Oh Lord, Have Marcy. Playground

Qualcuno si ricorda dei Marcy Playground? Dubito. Eppure sono tuttora in pista e ancora, incredibilmente (ma vorrà ben dire che qualche disco lo vendono), su Capitol. Ebbero i loro… nemmeno quindici, no… cinque minuti di fama all’incrocio fra il vecchio secolo e il nuovo e per quanto mi riguarda continuo a considerare i loro primi due album due gioiellini di pop con le chitarre all’americana. Recensivo benissimo il secondo, “Shapeshifer”, sull’allora settimanale “Il Mucchio” e qualche numero dopo scrivevo questo breve articolo, a corredo di un’intervista raccolta da Alessandro Besselva. Finivano pure in copertina, ma era una copertina dimezzata, divisa a metà con i Delgados. Che sfigati, eh?

Marcy Playground - Shapeshifter

A essere fatalisti, si potrebbe pensare che il destino di “Shapeshifter”, album numero due per i newyorkesi di adozione Marcy Playground, fosse già scritto nella data in cui vedeva la luce negli Stati Uniti (in Europa è uscito soltanto lo scorso 10 aprile): 2 novembre 1999. Giorno dei defunti. Avesse raggiunto i negozi ventiquattr’ore prima, il giorno dei Santi, magari le cose sarebbero andate diversamente. Chissà… Quel che è certo, vista la sfortuna che li perseguita, è che John Wozniak e compagni dal farsi benedire da schiere di santi di ogni culto potrebbero ricavare qualche giovamento. Nominatemi un altro gruppo accasatosi da subito presso una major che ha visto non una ma due case discografiche chiudere i battenti, fagocitate da altre compagnie, in corrispondenza con la pubblicazione dei suoi dischi. Era accaduto nel 1997, quando a quattro mesi dall’uscita di “Marcy Playground” la EMI americana sbaraccava. Le vendite più che soddisfacenti di quell’album (alla fine disco d’oro negli USA, anche grazie a un singolo, Sex And Candy, per tredici settimane al vertice della classifica di rock alternativo di “Billboard”), inducevano la Capitol a rilevare il contratto e a ristampare il CD, promozionandolo adeguatamente. Avrebbe probabilmente fatto lo stesso con “Shapeshifter” non fosse stata nel frattempo inglobata dalla Time-Warner per la quale, a quanto pare, un gruppo che all’esordio ha piazzato oltre mezzo milione di copie non è sufficientemente appetibile. E così, come conferma il vistoso ritardo con cui l’album è stato pubblicato da questa parte dell’Atlantico, attualmente i Marcy Playground sono in un limbo. Aggiungete a riscontri commerciali per ora modesti (come stupirsene?) qualche sfiga ordinaria, tipo un tour dicembrino interrotto per malanni di stagione assortiti, e comprenderete come i menagrami che pronosticano una pronta sparizione dei nostri eroi dalle carte topografiche del rock suonino quasi pletorici nelle loro argomentazioni. Se è indiscutibile che il potenziale commerciale del trio appare immenso e non sfruttato finora che modestamente, è non meno vero che la storia del pop chitarristico a stelle e strisce è piena di analoghe vicende (basti pensare a Big Star e dB’s) di gruppi che avevano tutto per diventare ricchi e famosi e invece no.

E ora le buone notizie. Come ha raccontato al nostro Besselva, Wozniak – cantante, chitarrista e autore della totalità del repertorio; registrò da solo gran parte dell’omonimo debutto e i Marcy Playground sono lui, il bassista Dylan Keefe e il batterista Dan Rieser non essendo che onesti comprimari – ha acquistato uno studio. Segno sicuro che è intenzionato a non lasciare la ribalta tanto presto. Non si può che rallegrarsene, giacché autori di canzoni di simile livello non ne circolano molti oggi, in particolare fra le ultime leve. L’abbassamento dei costi di registrazione renderà poi i Marcy Playground, nel caso l’attuale etichetta decidesse di tagliarli, ancora più appetibili per quelle indipendenti che c’è da aspettarsi che si infileranno con sempre maggiore abilità/agilità negli interstizi dell’oligopolio delle multinazionali. Sebbene il presente sia incerto, il futuro potrebbe dunque sorridere alla banda Wozniak. Che se anche dovesse sciogliersi da qui alla settimana prossima lo farebbe comunque lasciando un’eredità di valore.

