L’America di Simon & Garfunkel

Simon & Garfunkel

Nelle nostalgiche e belle (ancorché fatte in economia, come un po’ tutta l’operazione) note che corredano il libretto di “The Columbia Studio Recordings 1964-1970”, box quintuplo con l’opera (più o meno) omnia di Simon & Garfunkel, Bud Scoppa ricorda che nell’autunno 1965 era possibile, accendendo la radio a New York, imbattersi in una siffatta scaletta di successi del momento (ha ragione Scoppa a essere nostalgico!): Ticket To Ride dei Beatles, Satisfaction degli Stones, Turn! Turn! Turn! dei Byrds, Like A Rolling Stone di Dylan, The Sound Of Silence dei nostri due eroi. In dicembre i quattro di Liverpool pubblicavano “Rubber Soul” e il giorno stesso la WABC lo trasmetteva (fatto senza precedenti) integralmente: segnale più chiaro che l’epoca dei 45 giri era finita e cominciava quella degli album non avrebbe potuto esserci. La musica giovane diventava adulta e importante come mai era stata. Quella settimana il primo posto nelle graduatorie di vendita dei singoli era occupato proprio da The Sound Of Silence. L’omonimo LP avrebbe visto la luce nel successivo gennaio e non sarebbe riuscito a entrare nei Top 20. Eterna in compenso la sua permanenza in classifica: 143 settimane, quasi tre anni filati.

È la storia di un successo giunto per caso, solo per la brillante intuizione di un produttore, quella dei primi Simon & Garfunkel. Nati a pochi giorni l’uno dall’altro nel 1941 i due inauguravano precocemente il loro sodalizio recitando insieme, dodicenni, in una rappresentazione scolastica. Era però alla musica che indirizzavano presto attenzioni e speranze. Nel ’57 il provino di una canzone scritta da Simon in stile Everly Brothers attirava l’attenzione di un discografico che ingaggiava i due ragazzetti con gli imbarazzanti nomi d’arte di Tom (Art) & Jerry (Paul). Dopo un’apparizione ad “American Bandstand” Hey Schoolgirl otteneva un rispettabile e promettente numero 49. Svanivano però nel nulla i numerosi successori disseminati nell’arco di un biennio e nel 1959, finito il college, la coppia si divideva, pur continuando separatamente, fra una lezione universitaria e l’altra, a frequentare il mondo della musica. Entrambi pubblicavano qualche 45 giri e Simon vedeva suoi brani interpretati da altri, senza peraltro mai grandi riscontri mercantili. Al ritorno da una vacanza inglese lui e Art decidevano di riprovarci e rimediavano un insperato contratto nientemeno che per la Columbia.

Siamo arrivati al 1964. Grazie a Bob Dylan è il folk la musica più acquistata dai giovani americani bianchi. Alla Columbia hanno già in squadra Zimmie e pensano che versioni più soft di quei materiali potrebbero dare loro molte soddisfazioni. Insomma: si tratta di mettere insieme il rock’n’roll acustico degli Everly Brothers, materia perfettamente padroneggiata dal duo, con una canzone di protesta all’acqua di rose. L’immagine nel contempo educata e scapigliata della coppia parrebbe prestarsi alla bisogna. L’album che esce in ottobre, “Wednesday Morning, 3AM”, raccoglie però solo indifferenza. Nuovo subitaneo scioglimento, con Simon che dà alle stampe un lavoro solistico, e via, sembrerebbe che la storia si sia definitivamente conclusa. E invece no.

Siamo arrivati al 1965. Grazie ai Byrds, che hanno elettrificato Mr. Tambourine Man di Bob Dylan, è ora il folk-rock la musica più acquistata dai giovani americani bianchi. Fra la dozzina di canzoni di quel 33 giri passato inosservato, il produttore Tom Wilson individua un brano che si presterebbe a venire addizionato di sezione ritmica e chitarra elettrica. Così fa, senza nemmeno chiedere il permesso ai titolari, i quali non avranno però certo a offendersene. In tal guisa riarrangiata, The Sound Of Silence va difilata al primo posto. Il primo di una serie di primi posti con tanto di trionfo finale nel 1970, con Bridge Over Troubled Water, LP e singolo, a capeggiare per mesi le graduatorie su entrambe le sponde dell’Atlantico. Oltre trent’anni dopo è ancora tale la popolarità di Simon & Garfunkel che ogni voce di ulteriori rimpatriate (quella dell’81 fruttò un doppio live vendutissimo) manda in fibrillazione l’industria dello spettacolo. E lo scarno catalogo, cinque album appena, viene costantemente riciclato.

