Alice Coltrane nelle città del jazz

Non è il Riccardone l’animale peggiore nel quale ci si può imbattere aggirandosi nel gran bestiario degli appassionati di musica. No, il peggio del peggio è il Jazzofilo. Quello che ancora stenta a venire a patti con Albert Ayler o con il Miles Davis elettrico. Quello che il bebop è l’ultima rivoluzione che ha metabolizzato, ma ha potuto farlo solo trasformandola nel Verbo dal quale non si deve mai deviare. Quello che aborre qualsiasi contaminazione (come se il jazz non fosse per sua stessa natura meticcio), a meno che non si tratti di fusion della più flaccida e onanista. Quello che se non eri presente a “Umbria Jazz” nel 1973 (lui naturalmente c’era, mica poteva perdersi l’occasione di fischiare Sun Ra) allora non puoi capire. Non hai e non avrai mai la sensibilità giusta. Tu cos’è il jazz non lo sai e lui invece sì.

Il Jazzofilo ha sempre odiato e sempre odierà Alice Coltrane. Io l’ho sempre amata e del Jazzofilo me ne frego. Lo lascio alla sua vita triste e senza swing.

Ptah, The El Daoud

Ptah, The El Daoud (Impulse!, 1970)

Sarebbe anche ora, trent’anni dopo gli eventi, di togliere l’anatema scagliato da tanti jazzofili contro la vedova Coltrane. Certo: non fu una bella idea l’aggiungere piste d’archi da lei arrangiati a nastri del defunto consorte ma, insomma, abbiamo visto e sentito di peggio da allora. E magari non avrà giovato alla sua credibilità lo Stravinsky riorchestrato seguendo, a suo dire, istruzioni giuntele dal caro estinto, ma non dovrebbero, curriculum e musica, contare più di manifestazioni di eccentricità pure spinta? O dovremmo giudicare, per dire, Thelonious Monk per le mattane piuttosto che per la genialità degli spartiti?

Solo beceri pregiudizi maschilisti possono portare a sostenere che la Alice McLeod che nel 1966 entra nel gruppo di John Coltrane (in luogo di McCoy Tyner) un anno dopo avere sposato il leader ottenga il posto per meriti di talamo. Colossali sciocchezze, offensive in primo luogo nei confronti di Coltrane stesso. Al piano Alice, che è pure ottima arpista, ha un tocco eccellente e in precedenza ha suonato con Stan Getz e Yusef Lateef e studiato con Bud Powell, non esattamente dei carneadi. Offre il suo apporto per i pochi mesi che il marito vivrà ancora e intraprenderà poi una carriera solistica di tutto rispetto, dimostrandosi compositrice di vaglia e di grande originalità. Di tale carriera “Ptah, The El Daoud”, tappa intermedia tra il già peculiare esordio di “Monastic Trio” e l’approdo a una metaforica India posta a fianco all’Africa di “Journey In Satchidananda”, rappresenta l’apice. Jazz acceso di suggestioni etniche e intriso di spiritualità, prossimo a certe coeve esplorazioni di Pharoah Sanders. Non a caso fra i protagonisti, con Joe Henderson, Ron Carter e Ben Riley, di “Ptah, The El Daoud”.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.215, luglio/agosto 2001.

Universal Consciousness

Universal Consciousness (Impulse!, 1971)

Vero che la splendida confezione, riproduzione in miniatura di un originale del 1971 da troppo irreperibile, non poteva ometterle, ma è quasi un peccato che le note di copertina che al tempo Alice Coltrane vergò siano giunte fino a noi, non sostituite ad esempio da un saggio critico su questa sottovalutatissima musicista. Il loro misticheggiante eloquio (una filosofia di vita non è riassumibile in così succinto spazio) non renderà un buon servizio alla vedova di John, ingenerando in distratti e ultimi arrivati la tendenza a catalogare “Universal Consciousness” all’esecrabile voce “new age”. Sarebbe l’ultimo di una serie di equivoci il cui primo data 1966, l’anno in cui Alice McLeod sostituì McCoy Tyner nel gruppo di John Coltrane, che aveva sposato l’anno prima e che morirà l’anno dopo. Certi jazzofili non gliel’hanno mai perdonata, trasformandola in una sorta di Yoko Ono ante litteram colpevole di ogni nefandezza e in primis, secondo loro, di avere avuto il posto per meriti di talamo. “Non è jazz!”, berciavano sordi e schifati di fronte ad album di clamorosa bellezza quali “Monastic Trio” (1968), “Ptah, The El Daoud” (1970), “Journey In Satchidananda” (1971), lavori in cui un jazz profondamente intriso di spiritualità si trasfigura al contatto con le più varie musiche d’Africa e soprattutto d’Asia.

In “Universal Consciousness” la comunione con l’India raggiunge (in particolare nella rielaborazione del tradizionale Sita Ram) una perfezione che lascia attoniti ed estatici. Ai livorosi di cui sopra non importerà che siano qui all’opera jazzisti coi fiocchi come, per non fare che due nomi, Jack DeJohnette e Rashied Ali. Peggio per loro. Io non so se sia o no jazz e a dire il vero non me ne potrebbe importare di meno: è grande musica e (tanto mi) basta.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.231, gennaio 2003.

8 commenti

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8 risposte a “Alice Coltrane nelle città del jazz

  1. Giancarlo Turra

    stupendo… j’adore Alice Coltrane!

  2. marktherock

    e la citazione wendersiana è la ciliegina sulla torta

  3. giampiero

    Parole sante, li ascolto tutti da anni e ogni volta sono sorpreso dalla raffinatezza dei suoni e dalla musicalità che io trovo molto naturale.
    Difficile mettere in dubbio la classe di questa musicista…che prima di essere signora Coltrane era appunto musicista.

    • Difficile, certo, ma il Jazzofilo ci riesce benissimo. Il Jazzofilo ti dirà che chiunque ne capisca di jazz (cioè lui) considera Alice Coltrane una mezza calzetta (solo che lo dirà usando una terminologia più forte), che i suoi dischi sono roba mediocre, che i musicisti assunti da John Coltrane nell’ultima fase della sua carriera erano mille volte inferiori ai precedenti e che li aveva presi solo perché non ci stava più con la testa. Fidati, ti dirà così. Io lo conosco, quel palo su per il culo del Jazzofilo.

  4. Rusty

    Qualcuno sa spiegarmi dove salta fuori il termine “riccardone”? Mi sembra di capire che sia un fan acritico di progressive masturbatorio, o no?

  5. Non ho competenza sufficiente di jazz (né ci sono nei miei immediati paraggi persone che ne hanno) per dire se Alice Coltrane sia o meno una mezza calzetta musicale. Non l’ho nemmeno mai ascoltata seriamente, non essendo attratto moltissimo dal jazz.
    Mi permetto solo di osservare che la costante ibridazione musicale non è un valore di per sé, e che, quindi, non è necessariamente nel torto, musicale o in senso lato ideologico, chi ritiene di fermarsi ad un certo stadio dell’ibridazione. Sostenere che l’ibridazione, e quindi il nuovo, produce sempre ottimi risultati musicali è una posizione speculare a quella del Jazzofilo. Come sempre, la tolleranza è la via: non credo sbagli uno che propone agli altri degli ascolti che gli sembrano interessanti e poi vive lasciando vivere.

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