Se pure voi vi siete innamorati di “Shapeshifter”, investite serenamente nel predecessore che, passato a suo tempo sotto silenzio dalle nostre parti, è da poco riemerso dall’oblio e a medio prezzo perdipiù. Più conciso (non arriva a trentacinque minuti, ove il suo erede supera appena i tre quarti d’ora), “Marcy Playground” è anche più raccolto, meno propenso ad accensioni di elettricità e scatti di lirismo alla Pearl Jam, cui cede solamente in Saint Joe On The School Bus. Quanto all’ombra dei R.E.M., sfiora la pastorale Sex And Candy e avvolge gli agitati sogni folk-rock di One More Suicide e Dog And His Master, ma con discrezione. Bisogna aguzzare bene i sensi per individuarla. Assai più evidenti, e inattesi giungendo dalla frequentazione del successore, risultano il ritornello squisitamente alla Kinks (periodo “Face To Face”, il più classico) di Ancient Walls Of Flowers e l’identico sentire di Gone Crazy, l’influenza beatlesiana che tracima da una A Cloak Of Elvenkind che è puro “White Album” e finalmente lo scampolo di newyorkesità (è il congedo) di una The Vampires Of New York che rimanda al giovane Paul Simon.

Se invece “Shapeshifter”, alla cui recensione (n.391) vi rinvio, non è ancora nei vostri scaffali, l’invito è a partire da lì. Vi troverete al cospetto dei migliori R.E.M. apocrifi mai uditi. No! Non dite che non vi sembra abbastanza per gridare al miracolo. Non prima di averle ascoltate queste dodici canzoni una più memorabile dell’altra, argute e appassionate, candide e sagaci, timide e seducenti. Scoprirete di non poterne più fare a meno. Ringrazierete che esista tuttora gente come John Wozniak. Time-Warner o no, è nata una stella.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.396, 9 maggio 2000.

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9 commenti

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9 risposte a “Oh Lord, Have Marcy. Playground

  1. Massimo

    Hai dubitato: in caso di scommessa avresti perso! Me li ricordo eccome. Bei dischi, portentosa la copertina del secondo.
    Aspetto con fiducia un resoconto su G.Love.
    Ciao.

    • Eheheheh. Vedo che perseveri. L’ho recensito varie volte G.Love e – vado a memoria, senza nemmeno controllare tanto ne sono sicuro – sempre bene, ma a scriverci un articolo sinceramente non ci ho mai pensato. Lo ritengo un godibilissimo “minore”.

  2. PaoloRep

    Siamo già in due quindi a ricordarci di loro ! Credo che a volte, caro maestro, ci sottovaluti un poco. Io, ad esempio, ti leggo da appena trent’anni. Qualcosa vorrà ben dire…

    • Ma naturalmente sono cose che si scrivono apposta per essere smentiti. 🙂 Un artificio retorico, ecco.

      • Diverse persone, su Facebook, mi hanno chiesto se fosse possibile recuperare anche l’intervista di cui parlavo nell’introduzione. Eccola qui, ripubblicata con il consenso dell’autore.

        Marcy Playground: incontro ravvicinato del terzo tipo. Di Alessandro Besselva

        John Wozniak proviene da una famiglia hippie che ospitava spesso santoni indiani, monaci tibetani, sciamani africani…. In questo contesto, non stupisce che Rolling Thunder, famoso medicine man cherokee, gli abbia rivelato l’esistenza del proprio spirito guida, lo shapeshifter che dà il titolo al secondo album del suo gruppo, Marcy Playground. Abbiamo chiacchierato con lui di figli dei fiori, alieni e radiotelescopi. E di musica, ovviamente.

        Parlami dei vostri inizi.
        E’ cominciato tutto a New York. Facevamo jazz in varie band, ma eravamo cresciuti con il rock’n’roll e volevamo tornare a suonarlo. Mi sono messo a scrivere dei pezzi, io, Dylan e Dan siamo diventati amici e abbiamo deciso che si poteva provare a fare qualcosa insieme.

        Come mai il sabato ti rende dell’umore che descrivi nel brano che inaugura “Shapeshifter”, It’s Saturday?
        E’ una canzone sull’essere ragazzini e non avere molta voglia di andare a scuola. Ti svegli la mattina e sai cosa ti attende, così racconti a tua madre che sei malato o qualsiasi altra scusa e lei ti dice “OK, lascia perdere, è sabato, non ci saresti andato comunque, alzati e vai a divertirti”. Vita vissuta.

