Archivi del mese: marzo 2015

Panda Bear – Panda Bear Meets The Grim Reaper (Domino)

Panda Bear - Panda Bear Meets The Grim Reaper

Sono in una relazione complicata con gli Animal Collective. Nella prima metà dello scorso decennio nessun gruppo mi ha lasciato più stranito a fronte dell’unanime plauso della critica. A sconcertarmi non era che fossero i cocchi di “The Wire”, quanto che andassero forte pure presso testate tradizionaliste come “Mojo” e “Uncut”. Tutti pazzi per il loro mercuriale magma di folk e noise, minimalismo e raga, elettronica, “pop” stortissimo e psichedelia della più sversa immaginabile e io mi irritavo leggendo ancor più che ascoltando. Ho tenuto quei dischi, peraltro avuti gratis, solo per tema di commettere un errore capitale rivendendoli e, per legge di Murphy, non appena il flusso dei promo si è interrotto gli Animal Collective hanno cominciato a piacermi e i loro album mi è toccato comprarli. Però mantengo il punto e sostengo siano loro a essere cambiati, dando un senso a una scrittura di buon livello in “Strawberry Jam”, del 2007, e stellare nel capolavoro del 2009 “Merryweather Post Pavilion”, sorta di “Pet Sounds” per il secolo nuovo. Ma il lavoro che cominciava a farmi cambiare idea su costoro era “Person Pitch”, uscita in proprio datata sempre 2007 del batterista Panda Bear. Né mi dispiaceva nel 2011 “Tomboy”.

Quattro ulteriori anni dopo ritrovo Noah Lennox in forma almeno al pari apprezzabile e apparentemente d’ottimo umore. Diversamente da come farebbe pensare il titolo, poco di funereo in questo “Meets The Grim Preaper” una volta passato l’organo sotto una voce salmodiante dell’iniziale, acidula Sequential Circuits, e in compenso una quantità di melodie incisive, ritmiche mai così funky, un delirio di singolo come Boys Latin (yodel su una base electro!) e un’incantata, traslucida gemma chiamata Tropic Of Cancer: post-exotica che campiona Čajkovskij.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.360, febbraio 2015.

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When In Derry Do The Pop: gli anni magici degli Undertones

The Undertones

Delusi dalla crescente indifferenza del pubblico, in rotta con la casa discografica, lacerati da divisioni interne nel giugno 1983, a due mesi dalla pubblicazione di un gioiello chiamato “The Sin Of Pride” (giustamente ripescato un paio di anni fa da “Mojo” nella rubrica sui capolavori dimenticati), i nordirlandesi Undertones si separavano, affidando la notizia a un sardonico comunicato stampa. Ci siamo sciolti, spiegarono, perché preoccupati dall’eventualità che “il dovere vivere nel lusso in esotici paradisi fiscali, prendendo il sole in piscina e sorseggiando cocktail serviti da fanciulle poco vestite… rovini la nostra capacità di continuare a fare grandi dischi”. Quel che si dice un’uscita di scena stilosa. L’entrata era stata travolgente: tale era l’entusiasmo di John Peel per il lato A del loro debutto a 45 giri da indurlo a trasmetterlo nel suo programma per due volte di seguito. Cosa da matti mai capitata alla BBC e il Peel non ha da allora, e sono trascorsi ventiquattro anni, cambiato idea: non manca mai di ribadire che Teenage Kicks è la sua canzone preferita di sempre, complimento non da poco considerato da dove viene. Il giovin lettore che non sa di cosa io stia parlando ne rubacchi in qualche modo l’ascolto. Scoprirà che alla base di tutto il punk melodico che ha furoreggiato nella seconda metà dei ’90 oltre ai Ramones e ai Buzzcocks c’era la banda dei fratelli O’Neill. Qualità di scrittura a parte, la differenza fra loro e i nipotini (e se vogliamo pure fra loro e i Ramones) è che i cinque di Derry furono pietre rotolanti sulle quali il muschio non poté attecchire. Sempre in movimento insomma, dagli esordi amatoriali suonando pub-rock a un congedo diviso fra soul e psichedelia. E il giovin lettore di cui sopra si procuri subito dopo, per toccare con orecchio quanto appena esposto, “True Confessions”, doppio CD su Castle da poco distribuito in Italia (benché abbia ormai due anni) e che raduna tutti i 45 giri del gruppo, saggiamente disposti in ordine cronologico anziché divisi con i lati A su un disco e i retri sull’altro come era capitato diciannove anni fa con “All Wrapped Up”, suo equivalente in vinile. In poco meno di ottanta minuti e trentadue canzoni vi rinverrà non solamente una storia sufficientemente approfondita degli Undertones ma persino una bella parabola di evoluzione del rock anni ’60. In bilico fra il punk e il britpop a venire.

