“Love Is Hell”: il piccolo capolavoro perduto di Ryan Adams

Ryan Adams - Love Is Hell

Naturalmente nessuno ne è del tutto convinto (certamente non io), ma sembrerebbe che arrivato a quarant’anni e avendo avuto per metà della sua vita i riflettori puntati addosso Ryan Adams si sia infine persuaso a mettere la testa a posto. Omonimo a sottolineare l’importanza che il titolare gli attribuisce, il suo ultimo lavoro è arrivato nei negozi lo scorso 8 settembre, un paio di mesi in anticipo sul compleanno importante di cui sopra, e da lì è volato nella classifica di “Billboard” alto come nessuno dei tredici predecessori: numero quattro. Immagino che alla Blue Note si stiano fregando le mani, felicitandosi per avere vinto una scommessa tanto azzardata, anche se senza illudersi di avere trovato una Norah Jones al maschile. Immagino che se avessero raccontato al nostro uomo quando aveva vent’anni, e capeggiava una punk band devota agli Hüsker Dü chiamata Patty Duke Syndrome, che un giorno si sarebbe trovato a incidere per quella che fu a lungo l’etichetta jazz per antonomasia, avrebbe risposto a male parole. Oppure ridendo, scrollando la capoccia e buttando giù un’altra birra. Stavolta resterà a bordo del treno lanciato verso il successo vero? Stava per salirci quando, nell’occhio del ciclone del grunge, sciolse quel suo gruppetto giovanile per suonare tutt’altro con gli Whiskeytown. E c’era salito, ma ne scese una prima volta quando non vi era chi non fosse disposto a scommettere che gli Whiskeytown avrebbero rappresentato per l’alt-country l’equivalente di ciò che erano stati i Nirvana per l’alternative rock. E lui scelse quell’esatto momento per darsi a una carriera da solista. E poi una seconda quando quella carriera stava decollando prepotentemente, grazie a un endorsement sorprendente (Elton John; pensate di lui ciò che volete, ma è sempre stato uno che sa riconoscere un grande autore quando se lo trova davanti) e soprattutto a un secondo album, primo di tanti su Lost Highway (rapporto tanto fruttuoso quanto tempestoso), universalmente acclamato come un capolavoro di classicismo rock. Da qualche parte fra Van Morrison e Neil Young, i Beatles e i Rolling Stones, “Gold”. Magari mi sbaglio, magari devo riascoltarlo meglio, ma non mi pare che “Ryan Adams” lo avvicini a livello di scrittura. Buon disco, eh? Però senza guizzi particolari e forse troppo… pacificato per appartenere a questo ribelle ormai di mezza età. Troppo… pensato (e difatti lo si è atteso tre anni: mai successo prima) per uno che si è sempre fatto guidare dalle sue multiformi passioni e dall’estro del momento: a un certo punto vagheggiò di incidere un disco hip hop (!), a un certo punto ne ha pubblicato uno (“Orion”) da catalogarsi senza esitazioni alla voce “heavy metal” e totalmente devoto ai Voivod, pensate. Un po’ più plausibilmente qualche anno prima pensò di registrarne uno che voleva essere un suo personale omaggio agli Smiths e all’uopo decise di farsi produrre da chi firmò la regia dell’epocale esordio dei Mancuniani, John Porter. Dire che alla Lost Highway erano perplessi è un eufemismo.