        Sei tu il compositore del gruppo. Come partecipano gli altri al processo creativo?
        Io presento i pezzi già completi e loro intervengono sugli arrangiamenti. Interpretando quanto ho scritto, portano le canzoni a un differente livello.

        Scorrendo la tua biografia viene naturale pensare che tu sia stato profondamente influenzato dalla cultura hippie. La affronti comunque in modo parecchio ironico.
        E’ vero, ci sono cresciuto dentro e immagino di esserne stato plasmato. Non è da molto che l’ho capito, ma indubbiamente è la maggiore influenza della mia vita.

        Leggendo la presentazione dell’album e osservando la copertina, si può presumere che l’indiano sia Rolling Thunder. E l’alieno?
        Forse sono io (ride). E’ un’immagine che rappresenta la ricerca della spiritualità interiore, io e Rolling Thunder seduti accanto al fuoco, attendendo visioni. Il dipinto è di Mark Ryden, un pittore stupefacente nell’ambito dell’arte pop contemporanea. Mi piace molto il suo lavoro e appena ho visto il quadro ho subito capito che, essendo aperto a diverse interpretazioni, si adattava perfettamente al nostro album.

        Tra i link del vostro sito ce n’è uno che indirizza al S.E.T.I. (Programma di ricerca di forme di vita extraterrestri, N.d.I.). Credi agli alieni? Sei un fan di “X-Files”? Te lo chiedo perché l’extraterrestre della copertina mi ricorda quello che, in un episodio di “X-Files”, assume sembianze umane per giocare a baseball. E’ un americano, ma nello stesso tempo è spaesato. Cosa che capita anche a te, stando a quanto racconti.
        Ehi, queste sono un sacco di domande in una! Sì, seguo “X-Files” e mi collego spesso al S.E.T.I. Se ci vai troverai un salvaschermo per computer che analizza le informazioni raccolte dal radiotelescopio di Puerto Rico. Credo a queste cose, non necessariamente agli alieni, ma alla vita extraterrestre e alla sua ricerca attraverso l’analisi delle frequenze radio dallo spazio. Dubito che vengano a visitarci, ma ad ogni buon conto è un campo di ricerca affascinante. Se mi sento un alieno? Sempre (ride). Diciamo che non sono Fox Mulder, ma che sono interessato alla ricerca di forme di vita extraterrestri.

        I tuoi testi sono ricchi di metafore, in particolare quello di Rebel Sodville, decisamente visionario. Alcuni sono davvero divertenti e surreali, ma spesso trattano di argomenti seri. Qual è il tuo metodo di lavoro?
        Alcuni argomenti sono già lì, così è facile tirare fuori le metafore. Bye Bye lo è in toto, una metafora intendo. Rebel Sodville parla di un sogno che ho fatto all’età di quattordici-quindici anni. Mi sono svegliato con le immagini in mente ed ecco la canzone. Le parole nel sogno avevano perfettamente senso, quando mi sono destato non ne avevano più ma il brano era pronto. Penso che le metafore per me siano come il pennello per un pittore.

        I vostri dischi si richiamano molto agli anni ’60, anche nel modo di trattare i suoni.
        Sono sempre stato affascinato dal rock psichedelico e più in generale dalla musica a cavallo tra i ’60 e i ’70. Hendrix, Led Zeppelin, i Beatles di fine carriera e più di tutti i Cream mi sono rimasti nelle orecchie. Era musica costruita e incisa stupendamente e quando ci siamo ritrovati in studio per mettere su nastro “Shapeshifter” abbiamo deciso che era quel tipo di atmosfere che desideravamo catturare. Da qui l’uso di microfoni, compressori ed equalizzatori d’epoca. Tutto il contrario di quello che fa la maggior parte dei gruppi odierni, che usa il computer. Ci abbiamo messo più tempo ma abbiamo ottenuto quello che volevamo.

        Utilizzate dunque i vostri strumenti in modo tradizionale mentre altri, penso ad esempio a Beck, lungi dal rigettare la tradizione vi si approcciano per tramite delle ultime tecnologie. Mi chiedo se in futuro lo farete anche voi.
        Mi piace il modo in cui Beck produce i suoi album e sono colpito dall’idea che hanno avuto i Beastie Boys di campionare se stessi. E’ una tecnica interessante, ma non penso che funzionerebbe con una rock band vecchio stile come siamo noi.