Teenage Kicks, allora: midtempo di formidabile orecchiabilità con la ritmica che macina e le chitarre che graffiano e carezzano, spensieratezza e casini adolescenziali mano nella mano. Usciva per la locale Good Vibrations nel settembre 1978, con un ritardo sull’epopea punk giustificato dall’appartenenza a una scena periferica come quella di Derry. Tutti giovanissimi i suoi artefici, essendo il più anziano l’autore e primo chitarrista John O’Neill, ventunenne, ove il fratello Damian, piazzato all’altra chitarra, con i suoi diciassette anni era il più giovane. In mezzo il bassista Michael Bradley, diciannovenne, e il cantante Feargal Sharkey e il batterista Billy Doherty, ventenni. Nelle note di copertina di “True Confessions” Bradley lo dice ispirato dai Ramones e aggiunge che, siccome pensavano che difficilmente avrebbero potuto pubblicare un altro disco, in quel primo EP buttarono dentro quanto avevano di più valido in repertorio al tempo. Esito: tre canzoni che, se non valgono l’epocale lato A, sarebbero bastate a fare degli Undertones dei discreti “minori”, a cominciare da True Confessions stessa, con il suo basso wave, le sventagliate di elettriche e il coro petulante, e proseguendo con le irruente Smarter Than U ed Emergency Cases. Ma di sette pollici gli Undertones ne avrebbero dati alle stampe altri dodici e con loro quattro album di varia forma e immancabile qualità, con giusto qualche dubbio indotto dalla produzione piatta del terzo, “Positive Touch”, comunque anch’esso prodigo di momenti memorabili. L’entusiasmo di Peel e della stampa inducevano difatti la Sire a ingaggiarli e a ristampare Teenage Kicks, che in breve entrava nei Top 40, e il resto è storia, benresa dal doppio in questione.

È un’evoluzione costante. Dalla melodia un po’ surfeggiante e molto beat di Get Over You e dai Byrds punkizzati di Really Really si passa alla malinconia probabilmente devota ai Jam di Jimmy Jimmy e a una irresistibile e adeguatamente solare Here Comes The Summer, trapunta di tastierine cigolanti, con il sempre più evidente lanciare ponti verso gli anni ’60 definitivamente esplicitato da una caracollante rilettura, malevola, fedele e stupenda del classico della Chocolate Watchband Let’s Talk About Girls. Ove il secondo CD si apre con uno dei più persuasivi apocrifi beatlesiani di sempre, Wednesday Week, e osa poi la psichedelia pressoché jeffersoniana di Beautiful Friend e Like That e un’ipotesi di Byrds circa “Younger Than Yesterday” gemellati con i Beach Boys in procinto di porre mano a “Pet Sounds” chiamata Turning Blue (nemmeno un lato A!). Oltre a un sacco di soul, l’influenza principale per John O’Neill all’altezza dell’ultimo 33 giri (paradossalmente, vista la successiva carriera solistica, parecchio sgradita a Feargal Sharkey) e a una The Love Parade che bagna il naso a tutta la leva neoromantica e sarebbe dovuta essere, ci fosse un dio, un numero uno. Invece non entrava nemmeno in classifica, confermando il declino di un gruppo che quasi mai in precedenza aveva fallito l’ingresso nei Top 40 dei singoli e i cui tre primi album – “The Undertones” (1979), “Hypnotized” (1980) e “Positive Touch” (1981) – erano stati materia da Top 20. Titoli di coda.

Prima che fra gli applausi si riaccendano le luci, il tempo di leggere che i fratelli O’Neill daranno vita ai That Petrol Emotion. Questo però è un altro film e lo vedremo, magari, un’altra volta.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.478, 19 marzo 2002.

