata e che bella cosa sarebbe se, al di là dei vari più o meno corposi frammenti apparsi su dischi pirata e non solo (su YouTube se ne trova un estratto che sfiora i ventotto minuti), qualcuno provasse a metterci mano ed editarla. Nei limiti del divertissement non concepito per diventare di pubblico dominio da quanto ho avuto modo di sentire balenano intermittentemente bei guizzi e per certo di Hendrix nei decenni ci sono state inflitte performance più approssimative. Se solo fosse ancora vivo un Teo Macero… Ma soprattutto: se solo quel principio di collaborazione avesse trovato sviluppo! Altra legna aggiunta al fuoco della leggenda di un chitarrista – è di McLaughlin che sto parlando – che ha fatto scuola negli ambiti più impensati e basti dire che Greg Ginn, dei campioni di hardcore punk Black Flag, ha dichiarato che ascoltarlo cambiò per sempre il suo modo di pensare musica. Il che incuriosisce almeno quanto l’apprendere che uno spirito invece apparentemente affine quale Frank Zappa pur ammirandone la prodigiosa tecnica avanzava qualche riserva sulla tendenza a suonare con il piede pigiato sempre sull’acceleratore e, soprattutto, sull’influenza avuta su schiere di strumentisti che quella tecnica se la sono ben studiata ma l’hanno poi resa un qualcosa di fine a se stesso. Ironico che a rimarcarlo sia stato proprio Zappa, che analogamente di pestiferi e onanisti epigoni fece e continua a far collezione, ma come dargli torto? Epperò, come osservavo un po’ di anni fa scrivendo in questa stessa rubrica dell’esordio della Mahavishnu Orchestra datato 1971, “The Inner Mounting Flame”, non è giusto che le colpe dei figli ricadano sui padri. Così come non si può dannare “Sgt. Pepper’s” addebitandogli le schiere di pessimi emuli baroccheggianti o viceversa vittime dell’insostenibile leggerezza del floreale, non si può sminuire o peggio vilipendere quell’epocale debutto a causa di tutti quei dischi venuti dopo nei quali l’incontro nei suoi solchi fantasticamente eccitante fra rock e jazz si farà maniera, le prodezze strumentali lì al servizio di un fuoco d’artificio di idee null’altro che deleterio virtuosismo. Tanta flaccida fuffa che andrà sotto il nome di fusion, e che si vuole discenda da qui, si situa paradossalmente all’esatto opposto di un sound viceversa vorticoso e magmatico, al netto di qualche parentesi estatica.

Al jazz dapprincipio elettrico John McLaughlin arrivava partendo da quel blues revival britannico di cui era stato, collaborando fra gli altri con Alexis Korner, Graham Bond e Ginger Baker, uno dei nomi di punta. Quando nel 1968 si trasferiva a New York, convocato da Tony Williams, la sua valenza era ormai tale da impressionare per l’appunto Davis, che lo vorrà con sé in un poker storico di album comprendente prima di “Bitches Brew” “In A Silent Way” e a seguirlo “A Tribute To Jack Johnson” e “On The Corner”. Contemporaneamente il nostro uomo licenziava in proprio un altro dei classici del primo jazz-rock, “Extrapolation”, atto d’apertura di una vicenda solistica che avrà un vertice di ispirazione e popolarità nei primi ’70 proprio con una Mahavishnu Orchestra che sin dal nome tradiva la passione dell’artista dello Yorkshire per la cultura indiana. Da lì a qualche anno ancora approfondita con il progetto Shakti ed ecco, nessuno quei dischi ha invece mai provato a imitarli. Tre in tutto (un quarto a nome Remember Shakti servirà da riepilogo, punto e congedo due abbondanti decenni dopo) che con la loro fusione acustica e non elettrica di jazz e musica indiana, dominata però da quest’ultima (chi ne sa osserva che la parte indiana del melange è a sua volta intreccio di due differenti tradizioni, l’industana e la carnatica), fanno capitolo a sé anche nel romanzo degli incontri fra musiche occidentali e “altre” e sono rimasti un qualcosa di unico.

L’occasione per parlarne è offerta dalla fresca ristampa approntata dalla Speakers Corner di quello che fu, nel 1977, il terzo, vale a dire “Natural Elements”. Il più accessibile di tutti bizzarramente risultava di gran lunga il meno venduto, non entrando nemmeno nella classifica jazz di “Billboard” laddove i predecessori avevano fatto capolino nei Top 200 di quella generalista, e la Columbia, abituata a riscuotere da McLaughlin ben altri dividendi, diceva basta. Ma forse sarebbe finita lì comunque, giacché ascoltata di seguito la trilogia disegna un percorso che era giunto al suo naturale compimento e ogni ulteriore puntata avrebbe corso il rischio di svelarsi pletorica. Nell’esordio “Shakti With John McLaughlin”, pubblicato a inizio ’76 ma registrato dal vivo nel luglio ’75 durante un concerto in un college del Long Island, un brano poco sotto i cinque minuti funge da meditativo interludio fra due furiose cavalcate rispettivamente di diciotto e addirittura ventinove, raga a rotta di collo e di rado musica acustica è parsa tanto elettrizzante. Datato sempre ’76 e inciso invece in studio, “A Handful Of Beauty” di brani ne regala sei di durata compresa fra i tre e i quindici minuti e risulta meno ustionante, più lirico, con un po’ più di Occidente nei solchi. Otto tracce e le due più lunghe non arrivano che a sette minuti, “Natural Elements” proseguiva nella medesima direzione, privilegiando la composizione all’improvvisazione e ponendo felicemente la stellare tecnica dei musicisti (ad affiancare il leader il violinista L. Shankar, il tablista Zakir Hussain e il percussionista T.H. Vinayakram) al servizio di una tavolozza maggiormente variegata e di brani di fruibilità per niente difficoltosa. Può partire da qui e poi andare a ritroso chi non conosce e si è incuriosito.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.357, novembre 2014.

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