Un ricordo di Ian Dury, a quindici anni dalla scomparsa

Esattamente quindici anni fa a oggi ci lasciava un uomo che fu persona squisita e artista a tutto tondo. Molto più che “solo” l’autore di una canzone fattasi inno e modo di dire: Sex & Drugs & Rock & Roll.

Ian Dury

La sua ultima intervista importante è del settembre dello scorso anno. Parlando ai microfoni della BBC disse: “Non sono qui per venire ricordato. Sono qui per essere vivo”. Parole che riassumono esemplarmente il sense of humour e il coraggio con i quali Ian Dury ha affrontato “le pietre e i dardi scagliati dall’oltraggiosa fortuna” fin da quando, settenne, la poliomielite lo rese storpio. Il cancro, che già gli aveva sottratto la prima moglie, Betty, e nel 1990 Charley Charles, fidato batterista dei suoi Blockheads, il 27 marzo, dopo cinque anni di assedio, l’ha avuta vinta. Ma fino alla fine (ancora in febbraio aveva cantato al London Palladium) il nostro uomo è stato splendidamente vivo ed è ciò che gli guadagna il diritto di essere ricordato, anche al di là dei meriti di una carriera che aveva toccato l’apogeo una ventina di anni fa. Svanito il successo e diradatesi le uscite, Dury aveva poi vissuto ai margini della scena musicale, facendo l’attore e scrivendo per il teatro. Salvo concedersi un brillante ritorno nel ’98 con un album, “Mr. Love Pants”, uscito quando la malattia, diagnosticatagli tre anni prima, era di pubblico dominio. Le buone recensioni che lo salutarono non erano figlie di simpatia o pietismo. In vista del tramonto, l’artista aveva ritrovato le qualità che lo avevano fatto grande nel mezzogiorno della sua vita, riproponendo al meglio la sua inconfondibile miscela di cabaret, pub-rock e rhythm’n’blues.

Più che di album, Dury è sempre stato tuttavia un autore di singole canzoni capolavoro. Come quella alla quale il suo nome resterà perennemente legato e il cui titolo entrò subito nel lessico musicale: Sex & Drugs & Rock & Roll. Gioiosa, dondolante ipnosi di inno al carpe diem senza nulla a che vedere con le tristi mitologie narcotiche del rock. “Non ho mai avuto né il tempo né l’inclinazione per esplorare il mondo delle droghe. Sempre avuto troppo altro da fare. Non ho nessun atteggiamento moralistico al riguardo ma ho visto quattordici persone che conoscevo negli anni ’60 morire di eroina e io non ho nessuna fretta di andarmene. Mi fumo una canna ogni tanto ed è tutto”, dichiarava a Paul Morley nel 1979, all’indomani della pubblicazione del suo album più fortunato, “Do It Yourself”, reduce da un primo posto nella graduatoria britannica dei 45 giri con Hit Me With Your Rhythm Stick (non in scaletta nel disco) e alla vigilia di un terzo con Reasons To Be Cheerful (Pt.3). I suoi due successi più grandi, ove curiosamente non erano entrati in classifica né Sex & Drugs & Rock & Roll, che fu uno dei classici del ’77 ma non venne inclusa in “New Boots And Panties!!!”, né Sweet Gene Vincent, dolcissimo ricordo dell’autore di Be Bop A Lula viceversa presente in quel 33 giri. Certamente non un album punk ma uno in cui lo spirito di quell’anno indimenticabile si respira appieno. Con la sua grande carica umana Ian Dury, già trentacinquenne allora, si era conquistato l’affetto anche dei più iconoclasti fra quei giovincelli vogliosi di mettere a soqquadro il mondo. Come Johnny Rotten: i Sex Pistols aprirono l’ultimo concerto di Kilburn & The High Roads, il primo gruppo di Dury, e suonarono di spalla anche a Ian Dury & The Blockheads. Come i Clash, che diventarono amicissimi dei Blockheads e fra i bersagli preferiti di memorabili scherzi.

Un giorno costoro si travestirono da poliziotti e irruppero nello studio in cui i Clash stavano registrando. Prima che venissero riconosciuti, Strummer, Simonon e Headon erano scappati dall’ingresso sul retro e Jones si era chiuso in bagno e aveva buttato nella tazza una fortuna in hashish e marijuana. Il mio secondo preferito fra i tanti aneddoti circolati su quest’uomo colto (aveva lasciato l’insegnamento per il rock’n’roll) e gentile. Il migliore? Chaz Jankel e Ian Dury scipparono il giro di basso sul quale si regge Sex & Drugs & Rock &  Roll a un assolo di Charlie Haden in un LP di Ornette Coleman. Un giorno, trovatosi faccia a faccia con il grande jazzista, Dury sentì il bisogno di confessargli il furto. Un imbarazzato Haden gli rivelò che a sua volta aveva rubato il giro a una vecchia canzone cajun.

Disco consigliato: “Juke Box Dury” (Stiff).

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.398, 23 maggio 2000.

6 commenti

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6 risposte a “Un ricordo di Ian Dury, a quindici anni dalla scomparsa

  1. Antonio

    Un grande. Tempo fa trovai questa specie di elenco dei suoi artisti preferiti. C’è una sorpresina: https://www.flickr.com/photos/51106326@N00/4974821350/in/set-72157624793411215/lightbox/

    Antonio

  2. Anonimo

    ho visto un suo concerto al bacara di lugo (ra) nel 1978

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