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Swamp Dogg – The White Man Made Me Do It (Alive Naturalsound)

Swamp Dogg - The White Man Made Me Do It

Oltraggioso come George Clinton, immediato come un Little Richard in versione punk e selvaggio come Dyke & The Blazers, Swamp Dogg suonava come avrebbe potuto suonare Otis Redding se dopo Monterey si fosse calato un acido con i figli dei fiori”: memorabili parole del critico inglese Peter Shapiro che così anni fa raccontava colui che altri descrissero come un Frank Zappa afroamericano ed era quello un paragone con poche attinenze musicali ma molte per l’intelligenza del personaggio, la lucidità delle analisi sociopolitiche, il gusto per l’oltraggio. Chi all’epoca si fosse incuriosito per quanto scriveva Shapiro avrebbe avuto qualche problema ad andare a toccare con orecchio, stante l’ardua reperibilità degli LP più classici, gli assi di un magico poker calato a inizio ’70 dal nostro uomo. Non è più così, grazie all’etichetta che pubblica ora questo nuovo album, e l’invito al lettore è di cercare almeno i primi due, “Total Destruction Of Your Mind” e “Rat On”. Ma una volta messisi in casa quelli proceda senz’altro con “The White Man Made Me Do It”.

Giacché dalle scene non si è mai ritirato parlare di “grande ritorno” sarebbe improprio. Più corretto dire di un ritorno alla forma migliore per questo classe 1942 nato Jerry Williams e che oltre alla carriera da solista come Swamp Dogg ne ha avuto una economicamente ben più proficua da autore e produttore. Questo lavoro inizia a fare piazza pulita del 99% di quanto oggi viene definito rhythm’n’blues con una traccia inaugurale e omonima degna del James Brown più stellare e procede metodicamente fino alla fine, oltre un’ora dopo, fra duri blues e sontuose ballate sudiste, vivaci uptempo e incursioni nel gospel, un tris di cover (Clovers, Robins e Sam Cooke) da urlo e un agrodolce omaggio a Sly Stone.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.360, febbraio 2015.

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Audio Review n.361

Audio Review 361

È in edicola il numero 361 di “Audio Review”. Include mie recensioni degli ultimi album di  A Place To Bury Strangers, Ryan Bingham, Steve Earle, Father John Misty, Maximilian Hecker, Kitty Daisy & Lewis, Jesse Malin, Moon Duo, Murder By Death, Notwist, Pop Group, Punch Brothers, Chris Spedding e Matthew E. White e di una recente ristampa di Gil Scott-Heron. Nella rubrica del vinile ho scritto di Gene Clark, Billy Joel e Kaleidoscope.

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Impressioni di John Coltrane

John Coltrane - Impressions

Naturalmente in un caso simile trattasi di feticismo. Naturalmente, a prima vista e anche a seconda e terza, non ha molto senso tirare fuori quattro banconote da dieci euro, vedendosi restituita solo una moneta da uno, per procurarsi un’edizione di “Impressions” che riproduce fedelmente la primigenia ed è dunque orba dei 10’37” di una splendida Dear Old Stockholm aggiunti alla stampa digitale attualmente in catalogo. Che, incidentalmente, di euro al massimo ve ne costerà quattordici, ma magari appena dieci. Naturalmente l’appassionato di ’Trane più oltranzista (parrebbe ch’io non rientri nella categoria, pur avendo quel mezzo metro di libreria occupato da album del sassofonista; ma la banale verità è che finora mi è solo mancata un’occasione) questi pezzi li ha anche altrove, nei monumentali “Complete 1961 Village Vanguard Recordings” e “Classic Quartet: Complete Impulse! Studio Recordings”. È insomma questo un caso in cui, per quanta devozione io nutra per l’analogico, mi verrebbe da consigliare di investire nel digitale. Però il mondo è bello perché è vario e ad esempio ho un conoscente che, a quarant’anni salutati da un pezzo, continua a spendersi ogni mese metà stipendio in musica e a non volerne sapere del compact disc. Prima o poi gli toccherà traslocare per l’imponenza della collezione di vinile e in casa non ha un solo CD. A uno così questo “Impressions” griffato Speakers Corner in plastica pesante, nera e lucente interessa eccome. Manco a dirlo che suona divinamente e pensare che il mai abbastanza lodato Rudy Van Gelder dovette arrangiarsi, per eternare la maggioritaria parte live, con una console e un registratorino non esattamente allo stato dell’arte nemmeno per il 1961.

