Damoniache presenze: i primi dieci anni dei Blur

Il 27 aprile prossimo i Blur pubblicheranno il loro ottavo album in studio, secondo appena (e primo con Graham Coxon non solo ospite) del secolo nuovo. Per intanto oggi Damon Albarn compie gli anni (quarantasette). Gli faccio gli auguri ripescando la lunga recensione di un classico “Best Of” che riassumeva e suggellava i primi dieci anni di vita del quartetto.

Blur - The Best Of

La faccenda oltremanica ebbe un enorme risalto, e non solo sulla stampa specializzata, dacché i giornali popolari se ne occuparono con il rilievo dedicato usualmente a una finale di Coppa d’Inghilterra, a uno scandalo politico a base di sesso e droga, all’ultima storia di corna da Buckingham Palace: nell’agosto 1995 arrivavano insieme nei negozi i nuovi singoli di Blur e Oasis, Country House e Roll With It. I primi, reduci dallo stellare successo di “Parklife”, erano ritenuti i campioni in carica, i secondi gli sfidanti in vertiginosa ascesa, costellata da dischi di successo e interviste irridenti i rivali. Per un attimo fu come se si fosse tornati ai tempi dei Beatles e dei Rolling Stones. Per un attimo tutto il pop britannico ne beneficiò, danzando la sua vittoria sul corpo del grunge. Il pubblico espresse la sua opinione comprando. Il 20 agosto non ci fu bisogno di ricontare i voti per decretare i vincitori: i Blur debuttavano al numero uno, gli Oasis secondi. Nell’incontro di ritorno tuttavia, album contro album, “(What’s The Story) Morning Glory” infliggeva un cappotto a “The Great Escape” ed era la banda Gallagher ad aggiudicarsi gioco, partita e incontro.

Come se il pop fosse soltanto una faccenda di posizioni di classifica e numero di copie vendute (il “fallimentare” “The Great Escape” ne ha comunque finora totalizzate, annota piccato Damon Albarn, un milione e mezzo) e non di canzoni memorabili che magari – è una tradizione tutta albionica, che parte dai Kinks e per tramite di Madness ed XTC arriva ai Blur – raccontano in tre o quattro minuti un paese e un’epoca più accuratamente di cento trattati sociologici. Di album tanto ben congegnati (gli ultimi quattro di Albarn e soci, ad esempio) che non si potrebbe impunemente togliergli o aggiungergli nulla. Di musica che seduce immediatamente, sì, ma regge analisi approfondite. La verità è che fra Blur e Oasis – nemmeno gli Oasis migliori, non i fantasmi d’oggidì – non c’è mai stata gara. Là due prime donne, una sola delle quali dotata di un qualche talento, in eterna competizione e dei gregari anonimi. Qua un gruppo vero, formato da quattro personalità forti che nondimeno convivono fondendosi armoniosamente in un’identità superiore. Là uno che ha riscritto sempre la stessa canzone. Qui una creatura in perenne crescita e mutamento. Ha dieci anni oggi (sarebbero dodici contando il periodo in cui si chiamava Seymour, ma alle celebrazioni piacciono le cifre tonde) e li può festeggiare con un’antologia che allinea diciassette dei ventitré singoli pubblicati dal ’90. Sarebbe il migliore disco pop del 2000 non avesse sopra un unico brano recante tale data (non fosse uscita una compilazione di quegli altri Fab Four che sapete). Ed è stato abbastanza per decidere – tantopiù che Natale incombe e questo può essere un bel regalo; tantopiù che la prima tiratura include un secondo, eccellente CD registrato dal vivo e quasi non lo fa pagare – che per la prima volta un disco del mese sia una raccolta.

I suoi 77’17” scorrono in ordine non cronologico. Una scelta che potrebbe apparire discutibile si rivela vincente. Articolato come un album vero e proprio, “The Best Of” riesce a far figurare bene, collocandoli in altro contesto, pure i brani più antichi (perché i Blur sono diventati i Blur con “Parklife”; “Leisure” e “Modern Life Is Rubbish” non offrirono che presagi della grandezza a venire). È così possibile rivalutare l’ondulata, orientaleggiante psichedelia di She’s So High, il beat aggiornato ai ’90 di There’s No Other Way, l’inclinazione bolaniana (echi anche di ELO) di For Tomorrow. Il meglio sta però altrove, fra il riff elastico e la melodia lennoniana di Beetlebum e il basso funky, il dilagare di percussioni, la voce cantilenante e il synth anni ’70 che porta a un passo quasi disco dell’ultima e inedita Music Is My Radar. Una conferma che il quartetto di Colchester, se saprà resistere alla tentazione del “rompete le righe” indotta dalle scappatelle solistiche del cantante Damon Albarn e del chitarrista Graham Coxon, potrà restare a lungo immane e donarci altre Song 2 (l’“uh-uh” più incisivo mai udito), The Universal (orchestrazione pastorale e ritornello splendidamente magniloquente), Parklife (i Fall incontrano gli XTC), Tender (i Rolling Stones versione gospel), Girls & Boys (i Kinks techno-pop), Country House (i Kinks, quelli immortali, e basta).

Bigger than the Beatles? Naturalmente no. Ma non distanti. Ne vedete altri in giro attualmente?

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.208, dicembre 2000.

4 commenti

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4 risposte a “Damoniache presenze: i primi dieci anni dei Blur

  1. “Blur” fu il primo CD in assoluto che comprai, anno di grazia 1997. Lo ascoltai forse due volte e poi lo lasciai a prendere polvere, catturato da “Be Here Now” e, a ritroso, “What’s The Story (Morning Glory)”. E, obiettivamente, non c’era confronto: i Blur erano i fighetti efebici del pop arguto e alternativo a tutti i costi, gli Oasis gli alcolizzati rissosi del rock ruffiano ed essenziale. I Blur erano elitari (e infatti provenivano dalle zone “posh” della capitale), gli Oasis popolari (e popolani della Manchester più disastrata).
    Però gli Oasis avevano qualcosa in più. Gli Oasis rappresenta(va)no una fase della vita, erano come l’adolescenza: un gran casino quando ci sei in mezzo, un’eterna fonte di esaltazione nostalgica col senno di poi.
    I Blur erano i musicisti, gli Oasis il rock ‘n’ roll. Fin troppo ovvio con chi schierarsi.

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