Bert Jansch prima dei Pentangle

Buona quanto pessima scusa la dipartita pochi giorni fa di John Renbourn per ripescare anche questo articolo in cui provavo a raccontare i primi tre, fenomenali album di Bert Jansch. Già nel secondo John faceva capolino.

Bert Jansch

Discograficamente non lo si può dire un evento. I tre album di cui vi vado a parlare erano disponibili in CD e a procurarveli in digitale spendereste meno oppure otterreste di più. Giacché i primi due sono accorpati su un dischetto, il terzo sta in compagnia di un quarto, il secondo potreste averlo anche a parte e in tal caso vi troverete con la scaletta originale ingrassata. Ma per l’aura mistica che circonda questi lavori è splendida cosa, in particolare per i probabilmente pochi fra quanti mi leggono che non abbisognano di essere istruiti al riguardo, che quelli che nell’arco di pochi mesi, a cavallo fra il ’65 e il ’66, furono i primi tre LP di Bert Jansch – l’omonimo, “It Don’t Bother Me” e “Jack Orion” – siano tornati nei negozi in meravigliose edizioni in pesante vinile vergine, spettacolarmente suonanti e con copertine apribili doviziose di foto e note. Stupendi oggetti oltre che dischi (in special modo il primo e il terzo) immortali e sempre sia lodata allora la benemerita Earmark. Mi verrebbe da esclamare che così e solo così si dovrebbe averli, ma non voglio essere preso per il luddista che non sono e allora affermo: si deve averli, e basta. Al limite scaricateveli da Internet e peggio per voi. Il mezzo è il messaggio, giusto? E poi dico questo agli incliti: Bert Jansch compirà a giorni sessant’anni e c’è da felicitarsi con lui per l’essere sopravvissuto a una vita spericolata ma un po’ tocca anche, cinicamente, crucciarsene. Se come Nick Drake se ne fosse andato dopo tre album, oggi scriverebbero libri su di lui (OK: uno l’hanno scritto), verrebbe citato come un’influenza da solisti e gruppi a legioni, le camerette di ’sto mondo sarebbero occupate ciascuna da un adolescente impegnato a venire a patti con l’esistenza sulle note di Needle Of Death piuttosto che di Pink Moon, di Running From Home invece che di Time Has Told Me. E lo sentenzia uno che per il Bardo di Tanworth ha sempre delirato. Ma in alto i calici per il vecchio Bert, divenuto forse saggio: brindiamo alla sua giovinezza invasata dalla Musa. Rendiamogli grazie.

Nativo di Glasgow, aveva vent’anni quando arrivò a Londra più o meno per starci e già molto aveva vissuto, viaggiando per l’Europa e il Nordafrica, ovunque assorbendo come spugna le musiche locali. Talento innato il suo per la chitarra tant’è che, rubatogli un bello strumento che aveva comprato da adolescente, non ne volle più una sua e a lungo si arrangiò facendosele prestare. Non aveva evidentemente bisogno di esercitarsi. Nei circoli folk della capitale il giovane Jansch suscita subito scalpore per la tecnica sopraffina e per uno stile inaudito che nel mentre si confronta con la tradizione anglo-scoto-irlandese attinge al blues di Big Bill Broonzy come al jazz di Charles Mingus, si inerpica su scale arabe e indiane, azzarda barocchismi. Qualcosa di simile l’ha già fatto Davey Graham ma questo giovanotto sfrontato va oltre e non bastasse si scrive da solo buona parte del repertorio, in un ambito in cui si è soliti attingere al passato. Non proprio un Dylan con le mani di un Segovia o un Segovia con la poesia di un Dylan ma insomma. Tenebroso e belloccio poi, della rude bellezza dei marinai, e non c’è fanciulla che non impazzisca per lui dopo averlo visto armeggiare, svagato, con una sei corde per improvvisamente cavarne prodigi di ambra, piume e sangue. Con la cantante Anne Briggs è però soprattutto mutua ammirazione che si instaura. Lo segnala al produttore Bill Leader ed è a casa di costui, con un registratore portatile e chitarre come sempre prestate, che Jansch registra l’abbacinante debutto. Se proprio dovete avere giusto un suo disco, sia questo. Per la gentile e un po’ favolistica Strolling Down The Highway, per l’avvolgente Smokey River ispirata da Jimmy Giuffre, per la corrusca Rambling’s Going To Be The Death Of Me, per una Alice’s Wonderland che fa scozzese Mingus, per una Angie che inestricabilmente mischia Graham e Cannonball Adderley. Ma soprattutto e persino soltanto per Needle Of Death: la prima canzone contro l’eroina? Per certo uno struggente ricordo di un amico portato via da un ago che, volando su una melodia ineffabile, strappa lacrime come chiodi dalla carne. È un album talmente nuovo che Leader fatica non poco a piazzare il master e alla fine si deve accontentare delle cento sterline che offre la Transatlantic. In cambio di tutti i diritti! L’ultima volta che si avrà un dato preciso sulle copie vendute sarà nel 1975 e a quell’epoca saranno 150.000. Non aggiungo altro.

Per il secondo LP ci si può concedere il lusso di uno studio vero, ma per poche ore. “Ordinai una dozzina di bottiglie di vino, mi piazzai davanti al microfono e non mi fermai più per tre ore”, racconta il nostro uomo al riguardo e non c’è da stupirsi che non ricordi altro. Minore solamente se raffrontato al monumentale debutto, “It Don’t Bother Me” è in ogni caso scrigno in cui si pescano traslucide gemme in abbondanza: la spiraliforme Tinker’s Blues, la dylaniana A Man I’d Rather Be, una As The Day Grows Longer Now di gusto a momenti medioevale, una 900 Miles smaccatamente Old Time. Nella serpentina My Lover e nella scintillante Lucky Thirteen c’è una seconda chitarra ed è quella dell’amico John Renbourn: inizio di un sodalizio che sarà fruttuosissimo. Nel successivo “Jack Orion” Renbourn è in metà scaletta. Capolavoro che Jimmy Page manderà a memoria facendone tesoro per quando i Led Zeppelin (basti Blackwaterside come dimostrazione) spegneranno gli amplificatori, è arazzo nei cui arzigogolati disegni non ci si stanca mai di smarrirsi, nelle mille e una notte di un suono acidulo che sintetizza l’essere acustico di quattro continenti, sogni oppiacei, chauceriani tuffi carpiati. A Jansch e Renbourn sta crescendo un’idea sublime in testa. La chiameranno Pentangle. Ma questa è un’altra storia.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.551, 21 ottobre 2003.

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