La musica in 16:9 dei Godspeed You! Black Emperor

L’ultimo di questo mese i Godspeed You! Black Emperor pubblicano il loro quinto album in studio, secondo della vita nuova principiata nel 2012 con “Allelujah! Don’t Bend! Ascend!”. Mi è sembrata una buona scusa per recuperare un articolo che scrissi su di loro quattordici anni fa, quando avevano da poco dato alle stampe il secondo.

Godspeed You! Black Emperor

L’automobile è in fiamme e non c’è nessuno al volante e le fogne sono ingombre di un migliaio di suicidi solitari e uno scuro vento sta soffiando…

Non si canta nei dischi dei Godspeed You! Black Emperor. Il che non vuol dire che non vi si ascoltino voci. Catturate in situazioni senza fine misteriose e messe lì, come l’indicazione del luogo in cui ci si trova nella prima inquadratura di un film. Recitanti. Assorte o talvolta catacombali, come è il caso del virile borbottìo alla Lee Marvin succitato cui tocca introdurre “f#a#oo”, l’album che tre anni or sono fece superare alla fama di questa numerosa e composita compagine i confini della natìa Montreal. Quanto è accaduto dopo va felicemente contro ogni logica dell’odierno mercato discografico: sempre più celebri i Godspeed You! Black Emperor, a dispetto di brani di norma sopra il quarto d’ora (non li sentirete mai alla radio né li vedrete su MTV) e dalle strutture complesse. A dispetto di un’attitudine fieramente incompromissoria, mutuata dall’hardcore (non ce n’è traccia nei loro spartiti, ma Black Flag e Minutemen sono coloro che li hanno ispirati a divenire ciò che sono), che li spinge a una ricerca ossessiva dell’anonimato e li rende un incubo per gli organizzatori di concerti. A dispetto, infine, di un rapporto con la stampa a dir poco problematico: interviste concesse con il contagocce e il muso lungo, fare scontroso, dichiarazioni criptiche. Simpatia non è il loro secondo nome e personalmente sono lieto di non averci mai avuto a che fare de visu o per telefono. Me ne hanno parlato male quanto basta da farmi pensare che non sarei più riuscito, poi, a godermi la loro musica. Che – usualmente intrigante, spesso bella e a tratti bellissima – basta di suo a non renderli dei beniamini per chi è delegato a raccontarla.

Perché con i Godspeed You! Black Emperor quel luogo comune che recita che scrivere di musica è come danzare di architettura si rivela fin troppo azzeccato. Vi rivelerò un trucchetto del mestiere. Quando devo recensire un disco sono uso, dopo alcuni passaggi atti a farmi acquisire familiarità (non sempre c’è il tempo, ma tant’è), sentirlo un’ultima volta prendendo appunti brano per brano. Cose tipo “questa canzone ricorda questo e quest’altra quello”, “ritmo così e così”, “qui c’è un assolo di chitarra, là un arrangiamento d’archi”. Il tutto mentre mi dedico anche ad altro (scrivo o leggo). Impossibile fare ciò con i Godspeed You! Black Emperor. Tanto per cominciare, affinché un loro album si sedimenti nella memoria è necessario un numero di ascolti da altri tempi, da quando uscivano molti meno dischi e li si poteva imparare per bene. Da quando si poteva fermare per un po’ il mondo e scendere. E poi mica ce la si può cavare con un “chitarre alla Byrds” o “enfasi alla Radiohead” o quello che volete voi! Succedono talmente tante cose là dentro che per starci dietro non puoi staccare né un attimo l’attenzione né mai la penna dal foglio. Ne verrebbero fuori poemi poco funzionali alle necessità di una recensione.

Come se per raccontarvi una pellicola di un’ora e mezza qualcuno ne impiegasse due, riportandovi non soltanto la vicenda ma i dialoghi, gli sfondi, i movimenti di macchina, il montaggio. Posto che qualcuno così esista, alla fine ne sapreste tanto da rinunciare a vederlo, quel film. Dove sarebbe finita la poesia? E quanto ne sapreste davvero, senza avere vissuto l’esperienza della visione in prima persona?

Epperò, dovendo dare per scontato che una certa percentuale di lettori non abbia avuto la possibilità di un rapporto diretto con l’Imperatore Nero (ah! il Re Cremisi!), qualcosa devo scrivere per dare una pur vaga idea della musica che suona. Me la cavo così: un crocicchio su cui convergono i Pink Floyd di “Ummagumma” (il disco in studio), i Popol Vuh, l’Ennio Morricone western e l’ultimo John Fahey (via Gastr Del Sol e Cul De Sac). In coda: dei King Crimson americanizzati, i dimenticati e immani Savage Republic (e un po’ tutta quella scena che fra ’80 e ’90 fu battezzata trance), l’Angelo Badalamenti che musicò Twin Peaks e certi Rachel’s (o, facendo un passo indietro, i Rodan). Folk americano in versione progressiva, conscio dell’avanguardia contemporanea e viziosamente propenso allo schizzo di vetriolo quando il sentimento tende all’accorato. Tutto questo, come dicevo poc’anzi, articolato in composizioni molto lunghe. Nove in tutto, distribuite su tre album e quattro CD: tre nel debutto “f#a#oo” (edito in origine dalla Constellation solo su vinile e ristampato su CD dalla Kranky in edizione rimpolpata; 1998), due nel mini “Slow Riot For New Zero Kanada” (sempre Kranky, 1999) e quattro nel doppio “Levez Vos Skinny Fists Comme Antennas To Heaven!” (idem, 2000). Giochi di vuoti e pieni con tendenza all’ascensione dopo partenze lente, autentiche suite come si usava una volta (e – detto fra noi – speriamo non si torni a usare). Costantemente a un passo dalla pretenziosità, si arrestano con stridor di freni un istante prima di precipitare nell’abisso. Almeno per ora, dacché il sospetto che in futuro il miracoloso equilibrio possa spezzarsi è forte.

Mi accorgo di avere dimenticato un importante termine di paragone: i Grateful Dead. Come lo erano costoro, i Godspeed You! Black Emperor sono più una comune che un gruppo convenzionale. Come Garcia e soci, hanno creato un legame forte con i propri fans (ma diversamente da loro non li trattano granché bene). E come il Morto Riconoscente dal vivo, in serata di grazia, possono indurre epifanie. Peccato che tali occasioni siano rare. Recatevi a vederli, quando ne avrete l’opportunità, con questa consapevolezza.

Un’altra cosa non ho detto esplicitamente, anche se confido si sia intuita fra le righe: in ambito rock, la musica dei Godspeed You! Black Emperor è la più cinematografica (modello: documentario sulla Death Valley) che si possa ascoltare oggi. Obbligatorio concentrarsi intensamente. Ogni calo d’attenzione produce l’effetto di un film girato in cinemascope visto su un televisore non in 16:9 ma in 4:3. Non vedi mai il buono, il brutto e il cattivo tutti insieme.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.425, 16 gennaio 2001.

4 commenti

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4 risposte a “La musica in 16:9 dei Godspeed You! Black Emperor

  1. visti 12 volte , questo venerdi a Trezzo festeggero la mia tredicesima volta, spero mi porti fortuna 🙂

  2. myriamba

    damn purtroppo non sono potuta andare 😦 ho contato meglio sono in realta’ solo 11 …comunque il nuovo disco e’ una bomba

  3. Noiosi. Ho ascoltato tutto quanto hanno prodotto negli anni e visti anche dal vivo, ma diventano insopportabili e monotoni.

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