È una storia complicata, ed era una gestazione assai travagliata, quella di “Love Is Hell”. L’etichetta ne pagava i costi di studio – una prima metà delle registrazioni aveva luogo a New York nel settembre 2002, si completava a New Orleans (con musicisti tutti diversi) nel febbraio dell’anno dopo – ma prima pretendeva che Adams incidesse e pubblicasse un altro album più prossimo stilisticamente a “Gold” – il titolo la dice lunga: “Rock’n’Roll” – e poi, ritenendo comunque modesto per gli Stati Uniti il potenziale commerciale dell’opera, la divideva in due EP. Salvo poi, quando invece le vendite si rivelavano più che soddisfacenti, decidere di ristamparli su un unico disco, aggiungendo inoltre alle quindici canzoni del programma complessivo una sedicesima, Anybody Wanna Take Me Home, a quel punto già apparsa sebbene in una versione diversa in “Rock’n’Roll”. Irritando ovviamente assai quanti già avevano acquistato i due EP. Ma non è mica finita, eh? Mentre nel Regno Unito l’unica traccia non autografa in un programma che sfiorava a quel punto l’ora e dieci, una scarna resa country-folk della hit degli Oasis Wonderwall riscuoteva un buon successo (un numero 27 nella classifica dei singoli), in Francia l’album usciva senza Anybody… ma con in compenso quattro bonus e l’ordine dei pezzi mischiato. In Giappone ripristinavano invece la scaletta americana e alle quattro bonus dell’edizione transalpina ne aggiungevano ulteriori tre, “Love Is Hell” a quel punto un mastodonte di ventitré brani che ci volevano due CD a contenere. Era quello e solo quello l’album che avrebbe voluto pubblicare l’artefice? Parrebbe di sì. Quel che è certo è che in tale forma sarebbe risultato l’articolo più rilevante, dopo “Gold” e al limite “Heartbreaker”, del suo catalogo post-Whiskeytown. E avrebbe illuminato di tutt’altra luce i suoi anni Zero.

Clamorosa bizzarria – ma tutto ciò è molto “adamsiano” – che questo piccolo capolavoro perduto sia da qualche mese disponibile per la prima volta per il mercato USA (innanzitutto) in una a dir poco sontuosa stampa in vinile triplo griffata nientemeno che da Mobile Fidelity Sound Lab. Oggetto bellissimo: un cofanetto a contenere i tre LP e uno stupendo mini-book con testi, crediti e foto. Suoni da urlo: raramente in vita mia (e due dischi li ho ascoltati) mi è capitato di avvertire tanto nitidamente nella mia stanza la presenza dei musicisti. Palpabile, tridimensionale, di una naturalezza che semplicemente fa scomparire l’impianto usato per riprodurla. Si resta a tal punto stupefatti che ci si mette un po’ a concentrarsi sulle canzoni e a realizzare quanto siano – spesso – splendide anch’esse. Dal Jeff Buckley apocrifo di Political Scientist alla collisione Dylan/Cohen di Halloween, dalla già menzionata rilettura di Wonderwall a una scartavetrata Fuck The Universe, passando per i R.E.M. accasati alla Postcard di World War 24, per il Tom Waits antico evocato da My Blue Manhattan, per la Nashville dell’anima di Please Do Not Let Me Go. Ma… gli Smiths? Ci sono, ci sono. Li si coglie appieno in This House Is Not For Sale, in Anybody Wanna Take Me Home, in una traccia omonima intrecciata di tamburi marziali e chitarre scintillanti, in Avalanche, in City Rain, City Streets, infine in una Black Clouds capace anche di evocare degli Suede e dei Verve al netto della prosopopea. Ovviamente, trasfigurati come solo un ragazzo che li ascoltò mentre cresceva a Jacksonville, North Carolina, in una famiglia disfunzionale avrebbe potuto.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.359, gennaio 2015.

2 commenti

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2 risposte a ““Love Is Hell”: il piccolo capolavoro perduto di Ryan Adams

  1. Grande post, fa venire voglia di buttarsi nel mare di vinile anche a chi come me non riesce a staccarsi dal CD. A tutte le influenze citate sopra mi permetto di aggiungere quella secondo me più evidente, soprattutto nella track omonima: Paul Westerberg.

  2. Nemmeno un mese fa io e mia moglie abbiamo realizzato un nostro piccolo grande sogno: siamo andati a vedere Ryan Adams all’Olympia Theatre di Dublino. Ed è andata benissimo: lui ama Dublino e Dublino lo ama, per cui era in stato di grazia ed ha espresso il suo meglio, di ieri e di oggi. Tra cui, quasi alla fine, una pazzesca I see monsters (da questo capolavoro che scommetto tra una decina d’anni verrà universalmente riscoperto e celebrato) di intensità oltre l’umano, con un finale noise liberatorio (ai livelli dei migliori Wilco). E poi, si vede che è innamorato perso della dolce Natalie Prass (in tour insieme a lui)…
    E speriamo che qualcuno si decida a portare in Italia tutto questo ben di Dio…

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