        Negli ultimi anni parecchi artisti americani sono emersi da piccole realtà, non necessariamente da centri come New York o Los Angeles. Quali sono i pro e i contro di vivere nella Big Apple per un musicista?
        Uno degli aspetti negativi è che tutto è carissimo e in genere chi suona di mestiere è squattrinato. E siccome ce ne sono tanti non è facile rimediare degli ingaggi. Di positivo, se fai jazz, c’è che hai l’opportunità di confrontarti con alcuni dei più grandi musicisti al mondo. Mentre invece se vivi in una cittadina suoni sempre con quelli con cui sei cresciuto e questo è un limite.

        Che progetti avete per il futuro?
        Sto lavorando a Vancouver alla ricostruzione degli studi della Mushrooms Records, un’etichetta degli anni ’70, che ho comprato. Probabilmente registreremo lì il prossimo album, speriamo a partire dall’estate.

        Dischi che stai ascoltando?
        I Built To Spill, che mi piacciono un casino, una delle migliori band che abbia mai sentito. Tutti i lavori dei Led Zeppelin, da poco rimasterizzati. I Rush. Per quanto riguarda la musica attuale, ascolto soprattutto demo e album fatti in casa che la gente mi manda. Alcuni sono piuttosto interessanti.

        Suonerete in Europa?
        Non abbiamo programmato nulla perché la nostra etichetta (la Capitol, N.d.I.) è stata appena rilevata dalla Time Warner e c’è qualche problema. Non ci daranno il supporto necessario per programmare un tour europeo fino a che la Time Warner non deciderà che fare. Sai come sono le compagnie discografiche, non vogliono spendere…

        Vi hanno accostati ai R.E.M. Lo trovi un paragone calzante o le somiglianze dipendono piuttosto dalle comuni fonti di ispirazione?
        Credo che sia noi che loro ci rifacciamo agli stessi maestri ed è quindi logico che qualche punto di contatto ci sia, ma è una questione di cultura in generale più che di musica. Sì, siamo stati spesso associati ai R.E.M., soprattutto ai primi, che erano un complesso che veniva dall’underground ma ha goduto da subito di una certa popolarità. Sex And Candy è stato un hit negli Stati Uniti ma non ci sentiamo un gruppo pop, né di musica alternativa come la si intende oggi, un’etichetta che vuol dire tutto e niente: pop, rhythm’n’blues, rap, heavy metal. Nel momento in cui le radio si concentrano sull’ultima sensazione alla Limp Bizkit, formazioni come noi o i Built To Spill diventano di fatto alternative a quello che è il nuovo mainstream. Oggi se vuoi ascoltare del rock’n’roll devi sintonizzarti su una stazione specializzata e in questo senso la situazione è simile a quella che era nel 1983. I R.E.M. si fecero strada allora grazie alle radio universitarie e al passaparola. Per qualche ragione il rock’n’roll non ha più lo spazio che aveva nei ’60. C’è stato un momento, sul principio dello scorso decennio, in cui, grazie a gruppi come i Nirvana o gli Smashing Pumpkins, era tornato a essere popolare, ma è una fase ormai conclusa. Probabilmente non genera abbastanza soldi.

        Tornerà?
        La musica va a cicli. Intendiamoci, non è che io pensi che il pop non va bene, dico semplicemente che non è rock’n’roll. Sì, tornerà senz’altro di moda prima o poi, con nuove band dal suono peculiare.

  3. Chad Palomino

    Tre 🙂

  4. giorKo

    Come no Eddy, bellissimi album consumati ai tempi. Bye Bye e Secret Squirrel pezzi meravigliosi che in mondo migliore avrebbero dovuto dominare le classifiche. Quando ripenso ai Mercy Playground mi vengono in mente anche i Cotton Mather e i Gin Blossoms altri gruppi meritevoli dalle alterne fortune.

  5. marktherock

    Cotton Mather hors categorie, uno dei dischi da isola deserta power-pop. Ma codesti erano poco (pochissimo) sotto.

  6. Anton

    Ho scoperto questo blog grazie ai Marcy Playground 🙂
    Belle pagine di musica 🙂

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