Nella folta discografia coltraniana “Impressions” fa un po’ storia a sé. Non uno dei cinque titoli indispensabili e forse nemmeno fra i dieci nelle posizioni di rincalzo, per un verso patisce un’indubbia frammentarietà, proveniendo le sue quattro tracce da tre diverse sedute d’incisione effettuate in un arco di tempo alquanto lungo, dal novembre ’61 all’aprile ’63. Per un altro se ne fa invece forte, fotografando una situazione in continuo divenire e offrendo dunque una rappresentazione fra le più estese immaginabili in appena trentacinque minuti del genio di un uomo che plasmò il jazz moderno come a pochi – probabilmente al solo Miles Davis, che ha però avuto molto più tempo a disposizione – è riuscito. La differenza fra due giganti che pure collaborarono proficuamente è misurata dal raffronto fra la davisiana So What e il brano che a questo LP dà il titolo. Simili accordi e struttura, questo ha un’intensità bruciante, mai rinvenibile nel Davis pre-elettrico; quella un’eleganza distaccata.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.288, marzo 2008.

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I Wish It Could Be 1985 Again: i gloriosi fallimenti dei Barracudas

The Barracudas

“This Ain’t My Time” recita il titolo della corposa ed economica (due CD al prezzo di uno) raccolta dei Barracudas uscita da poche settimane per i tipi della Castle. Dice molto sul complesso che fu di Robin Wills e Jeremy Gluck e messo a fianco di quello di un 45 giri del 1980, I Wish It Could Be 1965 Again, quasi tutto. Frugo nel mio archivio cartaceo e ne estraggo un pezzo che pubblicai riguardo a costoro nel lontano ’85. Vi rinvengo la citazione di una stroncatura di due anni prima sul “Melody Maker”: “Dubito che ci si ricorderà di loro nel 1998 come eroi di culto”, concludeva l’articolista. Azzarderei che abbia avuto torto. Se indubbiamente siamo davvero chiesuola ristretta a rammentarne le rock’n’rollistiche gesta, nondimeno non dobbiamo nemmeno essere pochissimi se seguitano a uscire raccolte (“Through The Mists Of Time” è di appena tre anni fa) e la discografia postuma di questi signori è ormai il doppio di quella che allinearono in vita. Né tutti reduci che ricomprano in digitale ciò che avevano consumato in analogico. Ho piacere a cercare di fare qualche nuovo proselito: perdenti tre lustri in ritardo sull’epoca loro – sul serio avrebbero potuto avere una chance soltanto nel 1965 e dunque il rimpianto di avere sbagliato decennio era assolutamente giustificato -, i Barracudas sono un gruppo cui ho voluto bene. Se gli ascolti a migliaia susseguitisi da allora hanno enormemente ampliato i miei orizzonti facendomeli ridimensionare (loro stessi sarebbero d’accordo) al ruolo di Flamin’ Groovies minori, il tornare a frequentarli per un pomeriggio me li ha restituiti epigoni, sì, però frizzanti proprio come li ricordavo. Paradossalmente ma non troppo, il loro essere creatura anacronistica li ha preservati dalle ingiurie del tempo.

È il singolo che la Zonophone scelse come biglietto da visita per “Drop Out With The Barracudas”, I Can’t Pretend (come dei Byrds all’anfetamina o dei Ramones con propensioni jingle-jangle, fate voi), ad aprire una scaletta che segue solo all’incirca l’ordine cronologico. Era già il quarto 45 giri per la succursale della EMI (sarà l’ultimo) dei ragazzi e prima ce n’era stato uno per la fantomatica Cells, finanziato in realtà da un benemerito fan. L’accoppiata I Want My Woody Back/Subway Surfin’ arriva quattro tracce dopo, acerbo e fresco dilagare di chitarre surf aromatizzate ’77, però datato giugno ’79, non fuori tempo massimo ma più o meno. La band si era formata – con un’altra ragione sociale, R.A.F., acronimo per Rock And Folk oppure Rock And Fan, secondo l’estro – nel gennaio 1978, quando Wills, inglese ma nativo di Ginevra, aveva convocato a Londra il canadese Gluck, conosciuto un anno prima. Chitarrista il primo, cantante il secondo, saranno l’unica presenza costante nella vicenda Barracudas e vi/mi risparmio quindi il lungo elenco dei comprimari con la sola, onorevolissima eccezione dell’americano Chris Wilson, che aggiungerà una seconda chitarra e un’eccellente vena compositiva alla vigilia delle registrazioni del secondo LP. Veniva – guarda tu il caso – dalle fila dei maestri Flamin’ Groovies. Del trittico di sette pollici fra I Want My Woody Back e I Can’t Pretend la collezione Castle recupera tutti i lati A e due dei quattro retri: è ancora surf-punk che si sta tuttavia spostando verso dei mezzi ’60 alimentati a beat e folk-rock, chitarre scampanellanti, ritmi squadrati e melodie di buon popappiglio. Primo singolo per la EMI, che vedeva nei Barracudas una possibile novelty (si ricrederà presto), Summer Fun violava nell’estate 1980 i Top 40 britannici, impresa che non avrà mai seguito.

