Gli American Graffiti di Brian Setzer

Dio solo (quello del rock’n’roll, ovvio) sa il bene che ho voluto agli Stray Cats, così tanto da dedicare loro uno dei miei primissimi articoli (lo trovate qui, a mio imperituro imbarazzo). Il Brian Setzer successivo l’ho seguito distrattamente ma ricavando comunque quasi sempre, dagli occasionali incontri, discrete soddisfazioni. Oggi che fa gli anni (cinquantasei) lo ringrazio ripescando una recensione della sua ultima, ancora recente fatica da solista, “Rockabilly Riot! All Original”.

Brian Setzer - Rockabilly Riot! All Original

Fortuna che gli ha retto il ciuffo e pazienza per quel po’ di pappagorgia che a cinquantacinque anni può starci. Ma vuoi mettere perdere i capelli per uno che ha sempre curato l’acconciatura “in stile” non meno di abbigliamento e chitarre? Avrebbe dovuto cambiare genere/generi? Ritirarsi? Facezie a parte, è sempre un piacere constatare che uno dei tuoi primi eroi all’incirca coevi sta invecchiando nel miglior modo possibile: restando giovane. Chi lo avesse perso di vista, magari addirittura dai tempi di quegli Stray Cats profeti in patria in differita ma che profeti (la raccolta che riassumeva i primi due LP inglesi seconda nella classifica di “Billboard”) di un ritorno in auge del più classico rock’n’roll in era new wave, potrebbe pensare che abbia continuato a suonare sempre la stessa canzone, riducendosi a macchietta. Non è andata così, come sa bene chi l’ha seguito sia quando alla prima uscita da solista (“The Knife Feels Like Justice”, 1986) tentava la strada del cantautorato rock alla Mellencamp che quando si metteva alla testa di un’omonima Orchestra e di un revival ancora più improbabile, quello dello swing.

Insomma: lo spartito ha esibito nel tempo apprezzabili variazioni ed è il caso anche di un disco che non si può immaginare suonato dagli Stray Cats già solo per la presenza in alcuni momenti preminente (Let’s Shake un gioiello) di un piano che fa tanto Jerry Lee Lewis. O di un brano alla Beatles come The Girl With The Blues In Her Eyes. In questo senso il Nostro è quello di sempre: originalità zero (in barba al titolo) e in compenso l’abilità di un artigiano come nell’ambito non ve n’è, capace di confezionare un apocrifo di Eddie Cochran della forza di What’s Her Name o di essere più Buddy Holly di Buddy Holly in Blue Lights, Big City.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.356, ottobre 2014.

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1 Commento

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Una risposta a “Gli American Graffiti di Brian Setzer

  1. Giancarlo Turra

    ma quello è Dario Salvatori !!!!!

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