L’apocalisse gioiosa dei Culture di “Two Sevens Clash”

Culture - Two Sevens Clash

Dicono che Picasso ambisse a morire con un pennello in mano e non è in fondo il più logico dei desideri per un artista? Uscire di scena definitivamente nel bel mezzo di una performance, andarsene ancora intento alla ricerca di un briciolo o più di immortalità. Il pittore spagnolo ci lasciò però alla veneranda età di novantadue anni, Joseph Hill – che dei Culture fu uno dei tre fondatori e dal ’93 del gruppo era qualcosa più di un incontrastato leader – ha salutato troppo presto, cinquantasettenne, accasciandosi su un palco berlinese lo scorso 19 agosto. Incerte le cause dell’improvviso decesso – le cronache hanno parlato di non meglio precisati problemi di fegato – ma se è possibile che Hill fosse malato da tempo mai lo aveva dato a vedere in un principio di nuovo secolo produttivamente felicissimo. Ben recensiti pure su queste pagine, “Humble African” (del 2000) e “World Peace” (del 2003) restano fra gli articoli più notevoli di un catalogo che ne annovera alcune decine (nessuno indegno) e in mezzo aveva visto la luce un fors’anche più rimarchevole “Live In Africa”. Dipartita dunque doppiamente intempestiva, quella del nostro uomo, e della quale doppiamente bisogna dolersi: è morto mentre era vivo, vivissimo, addirittura il più vitale fra i superstiti di quel decennio, i ’70, che per il reggae fu un’Età dell’Oro. Pure per lui e per il gruppo cui dava vita nel 1976 – African Disciples la prima ragione sociale, presto cambiata su suggerimento del produttore Joe Gibbs – insieme ai cugini Albert Walker e Roy “Kenneth” Dayes. Per quanti bei dischi abbiano fatto in seguito i Culture il debutto “Two Sevens Clash” è rimasto insuperato, un classico assoluto della battuta in levare e oltretutto – particolare che lo rende ancora più interessante, e storicamente rilevante, per chi al reggae arriva dal rock – uno dei tre o quattro decisivi per fare innamorare della musica giamaicana la generazione del punk. Colonna sonora, con “War In A Babylon” di Max Romeo e “Police & Thieves” di Junior Murvin, degli scontri a sfondo razziale a Notting Hill Gate che ispirarono ai Clash White Riot, per dire. Hill aveva all’epoca ventott’anni e alle spalle una storia lunga così.

Gli inizi si perdono in tardi ’60 che lo vedono far girare dischi in vari sound system nella natìa Linstead per poi, come tutti, cercare fortuna nella capitale Kingston. Nel 1971 si unisce come percussionista e corista ai Soul Defenders (un solo LP all’attivo e postumo) e con loro partecipa, da turnista, a innumerevoli incisioni per questo o quello dei cantanti accasati presso la Studio One di Clement “Coxsone” Dodd. Ci prova da solista, con alcuni singoli che non vanno tuttavia da nessuna parte e allora è lui ad andarsene, a tornarsene al paesello a guadagnarsi da vivere cantando e suonando per i turisti. Non ringrazieremo mai abbastanza i cugini di cui sopra per esserselo portato via da lì.

L’esordio a 45 giri di quello che è fondamentalmente un trio vocale – a fare da fenomenale backing band provvedono i Revolutionaries – si intitola This Time e fa discreti sfracelli, cogliendo probabilmente di sorpresa gli stessi artefici, nelle classifiche locali. Purtroppo sull’album non lo troverete. Ci sono vivaddio i due singoli successivi: See Them A Come, rutilante, tastiere bene in vista, passo quasi rocksteady; e Two Sevens Clash, che il 33 giri battezzerà. Gioiosa in uno spartito fragrante d’Africa, apocalittica nella visione che dipinge di una Giamaica – e un pianeta – tormentati dall’ingiustizia dello sfruttamento, dalla povertà, dalla violenza. Stupirsi se trovò orecchie attente in un’altra isola, la Gran Bretagna, che fatte le debite proporzioni era anch’essa immersa in una crisi profonda? Nella visione rastafari il 7/7/1977 – da qui il titolo sulla coppia di sette in collisione – era data fortemente indiziata come quella del principio della fine del mondo. Potrebbe sorprendersi il lettore. Potrebbe sembrargli incongruo che un paesaggio così fosco venga dipinto con una musica così esuberante, ma non c’è incoerenza: la fine del mondo si porterà via i problemi materiali e nel paradiso in terra che verrà nessun uomo sarà più… uguale di un altro. Dell’ala militante del reggae i Culture saranno in ogni caso sempre fra i moderati, il loro messaggio offerto con un sorriso e con melodie e scansioni indimenticabili. Subito esemplare la cantilena a orologeria di Calling Rasta Far I, non sono da meno una I’m Alone In The Wilderness insieme svelta e distesa, terrigna e alata, una Pirate Days ancora più incalzante, una I’m Not Ashamed sospettosamente simile al Jimmy Cliff che rifaceva Cat Stevens, una marziale Black Starliner Must Come così come una Natty Dread Taking Over disegnata da fiati avvolgenti. Soprattutto, Get Ready To Ride The Lion Of Zion: orecchiabilità e carisma da Marley sulla linea di confine fra roots e pop, capolavoro fra i capolavori. A quasi trent’anni dalla pubblicazione, “Two Sevens Clash” abbacina come al suo primo disvelarsi.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.631, febbraio 2007.

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1 Commento

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Una risposta a “L’apocalisse gioiosa dei Culture di “Two Sevens Clash”

  1. Diciamoci la verità, l’unico che si merita (MERITA) di morire stramazzando sul palco è Lemmy. Per gli altri qualunque posto può andare bene.

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