“Drop Out With The Barracudas” risale al febbraio dell’anno dopo. 33 giri caruccio ma che un po’ patisce l’essere scisso fra un passato surf e un futuro moderatamente psichedelico e più che altro garage-folk. Valgono di più – nel caso voleste cercare i vecchi reperti vinilitici piuttosto che accontentarvi di un’antologia che comunque li rappresenta adeguatamente – i successivi “Mean Time” (gennaio 1983) e “Endeavour To Persevere” (febbraio 1984), entrambi editi (nemo propheta in patria) dalla francese Closer, con in mezzo un semiclandestino, registrato orrendamente ma spumeggiante, “Live 1983”, su Coyote. All’ingrosso: più aggressivo il primo, più delicato il secondo, sostanzialmente un album di ballate dalla produzione fiacca quanto è brillante l’ispirazione. Vale di più, riascoltato oggi, anche “Wait For Everything”, frutto del rinnovarsi del sodalizio Wills/Gluck nel 1991, a sette anni da uno scioglimento determinato dall’incapacità di muovere un numero accettabile di copie per LP su qualunque mercato fuor da quello francese. “This Ain’t My Time” riprende da lì mezza dozzina di brani e non si notano cesure né temporali né qualitative.

Un difetto va imputato a codesta antologia: sorvola o quasi sulle numerose cover registrate dal gruppo, riproponendo giusto la bacharachiana, in versione devota ai Love, My Little Red Book. Peccato. Si sarebbe potuta tracciare una bella mappa, congiungendo i puntini fra (naturalmente) Barracuda degli Standells e I Ain’t No Miracle Worker di Brogues e Chocolate Watchband (in Italia dei Corvi), come fra You Were On My Mind di Barry McGuire (celebre dalle nostre parte grazie all’Equipe 84) e una Codeine memore soprattutto dei Charlatans, fra il classico di Leon Rosselson (frequentato pure da Billy Bragg) World Turned Upside Down, la You’re Gonna Miss Me dei 13th Floor Elevators e (naturalmente bis) la Slow Death dei Flamin’ Groovies. Chiusura di cerchio e missione compiuta. Certi fallimenti sono più gloriosi dei trionfi.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.463, 20 novembre 2001.

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Oh Lord, Have Marcy. Playground

Qualcuno si ricorda dei Marcy Playground? Dubito. Eppure sono tuttora in pista e ancora, incredibilmente (ma vorrà ben dire che qualche disco lo vendono), su Capitol. Ebbero i loro… nemmeno quindici, no… cinque minuti di fama all’incrocio fra il vecchio secolo e il nuovo e per quanto mi riguarda continuo a considerare i loro primi due album due gioiellini di pop con le chitarre all’americana. Recensivo benissimo il secondo, “Shapeshifer”, sull’allora settimanale “Il Mucchio” e qualche numero dopo scrivevo questo breve articolo, a corredo di un’intervista raccolta da Alessandro Besselva. Finivano pure in copertina, ma era una copertina dimezzata, divisa a metà con i Delgados. Che sfigati, eh?

