I primi Semi Cattivi di Nick Cave

Nick Cave & The Bad Seeds

Intruppato nella new wave alla sua prima vera apparizione alla ribalta, alla testa di quei Birthday Party che da Melbourne si trasferivano nel 1980 a Londra, per mera coincidenza temporale, Nick Cave ha in realtà fatto da subito categoria a sé, già nei classici quando una voce i cui limiti ha imparato presto a valorizzare svettava su fragorose orgie. Non avendo mai tradito sé stesso non ha mai tradito il pubblico e, tanto con la prospettiva data una vicenda artistica ultratrentennale che in forza di un riascolto che li scopre ostici, sì, ma meno che nel ricordo, si coglie appieno la verità di quanto affermava nel ’94 in una conversazione con Gavin Martin, quando osservava che “già nei Birthday Party il blues, il soul, il country erano presenti, ma era come se tutto quanto fosse esploso e schegge fossero state scagliate in ogni direzione, perché non provavamo rispetto per niente, mentre adesso ci accostiamo con la dovuta reverenza a influenze che ci sono sempre state”. Uso del “noi” da intendersi non come plurale maiestatis bensì come riconoscimento al contributo di un gruppo, i Bad Seeds, eccezionale perché composto da personalità una per una eccezionali: Mick Harvey e Blixa Bargeld per citare due che non ci sono più ma la cui militanza è stata ventennale, Barry Adamson per dire di uno che se ne andò ma è tornato. Cointestari di tutti gli album di Cave tranne che del primo, “From Her To Eyernity”, datato ’84 ed esordio raffazzonato per confezione se non per esiti, fiore del male sbocciato quasi casualmente dalla rancorosa dissoluzione dei Birthday Party. Il successivo “The Firstborn Is Dead” gli andrà dietro poco più di un anno dopo ma sarebbero potuti essere mesi, se la pubblicazione non avesse dovuto aspettare un OK da parte di Bob Dylan. Fatto è che in scaletta c’è una canzone di costui, Wanted Man, cui Cave incrementandone l’incalzante epicità aggiungeva diverse strofe e serviva il benestare dell’autore per farla uscire. Nel mentre che lo si attendeva saltava persino un tour.

Ombre mitologiche si allungano su “The Firstborn Is Dead”. Di Dylan ho detto. La presenza più forte è tuttavia quella di Elvis, cui fanno riferimento sia il titolo (Presley aveva un gemello che morì alla nascita) che il formidabile brano che lo inaugura, Tupelo, musicalmente un po’ John Lee Hooker e un po’ Howlin’ Wolf, testualmente lettura cristologica della nascita di Elvis, annunciata da un diluvio biblico. Ben presente il defunto Re del Rock’n’Roll, tanto in una Say Goodbye To Little Girl Tree che parte come Fever e arriva come Heartbreak Hotel (nella versione di John Cale) che nella desolata Knocking On Joe. E poi, proprio alla fine, c’è Blind Lemon Jefferson, dedica a un personaggio leggendario, prima star del blues, elevato a simbolo da Cave che di lui all’epoca sapeva quasi nulla ma gli piaceva il nome. Conosceva magari meglio Robert Johnson: ascoltate The Black Crow King e sappiatemi dire. Con il senno del poi, che il successore di “The Firstborn Is Dead” sia stato “Kicking Against The Pricks” è di una logica assoluta: dopo essersi confrontati con alcuni miti d’America, che potevano fare Cave e i Bad Seeds se non misurarsi più estesamente e organicamente con le radici della propria musica? Reputato unanimemente il loro zenit, il disco nasceva in realtà in fretta (con sei canzoni messe su nastro nel primo giorno trascorso in studio e altre cinque il giorno dopo) e principalmente per due motivi. In primis perché il leader, alle prese con il romanzo And The Ass Saw The Angel, non aveva avuto tempo per comporre nuovo materiale e un album di cover gli consentiva di ovviare. Secondariamente per ripicca nei confronti della stampa musicale britannica, che dopo avere bene accolto il primo LP era stata fredda con il secondo. Ricorda Mick Harvey che “Nick pregustava l’idea di collezionare stroncature e aveva pensato di intitolare l’album ‘Head On A Platter’”. Titolo sarcastico (la testa su un piatto) che veniva lasciato cadere a favore del ben più malizioso “Kicking Against The Pricks”, che vuol dire sì “Opporsi all’inevitabile”, ed è una citazione dagli “Atti degli Apostoli”, ma può anche essere interpretato come un rude “Prendendo a calci le teste di cazzo”. Fantastica commedia degli equivoci: la critica si prostrava dinnanzi al disco e il titolare quasi ci restava male. Indiscutibile capolavoro giocato sull’alternarsi di tensione e rilascio che lo anima tutto, così che ad esempio allo sguaiato, tagliente blues di I’m Gonna Kill That Woman (John Lee Hooker) segue l’incantevole valzerino Sleeping Annaleah (Tom Jones), all’ultraconfidenziale By The Time I Get To Phoenix (Jim Webb, ma ancora di più Isaac Hayes) va dietro la marziale The Hammer Song (Alex Harvey) e a quella l’almondiano melò Something’s Gotten Hold Of My Heart (Gene Pitney). Colpi di genio: una Hey Joe arrangiata a bolero; il classicissimo gospel (da fare invidia agli Alabama Singers) Jesus Met The Woman At The Well; soprattutto, una All Tomorrow’s Parties resa come se i Velvet Underground del primo LP fossero stati quelli del secondo. Forse l’apice di un album che attinge pure al country (un’apocalittica The Singer di Johnny Cash), al folk-rock (Long Black Veil), al pop più zuccherino degli anni ’60 (The Carnival Is Over dei Seekers). Disco irripetibile in cui forma e sostanza, gradevolezza e lirismo vanno di pari passo.

“Kicking Against The Pricks” usciva l’8 agosto 1986. A ribadire un momento artisticamente felicissimo (altra faccenda la vita privata di Cave, arrestato a più riprese per storiacce di droga), passavano meno di tre mesi e nei negozi arrivava “Your Funeral… My Trial”, album stupendo che si può dire divida la carriera del Nostro fra un “prima” e un “dopo”. Se con la terza e quarta facciata ci si reimmerge fra mefitici miasmi da Birthday Party (esemplare Hard On For Love) e ciò facendo da essi ci si congeda (salvo saltuari, un po’ nostalgici ritorni), le prime due preconizzano un futuro di organi tondi e toccate d’armonica (Sad Waters), circensi fughe nel felliniano (The Carny), carilloneschi rovelli (la traccia omonima), visite a chiese negre (Stranger Than Kindness). Se già non lo sapevate o lo avete sempre posseduto in forma di CD avrete inteso: vinile doppio ma, inusualmente per l’epoca, trattavasi di doppio mix (si superano di poco i quaranta minuti). La Mute, già etichetta originale, lo ha da poco riedito nel medesimo formato e risalgono sempre allo scorso ottobre le ristampe di “The First Born Is Dead” e “Kicking Against The Pricks” (ora anch’esso doppio). Qualità inappuntabile e prezzi abbordabili, grazie al fatto che in questo caso i master erano a disposizione e non rappresentavano dunque un costo.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.360, febbraio 2015.

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2 commenti

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2 risposte a “I primi Semi Cattivi di Nick Cave

  1. Enrico Murgia

    Quando definisci i Birthday Party ostici, intendi in senso negativo? Anche in altri articoli scritti da te, riguardanti il gruppo, sembra che non ti abbiano mai preso…idem per gruppi similari tipo Pop Group o P.I.L. O forse il sentimento è cambiato negli anni.

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