La New York ai Tropici di Kid Creole & The Coconuts

Kid Creole & The Coconuts

Era impossibile da catalogare. In ogni negozio di dischi in cui entravi lo trovavi in una sezione diversa… chi lo metteva fra la world music, chi nella black, chi nel pop, chi nel reggae. Be’, non è niente di tutto ciò ed è tutto ciò messo assieme. Sta qui la sua bellezza”: così qualche mese fa, in una chiacchierata con Daryl Easlea, il signor Thomas August Darnell Browder, in arte Kid Creole, ricordava lo sconcerto provocato nel 1980 da “Off The Coast Of Me”, la sua dichiarazione di indipendenza dalla Dr. Buzzard’s Original Savannah Band del fratello Stony, con cui aveva assaporato già quel grande successo che nell’avventura successiva per qualche tempo lo eluse. Ma, due anni e due 33 giri dopo, più che “Kid” avrebbe potuto chiamarsi “King” Creole, perlomeno in due paesi diversamente euforici per due ben differenti vittorie: nella Gran Bretagna orgogliosa di avere spezzato le reni all’Argentina ed essersi ripresa le Falklands; nell’Italia impazzita per i tre volte campioni del mondo di calcio. Chi tanto ragazzino non è più rammenterà certo la frequenza con la quale la coloratissima ghenga del Nostro passava dalle parti di quel tascabile anticipo nostrano di MTV che era “Mr. Fantasy” di Carlo Massarini. Uno spettacolo da mozzare il fiato, un tripudio tropical-newyorkese di melodie e ritmi congiurato dal Kid, in impeccabile completo dritto dall’era del Cotton Club, in combutta con un nanerottolo dritto dal set de Il Padrino e tre procaci coriste di bellezza statuaria ma non da “Playboy”. Semmai, da sogno di casalinga della porta accanto e tanto più sexy per questo.

Mi rigiro fra le mani i bei libretti che accompagnano le sontuose riedizioni in CD (Island/Universal), fresche di stampa e prodighe di remix e lati B, dei primi quattro album di Kid Creole & The Coconuts e, mentre concedo anche al vicinato di godere di bassi mostruosamente funky e ritornelli destinati a restare per sempre in memoria, mi imbatto in un’altra citazione citabile. Parlando della sua adolescenza, il signor Darnell racconta: “Sono cresciuto nell’era della militanza black – che mi stava anche bene, ma io ho sempre pensato che un uomo è un uomo. Quando si cadeva sull’argomento musica gli amici mi dileggiavano. ‘Perché ascolti i Beatles e non la WWRL?’. In realtà ascoltavo pure quella, ma nello stesso tempo mi piaceva sintonizzarmi sulla WABC, la stazione pop, che mandava in onda Beach Boys, Herman’s Hermits, i Beatles in particolare ma un po’ tutte le band della cosiddetta British Invasion. Mentre sulla WWRL potevo godermi la Motown, Smokey Robinson, James Brown. Già così giovane mi chiedevo perché mai dovessi cambiare radio, perché non si potesse mettere tutto insieme. E questo finì per diventare, sebbene in maniera niente affatto intenzionale, il mio programma: distruggere ogni barriera, musicale e non, e andare avanti”. Programma propugnato dapprima da gregario, nella seconda metà dei ’70, nella già citata Dr. Buzzard’s Original Savannah Band, delizioso aggiornamento di Tin Pan Alley all’era della disco; poi autonomamente, quando il fratello maggiore mostrerà di non gradire una divisione della leadership. Sono gli anni del primo rap e del punk, August coglie le vibrazioni nell’aria e si accosta con piglio ludicamente new wave a materiali che recuperano la lounge e riumanizzano la disco, densi di latinità e sentire soul, pronti a viaggi in Africa e nei Caraibi. Quello che diventerà il debutto “Off The Coast Of Me” è in realtà un demo che piace da matti a Michael Zilkha, padre padrone di quella Ze presso cui ha trovato domicilio tanta dell’avanguardia rock della Big Apple. Nel suo catalogo si accomoderà  a fianco di James White & The Contortions, di Lydia Lunch, dei Suicide. Non c’entra niente, ma c’entra tantissimo. Disco solistico assai più dei successori, che saranno almeno in una certa misura lavori di squadra, con Andy “Coati Mundi” Hernandez bravissimo a ritagliarsi un ruolo di spalla fra il comico e il trucido, è acerbo ma delizioso, con apici nella notturna leziosità di Maladie d’amour, in una traccia omonima di gusto hawaiiano, nel funky caloroso ma flemmatico di Darrio. Vende poco e più che altro in Gran Bretagna, ma riceve ottime critiche e attira l’attenzione di Chris Blackwell della Island su questa sponda dell’Atlantico e di Seymour Stein della Sire sull’altra. Gli album successivi porteranno doppia griffe.

Con “Fresh Fruit In Foreign Places”, l’anno dopo, la gloria bussa alla porta e sentori di capolavoro pure: disco travolgente, con stacchi ska e altri reggae, il calypso in trasferta più sanguigno che si sia mai udito, il soul più fantasticamente giocoso, una ritmica da fare invidia a James Brown, una sensibilità pop (Latin Music, Gina Gina) con pochi pari in qualunque ambito. Ma se, perdendovi molto (peggio per voi!), un Kid Creole & The Coconuts vi basta è “Tropical Gangsters”, uno degli LP più memorabili del 1982 e in Europa (molto più tiepidi gli Stati Uniti) uno dei più venduti, che dovete mettervi in casa. Ci troverete dentro la migliore canzone di Prince che Prince non ha mai scritto (Stool Pigeon; Darnell ne parla con sufficienza asserendo che la buttò giù in cinque minuti) e la migliore canzone degli Steely Dan che gli Steely Dan non hanno mai scritto (No Fish Today), un perfetto incrocio fra gli Chic e Duke Ellington (Loving You Made A Fool Out Of Me), un’apoteosi soca (Annie, I’m Not Your Daddy), un Gershwin mutante funk (I’m A Wonderful Thing, Baby). Troppa grazia! E difatti da lì a un po’ di mesi “Doppelganger” sarà – la martellante The Lifeboat Party e il Billy Joel retrò di Back In The Field Again sugli scudi – l’ultimo fuoco d’artificio prima di un subitaneo, drammatico declino di ispirazione e popolarità. Meglio sarebbe stato congedarsi dalla ribalta ancora giovani e belli e un uomo che dell’eleganza ha fatto una filosofia di vita avrebbe dovuto capirlo. Ma si può essere indulgenti con chi ci fece divertire così tanto.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.505, 15 ottobre 2002.

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1 Commento

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Una risposta a “La New York ai Tropici di Kid Creole & The Coconuts

  1. giorKo

    Ciao Eddy, bel post. Come sempre. Approfitto del tuo blog per proporre un giochino. Killer Songs dimenticate dal 2000 in poi.
    Dai che ci facciamo delle belle cassettine per l’estate  Ecco 10 delle mie:
    Andy Partridge – Dame Fortune (2002)
    Cute Lepers – Terminal Boredom (2008)
    Dan Sartain – I Want It So (2006) … Grazie V.M. per la recensione scritta all’epoca. Grande canzone!
    Darker My Love – Blue Day (2009)
    House Of Love – Hemingway (2013)
    Isolation Years – It’s Golden (2003)
    Kelley Stoltz – The Birmingham Eccentric (2008)
    Madrugada – Bloodshot (2002)
    Roger Federer Song (Autori e anno a me sconosciuti)
    Tim Fite – No Good Here (2005)

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