When In Derry Do The Pop: gli anni magici degli Undertones

The Undertones

Delusi dalla crescente indifferenza del pubblico, in rotta con la casa discografica, lacerati da divisioni interne nel giugno 1983, a due mesi dalla pubblicazione di un gioiello chiamato “The Sin Of Pride” (giustamente ripescato un paio di anni fa da “Mojo” nella rubrica sui capolavori dimenticati), i nordirlandesi Undertones si separavano, affidando la notizia a un sardonico comunicato stampa. Ci siamo sciolti, spiegarono, perché preoccupati dall’eventualità che “il dovere vivere nel lusso in esotici paradisi fiscali, prendendo il sole in piscina e sorseggiando cocktail serviti da fanciulle poco vestite… rovini la nostra capacità di continuare a fare grandi dischi”. Quel che si dice un’uscita di scena stilosa. L’entrata era stata travolgente: tale era l’entusiasmo di John Peel per il lato A del loro debutto a 45 giri da indurlo a trasmetterlo nel suo programma per due volte di seguito. Cosa da matti mai capitata alla BBC e il Peel non ha da allora, e sono trascorsi ventiquattro anni, cambiato idea: non manca mai di ribadire che Teenage Kicks è la sua canzone preferita di sempre, complimento non da poco considerato da dove viene. Il giovin lettore che non sa di cosa io stia parlando ne rubacchi in qualche modo l’ascolto. Scoprirà che alla base di tutto il punk melodico che ha furoreggiato nella seconda metà dei ’90 oltre ai Ramones e ai Buzzcocks c’era la banda dei fratelli O’Neill. Qualità di scrittura a parte, la differenza fra loro e i nipotini (e se vogliamo pure fra loro e i Ramones) è che i cinque di Derry furono pietre rotolanti sulle quali il muschio non poté attecchire. Sempre in movimento insomma, dagli esordi amatoriali suonando pub-rock a un congedo diviso fra soul e psichedelia. E il giovin lettore di cui sopra si procuri subito dopo, per toccare con orecchio quanto appena esposto, “True Confessions”, doppio CD su Castle da poco distribuito in Italia (benché abbia ormai due anni) e che raduna tutti i 45 giri del gruppo, saggiamente disposti in ordine cronologico anziché divisi con i lati A su un disco e i retri sull’altro come era capitato diciannove anni fa con “All Wrapped Up”, suo equivalente in vinile. In poco meno di ottanta minuti e trentadue canzoni vi rinverrà non solamente una storia sufficientemente approfondita degli Undertones ma persino una bella parabola di evoluzione del rock anni ’60. In bilico fra il punk e il britpop a venire.

Teenage Kicks, allora: midtempo di formidabile orecchiabilità con la ritmica che macina e le chitarre che graffiano e carezzano, spensieratezza e casini adolescenziali mano nella mano. Usciva per la locale Good Vibrations nel settembre 1978, con un ritardo sull’epopea punk giustificato dall’appartenenza a una scena periferica come quella di Derry. Tutti giovanissimi i suoi artefici, essendo il più anziano l’autore e primo chitarrista John O’Neill, ventunenne, ove il fratello Damian, piazzato all’altra chitarra, con i suoi diciassette anni era il più giovane. In mezzo il bassista Michael Bradley, diciannovenne, e il cantante Feargal Sharkey e il batterista Billy Doherty, ventenni. Nelle note di copertina di “True Confessions” Bradley lo dice ispirato dai Ramones e aggiunge che, siccome pensavano che difficilmente avrebbero potuto pubblicare un altro disco, in quel primo EP buttarono dentro quanto avevano di più valido in repertorio al tempo. Esito: tre canzoni che, se non valgono l’epocale lato A, sarebbero bastate a fare degli Undertones dei discreti “minori”, a cominciare da True Confessions stessa, con il suo basso wave, le sventagliate di elettriche e il coro petulante, e proseguendo con le irruente Smarter Than U ed Emergency Cases. Ma di sette pollici gli Undertones ne avrebbero dati alle stampe altri dodici e con loro quattro album di varia forma e immancabile qualità, con giusto qualche dubbio indotto dalla produzione piatta del terzo, “Positive Touch”, comunque anch’esso prodigo di momenti memorabili. L’entusiasmo di Peel e della stampa inducevano difatti la Sire a ingaggiarli e a ristampare Teenage Kicks, che in breve entrava nei Top 40, e il resto è storia, benresa dal doppio in questione.

È un’evoluzione costante. Dalla melodia un po’ surfeggiante e molto beat di Get Over You e dai Byrds punkizzati di Really Really si passa alla malinconia probabilmente devota ai Jam di Jimmy Jimmy e a una irresistibile e adeguatamente solare Here Comes The Summer, trapunta di tastierine cigolanti, con il sempre più evidente lanciare ponti verso gli anni ’60 definitivamente esplicitato da una caracollante rilettura, malevola, fedele e stupenda del classico della Chocolate Watchband Let’s Talk About Girls. Ove il secondo CD si apre con uno dei più persuasivi apocrifi beatlesiani di sempre, Wednesday Week, e osa poi la psichedelia pressoché jeffersoniana di Beautiful Friend e Like That e un’ipotesi di Byrds circa “Younger Than Yesterday” gemellati con i Beach Boys in procinto di porre mano a “Pet Sounds” chiamata Turning Blue (nemmeno un lato A!). Oltre a un sacco di soul, l’influenza principale per John O’Neill all’altezza dell’ultimo 33 giri (paradossalmente, vista la successiva carriera solistica, parecchio sgradita a Feargal Sharkey) e a una The Love Parade che bagna il naso a tutta la leva neoromantica e sarebbe dovuta essere, ci fosse un dio, un numero uno. Invece non entrava nemmeno in classifica, confermando il declino di un gruppo che quasi mai in precedenza aveva fallito l’ingresso nei Top 40 dei singoli e i cui tre primi album – “The Undertones” (1979), “Hypnotized” (1980) e “Positive Touch” (1981) – erano stati materia da Top 20. Titoli di coda.

Prima che fra gli applausi si riaccendano le luci, il tempo di leggere che i fratelli O’Neill daranno vita ai That Petrol Emotion. Questo però è un altro film e lo vedremo, magari, un’altra volta.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.478, 19 marzo 2002.

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2 commenti

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2 risposte a “When In Derry Do The Pop: gli anni magici degli Undertones

  1. PaoloRep

    Mano sul cuore pensando agli Undertones e soprattutto a John Peel che ne fu un appassionato estimatore. E’ già un po’ di tempo che questo gruppo tenta di infilarsi nella mia discografia. Come facevi a saperlo Venerato Maestro ? Hai forse il dono di saper leggere nel pensiero ? Un dubbio però mi ha bloccato per ora. Il primo disco in versione CD con un mucchio di bonus tracks, compresi molti singoli da te citati, oppure l’antologia del tuo vecchio articolo ? E se optassi per tutti e due ? Pendo dalle tue labbra come spesso da decenni.

    • La raccolta citata offre una sorta di panoramica generale, ma mancano naturalmente tanti piccoli classici che non uscirono a 45 giri. Considerato il valore del gruppo e la non eccezionale ampiezza della discografia, io degli Undertones consiglio sempre l’opera omnia.

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