What if? Immaginarsi un mondo senza i R.E.M.

Il 5 aprile 1980 non era Pasqua ma una vigilia. Non era tuttavia per pregare in attesa dell’imminente Resurrezione che si riunivano, in una chiesa peraltro sconsacrata in Oconee Street, Athens, Georgia, alcune decine di ragazze e ragazzi. Si festeggiava un compleanno e per l’occasione suonava dal vivo per la prima volta una band appena formatasi. Tali Twisted Kites. Diventeranno discretamente famosi con un altro nome.

REM 1982

“What if?”, cosa sarebbe accaduto “se”? Giochino che sta alla base di una categoria della fantascienza, l’ucronia, che ha regalato al genere alcuni dei suoi più sfolgoranti capolavori. Tipo La svastica sul sole di Philip K. Dick, in cui si immagina un mondo in cui le potenze dell’Asse hanno vinto la Seconda Guerra Mondiale. Giochiamo? Cosa sarebbe accaduto se Peter Buck fosse rimasto ad Atlanta e non fosse andato a lavorare nel negozio di dischi di Athens della cui clientela faceva parte Michael Stipe? Se le discussioni dei due con Paul Butchart e Kit Swartz, futura sezione ritmica dei Side Effects, avessero portato loro in squadra invece di Mills e Berry? Se Berry non avesse lavorato per l’agenzia di organizzazione di concerti del fratello del proprietario della I.R.S.? Se lo stesso Berry avesse accettato un’offerta dei Love Tractor? Se non si fosse fidanzato con Kathleen O’Brien? Decisiva la fanciulla per la nascita dei R.E.M. dacché fu lei, personaggio di spicco di quella bohème di provincia installatasi ad Athens, Georgia, in una chiesa sconsacrata in Oconee Street, a presentare Bill, che li presentò a Mike, a Michael e a Peter.

Inimmaginabili i R.E.M. senza il gioco di personalità alla base della loro alchimia. Tutta un’altra cosa senza di loro la storia del rock degli ultimi due decenni, non solo perché verrebbe a mancare uno dei gruppi di maggiore spessore ma perché la si priverebbe di uno dei motori. Alfieri quasi loro malgrado del “college rock”, antesignano di quella scena “alternative” andata al potere con i Nirvana, questi Fab Four d’America cambiarono per sempre negli ’80 – con pensieri, parole, opere e giganti coevi chiamati Replacements, Hüsker Dü, Meat Puppets, Sonic Youth – la mappa del rock a stelle e strisce. Ciò che non era riuscito al punk. Dei rivoluzionari insomma, nonostante il loro tasso di monelleria sia fra i più bassi da Elvis in poi. È stata una rivoluzione silenziosa e garbata la loro, una tranquilla epopea di talento, duro lavoro e perseveranza. Giusto celebrarla, una volta di più, in un momento in cui sono laterali come non mai allo scorrere di quel grande fiume che ci ostiniamo a chiamare rock. Giusto nel momento in cui confermano – il loro modo di stupire – l’immacolatezza di un punteggio che ha del miracoloso: dodici album e non uno che sia men che bello, che non abbia incantato da subito sapendo però anche resistere all’usura del tempo che passa e con i più ridimensiona, che non abbia spostato un po’ i termini del discorso rispetto al predecessore. Non vi sono altri, nell’oggi o nel passato, con un curriculum simile e smentitemi se ne siete capaci.

Dovrei a questo punto diffondermi sui tempi eroici dei R.E.M., sui quindici mesi trascorsi dal debutto dal vivo all’esordio a 45 giri e sulla commedia degli equivoci che fu il loro mettersi insieme: basti dire che Buck attaccò discorso con Stipe colpito dal fatto che girasse sempre con due splendide ragazze che non sapeva essere sue sorelle; che Mills e Berry prima di fare comunella si detestavano; che dopo averli conosciuti Stipe sbottò con Buck, aperte virgolette, non starò mai in una band insieme a gente simile, chiuse virgolette. E ancora riferire dei fondamentali incontri con Bertis Downs, che tuttora rappresenta legalmente quell’industria che sono divenuti i R.E.M., e con Jefferson Holt, che sarà loro manager per sedici anni. Dei tanti concerti in pizzerie, bar per motociclisti, discoteche gay. Dei primi demo. Di quell’eden di festini belushiani e sognatori di artistici mondi nuovi che era Athens (che “cuoce come pan di zenzero in un forno nel sole dell’estate georgiana, mite, umida e dolce fra gli aranceti, fatta di case ottocentesche di un solo piano e giganteschi edifici tutti colonne e aste di bandiere con le stelle e strisce che pendono flaccide nella calura fastidiosa”, come ebbe magnificamente a descriverla un cronista britannico). Mi perdonerete se non lo faccio. Bisognerebbe scrivere un libro e i pur vasti spazi offerti da “Extra” non consentono trattazioni tanto minuziose.

Passerò allora subito alla polpa delle cose, ai dischi insomma, con solo una piccola avvertenza prima: dovesse capitarvi di recarvi ad Athens, potete risparmiarvi pellegrinaggi in Oconee Street. La vecchia chiesa non c’è più. Al suo posto un parcheggio. Contrariamente ai R.E.M., l’America non ha memoria.

Tratto da R.E.M.embering – Una tranquilla epopea. Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.2, estate 2001.

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