Marcy Playground - Shapeshifter

A essere fatalisti, si potrebbe pensare che il destino di “Shapeshifter”, album numero due per i newyorkesi di adozione Marcy Playground, fosse già scritto nella data in cui vedeva la luce negli Stati Uniti (in Europa è uscito soltanto lo scorso 10 aprile): 2 novembre 1999. Giorno dei defunti. Avesse raggiunto i negozi ventiquattr’ore prima, il giorno dei Santi, magari le cose sarebbero andate diversamente. Chissà… Quel che è certo, vista la sfortuna che li perseguita, è che John Wozniak e compagni dal farsi benedire da schiere di santi di ogni culto potrebbero ricavare qualche giovamento. Nominatemi un altro gruppo accasatosi da subito presso una major che ha visto non una ma due case discografiche chiudere i battenti, fagocitate da altre compagnie, in corrispondenza con la pubblicazione dei suoi dischi. Era accaduto nel 1997, quando a quattro mesi dall’uscita di “Marcy Playground” la EMI americana sbaraccava. Le vendite più che soddisfacenti di quell’album (alla fine disco d’oro negli USA, anche grazie a un singolo, Sex And Candy, per tredici settimane al vertice della classifica di rock alternativo di “Billboard”), inducevano la Capitol a rilevare il contratto e a ristampare il CD, promozionandolo adeguatamente. Avrebbe probabilmente fatto lo stesso con “Shapeshifter” non fosse stata nel frattempo inglobata dalla Time-Warner per la quale, a quanto pare, un gruppo che all’esordio ha piazzato oltre mezzo milione di copie non è sufficientemente appetibile. E così, come conferma il vistoso ritardo con cui l’album è stato pubblicato da questa parte dell’Atlantico, attualmente i Marcy Playground sono in un limbo. Aggiungete a riscontri commerciali per ora modesti (come stupirsene?) qualche sfiga ordinaria, tipo un tour dicembrino interrotto per malanni di stagione assortiti, e comprenderete come i menagrami che pronosticano una pronta sparizione dei nostri eroi dalle carte topografiche del rock suonino quasi pletorici nelle loro argomentazioni. Se è indiscutibile che il potenziale commerciale del trio appare immenso e non sfruttato finora che modestamente, è non meno vero che la storia del pop chitarristico a stelle e strisce è piena di analoghe vicende (basti pensare a Big Star e dB’s) di gruppi che avevano tutto per diventare ricchi e famosi e invece no.

E ora le buone notizie. Come ha raccontato al nostro Besselva, Wozniak – cantante, chitarrista e autore della totalità del repertorio; registrò da solo gran parte dell’omonimo debutto e i Marcy Playground sono lui, il bassista Dylan Keefe e il batterista Dan Rieser non essendo che onesti comprimari – ha acquistato uno studio. Segno sicuro che è intenzionato a non lasciare la ribalta tanto presto. Non si può che rallegrarsene, giacché autori di canzoni di simile livello non ne circolano molti oggi, in particolare fra le ultime leve. L’abbassamento dei costi di registrazione renderà poi i Marcy Playground, nel caso l’attuale etichetta decidesse di tagliarli, ancora più appetibili per quelle indipendenti che c’è da aspettarsi che si infileranno con sempre maggiore abilità/agilità negli interstizi dell’oligopolio delle multinazionali. Sebbene il presente sia incerto, il futuro potrebbe dunque sorridere alla banda Wozniak. Che se anche dovesse sciogliersi da qui alla settimana prossima lo farebbe comunque lasciando un’eredità di valore.

Se pure voi vi siete innamorati di “Shapeshifter”, investite serenamente nel predecessore che, passato a suo tempo sotto silenzio dalle nostre parti, è da poco riemerso dall’oblio e a medio prezzo perdipiù. Più conciso (non arriva a trentacinque minuti, ove il suo erede supera appena i tre quarti d’ora), “Marcy Playground” è anche più raccolto, meno propenso ad accensioni di elettricità e scatti di lirismo alla Pearl Jam, cui cede solamente in Saint Joe On The School Bus. Quanto all’ombra dei R.E.M., sfiora la pastorale Sex And Candy e avvolge gli agitati sogni folk-rock di One More Suicide e Dog And His Master, ma con discrezione. Bisogna aguzzare bene i sensi per individuarla. Assai più evidenti, e inattesi giungendo dalla frequentazione del successore, risultano il ritornello squisitamente alla Kinks (periodo “Face To Face”, il più classico) di Ancient Walls Of Flowers e l’identico sentire di Gone Crazy, l’influenza beatlesiana che tracima da una A Cloak Of Elvenkind che è puro “White Album” e finalmente lo scampolo di newyorkesità (è il congedo) di una The Vampires Of New York che rimanda al giovane Paul Simon.