Il cofanetto da qualche settimana nei negozi è già il terzo dedicato ai Nostri. È relativamente accessibile nel prezzo ma anche parco di inediti e di quei piacevoli ammennicoli – corposi saggi critico-biografici e foto mai viste – che corredano di solito operazioni del genere. Resta la musica, con i CD infilati in facsimili delle confezioni originali, e non è poco: folk-rock di rara seduzione pop, scarno negli arrangiamenti e squisito nelle melodie, con le voci che armonizzano come forse solo in paradiso. Restano i testi ed è tantissimo: come ha confermato nella sua fortunata e splendida vicenda solistica (Art si è dato al cinema e ha fatto bene), Paul Simon è uno dei più grandi Poeti del XX secolo. A scorrere i versi di The Sound Of Silence ci si chiede chi altri abbia detto tanto con così poche parole sul tema dell’incomunicabilità. Ed è mai stata rappresentata l’innocenza degli anni ’60 meglio che nel bozzetto di amore in viaggio di America? Un film e un’epoca in tre minuti e trentasei secondi.

Quel decennio cruciale fu attraversato dai due ragazzi newyorkesi con grazia impareggiabile, con l’entusiasmo della giovinezza sfumante senza cesure nella saggezza della maturità, offrendo un ritratto dei tempi assai meno agiografico di quanto la memoria non suggerisca. Con un nocciolo di amarezza al centro della polpa di canzoni straordinariamente amabili. Le recuperi chi le conosceva o credeva di conoscerle. Vi si accosti chi, per ragioni anagrafiche (unica scusa accettabile), ha con esse poca o nessuna familiarità. Metterà allora al giusto posto l’odierno New Acoustic Movement.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.459, 23 ottobre 2001.

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13 commenti

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13 risposte a “L’America di Simon & Garfunkel

  1. Francesco

    grandi, e poi avevano anche il vantaggio di piacere anche a mamma e al mi babbo che li chiamava simone e telefunken, per cui poteva andare di volume senza troppi riguardi. Certo poi quando mettevo su un Tom waits tutto l’entusiamo famigliare scemava un po’..
    Ricordo poi che su RAI3 il live in central park era spesso in turnazione, chissà perchè agli inizi degli ottanta/fine settanta davano un casino di volte l’hard rain di dylan e questo, persino la domenica pomeriggio se ricordo bene. misteri della tv

  2. Grandissimo poeta Paul Simon, con e senza Garfunkel.

  3. Venerato ho visto che esiste un cofanetto di 12 dischi con i dischi in studio e molti live. Immagino che sia cosa buona e giusta averlo, cosa ne dici ?

  4. Come non detto, mi prendo i tre live !

  5. A proposito di Paul Simon (autore di testi e musiche di tutte le canzoni tranne una, “Scarborough Fair”), c’è un disco sconosciuto e interessante di Bruno Lauzi del 1973, intitolato “SImon” e pubblicato dalla Numero Uno di Lucio Battisti, con delle cover tradotte (abbastanza fedelmente) in italiano; alcune di esse sono tratte dal repertorio del duo, altre da quello solista.

    • Bel disco, ho sentito tre pezzi (the only living boy in N. Y., America e American Tune) e mi piacciono molto. Interessante American Tune perché mantiene lo spirito dell’originale adattandolo alla nostra storia.
      Difficile però da recuperare a prezzi decenti

      • Infatti…..il problema è che all’estero ristampano in CD praticamente tutto, spesso con bonus track, mentre in Italia no (di Lauzi nessun album è stato ristampato, di Endrigo pochi, di Ciampi solo 3…..), a parte i soliti noti.

      • È un vero peccato e un assurdità vista la caratura artistica di molti nostri artisti, qui in Italia i discografici italiani sono abituati a campare di rendita sfruttando quei quattro nomi quattro e non sono in grado di valorizzare importanti discografie. Va detto che non sono nemmeno in grado di valorizzare i nomi importanti perché mi risulta che “Anidride Solforosa” e “Automobili” di Dalla li hanno ristampati solo quando è morto…
        …nel frattempo in Giappone i gruppi italiani ottengono ristampe molto curate (secondo quello che mi è stato raccontato e secondo i prezzi che mi hanno esibito per certi dischi !)

  6. Sì è vero: ma il Giappone è un caso particolare, lì hanno un’adorazione per i gruppi italiani di rock progressivo degli anni ’70: conosco uno dei componenti degli Arti & Mestieri, ed hanno suonato lì parecchie volte. Ormai i discografici italiani quasi non esistono più: nel caso di Lauzi o Ciampi, i diritti discografici ora sono della Sony BMG, che ha rilevato sia l’RCA Italiana sia la Numero Uno, e che del catalogo italiano credo che ignori quasi tutto….
    Io, pian pianino, mi sto riversando tutti i miei vinili mai ristampati (…e che mai lo saranno, credo) in CD….ma è un lavoro lungo

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