Sempre siano lodati (Ben Harper e i Blind Boys Of Alabama)

È domenica, no? Santifichiamola, una tantum, con un po’ di gospel. Ce lo meritiamo, perché siamo stati bambini cattivi.

Ben Harper & The Blind Boys Of Alabama - There Will Be A Light

“Chi ha tempo non aspetti tempo” e figurarsi chi di tempo sa di averne poco. È il caso di quei vispi giovanotti che rispondono al nome di Ragazzi Ciechi dell’Alabama, formatisi nel 1939 (avete letto bene) a una scuola per non vedenti e assurti a fama diffusa, ben oltre il ristretto circolo degli appassionati di gospel, quei sessantadue anni dopo, quando vedeva la luce “Spirit Of The Century”, primo loro CD per la Real World di Peter Gabriel. Più attivi che mai da allora: due eccelsi album, “Higher Ground” e “Go Tell It On The Mountain”, sono andati dietro a quel piccolo capolavoro e, quel che più lascia felicemente attoniti, i Boys si sono dati da fare anche con tour e comparsate in dischi altrui. Come facciano alle loro – ahem – reverende età (due dei fondatori, Clarence Fountain e George Scott, sono ancora in squadra e con loro l’antico rivale Jimmy Carter, già con i Five Blind Boys Of Mississippi) lo sanno solo loro e un Dio che deve per forza esistere, se persone di questo valore artistico e umano hanno trascorso la vita cantandone le lodi. Se c’è, facesse in modo di conservarcele a lungo. Per intanto e a proposito di collaborazioni e tour: in un paio dei titoli suddetti Ben Harper aveva fatto capolino e al termine di una sua campagna concertistica europea a Parigi i Blind Boys Of Alabama agivano come supporto, spettacolo raccontato con toni da leggenda da chi c’era e suggellato da una comune lettura di I Shall Not Walk Alone. Al ritorno in patria si incontravano di nuovo per sedute di registrazione programmate per mettere su nastro uno o due brani per il nuovo lavoro dei Ragazzi. Come si racconta nel libretto di “There Will Be A Light”, due canzoni diventavano cinque, cinque undici e nel giro di otto giorni era un album ad avere preso forma. Ed eccolo, per la gioia di chi ha l’uno e gli altri sotto contratto e si trova per le mani un prodotto ottimo per le festività natalizie e destinato poi a fare catalogo per decenni.

Il lettore medio di “Audio Review” avrà probabilmente più familiarità con Harper, autore, cantante e chitarrista che da dieci tondi anni – esordiva nel 1994, già su Virgin, con “Welcome To The Cruel World” – concilia qualità e quantità, ottimi dischi e vendite rimarchevoli. È un Lenny Kravitz con meno lustrini e più sostanza, ispirato come costui da Jimi Hendrix e Curtis Mayfield, John Lennon e Led Zeppelin ma con in più una gran passione per Bob Marley e Robert Johnson, Van Morrison e la Stax e – naturalmente! – il gospel. Si potrebbe definirlo derivativo, a dire il bicchiere mezzo vuoto, ma tali e tanti sono gli articoli di pregio che ha messo nel tempo in catalogo che conviene dire il bicchiere mezzo pieno e riconoscerlo, semplicemente, un perpetuatore di tradizioni, apprezzabile erede di maestri di superiore levatura. Atipico nel suo percorso sebbene ne rivisiti alcune tappe (Pictures Of Jesus si incontrava ad esempio nel precedente “Diamonds On The Inside”: diversissima versione portata a spasso per l’Africa da Ladysmith Black Mambazo), “There Will Be A Light” ascolto dopo ascolto insinua un dubbio: che sia il suo album migliore? Disco in ogni caso magnifico, da una dinoccolata Take My Hand che rimanda a certo Ry Cooder a una morbidissima Where Could I Go che rievoca insieme Otis Redding e Sam Cooke, da un’interpretazione di favolosa intensità di un Bob Dylan minore fatto maggiore, Well, Well, Well, a una Mother Pray tutta a cappella che lascia senza fiato, a una traccia omonima da Van quando era The Man. Giusto una cosa spiace: 38’57”. Troppo poco.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.251, novembre 2004.

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