Se invece “Shapeshifter”, alla cui recensione (n.391) vi rinvio, non è ancora nei vostri scaffali, l’invito è a partire da lì. Vi troverete al cospetto dei migliori R.E.M. apocrifi mai uditi. No! Non dite che non vi sembra abbastanza per gridare al miracolo. Non prima di averle ascoltate queste dodici canzoni una più memorabile dell’altra, argute e appassionate, candide e sagaci, timide e seducenti. Scoprirete di non poterne più fare a meno. Ringrazierete che esista tuttora gente come John Wozniak. Time-Warner o no, è nata una stella.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.396, 9 maggio 2000.

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Into The Groove! Il dinamico duo Jimmy Smith & Wes Montgomery

Jimmy  Smith & Wes Montgomery - Jimmy & Wes The Dynamic Duo

Chi sia il campione e chi lo sfidante non si può dire o invece sì: tutti e due campioni, campionissimi. E in ogni caso, intenti ad addentare due panini, le braccia intrecciate come due amanti intenti a un brindisi, oppure due pugili in vena di cazzeggio alla conferenza di presentazione di un combattimento… Sulla sinistra Wes Montgomery: “Un chitarrista che esibisce un controllo del suo strumento di rara autorevolezza”. Sulla destra Jimmy Smith: “Un animale il cui attacco alla preda, l’organo Hammond, ha come risultato la sua totale sottomissione”. Così quello che potremmo definire come il cronista dell’incontro, vale a dire Holmes “Daddy-O” Dayilie, all’epoca conduttore già da diciannove anni di una leggendaria trasmissione di jazz diffusa nell’etere dagli studi della WAAF di Chicago, nelle impagabili (si firma “swingceramente Vostro” e non aggiungo altro) note di “The Dynamic Duo”, disco registrato in due giorni – 23 e 28 settembre 1966 – nei celebri studi di Englewood Cliffs, New Jersey, di Rudy Van Gelder, con la produzione curata dallo stesso padrone di casa e tanto l’appassionato di jazz che quello di alta fedeltà già si staranno sfregando le mani, soddisfatti ed eccitati. E l’arbitro? Proseguendo con la metafora del match di boxe si potrebbe dire che sia il terzo uomo la cui foto campeggia sull’interno di copertina, vale a dire Oliver Nelson, arrangiatore impareggiabile che fa rendere al massimo ciascuno dei ben diciotto musicisti che affiancano la coppia di superstar. E l’organizzatore? Non è citato da nessuna parte e merita invece eccome di venire nominato: Creed Taylor, discografico geniale (un tempo si poteva dire, oggi sembrerebbe una contraddizione in termini) che aveva l’idea di mettere insieme (Montgomery fra l’altro al passo d’addio alla Verve) due dei più celebri e dotati fra i suoi protetti. Che formidabile tenzone! Terminante in perfetta parità, va da sé. Smith dritto alla giugulare del rivale e sodale, e dell’ascoltatore, con fraseggi serratissimi e un suono felicemente obeso. Montgomery fluido ed elegante e con un aplomb tale da sembrare flemmatico, lento persino, quando è in realtà pure lui velocissimo. Metteteci intorno percussioni (Ray Barretto e scusate se è poco), batteria (Grady Tate e idem come sopra) e una quindicina di fiatisti che randellano come disperati e che otterrete? Un groove irresistibile, invincibile, un disco che coniuga meravigliosamente classe e divertimento. Tanto per rammentare ai troppi che convenientemente troppo spesso se lo dimenticano che il jazz nasceva come musica da ballo.

Sono solamente cinque brani ma il più breve – una cinematografica 13 (Death March) – dura ben 5’21” e il più lungo – una delle più magmatiche versioni a memoria d’uomo del classico spiritual Down By The Riverside – arriva a toccare i dieci. Agli opposti della ballabilità una Night Train bella jump e il sorridente romanticismo di Baby, It’s Cold Outside. Incisione superlativa per dettaglio, calore e – appunto! – dinamica.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.278, aprile 2007.

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