La soffitta con vista successo di Billy Joel

Billy Joel - Songs In The Attic

“Everybody loves you now”, “tutti ti amano adesso”, canta Billy Joel nello scoppiettante rock’n’roll che in origine (settembre 1981, ma le registrazioni sono del giugno e del luglio dell’anno prima) suggellava il lato A del suo primo live. E se vi pare di cogliere una nota di trionfo nella sua voce, be’, non sbagliate. Perché “Songs In The Attic” rappresentava la rivincita di un artista che, dopo avere fatto saltare il banco non una, non due ma tre volte, con i multimilionari “The Stranger”, “52nd Street” e “Glass Houses”, si toglieva la soddisfazione di dimostrare alla platea oceanica cui ormai si rivolgeva che c’era stato in precedenza un altro Billy Joel: non proprio ignorato dalle masse ma quasi, giacché dei primi quattro LP il solo “Piano Man” aveva avuto riscontri apprezzabili, mentre l’immediato predecessore di “The Stranger”, “Turnstiles”, aveva visto arrestarsi la sua ascesa nella classifica di “Billboard” a un miserabile numero 122. Brava e fortunata la Columbia a non scaricarlo allora, a concedergli ancora un’ultima possibilità. Ben sfruttata. A un apice di popolarità che conserverà per tutti gli anni ’80 per poi optare per un semi-ritiro dalle scene (l’ultima raccolta in studio di canzoni data 1993), l’artista newyorkese invece di riempire banalmente di successi il primo 33 giri dal vivo decideva di usarlo per riproporre canzoni tratte dai quattro lavori di cui sopra. Quasi tutte sconosciute dunque al pubblico che si ritrovava ad applaudirle entusiasta, peraltro in versioni oggettivamente superiori, perché eseguite da una band rodata a quel punto da anni di spettacoli, rispetto a quelle che erano state messe in mano a pur professionalissimi turnisti. Partenza appena sottotono con la stentorea e un po’ sopra le righe Miami 2017 (Seen The Lights Go Out On Broadway), l’album decolla però subito dopo, con la svelta e suadente insieme Summer Highland Falls, e da lì in fondo è un susseguirsi di piccoli e grandi classici che non ci si crede che fossero passati semi-inosservati. La caracollante e latina Los Angelenos, una She’s Got A Way con curiosamente un che di Queen, la ballatona Say Goodbye To Hollywood, una Captain Jack dal ritornello di irresistibile epicità e il western The Ballad Of Billy The Kid sono titoli che appartengono indiscutibilmente al repertorio maggiore dell’autore.

Che nelle note di copertina suggeriva all’acquirente, per andare il più vicino possibile a ricreare l’atmosfera del concerto, di invitare a casa “gli irritabili vicini” e “suonare questo disco al volume più alto possibile”. Vale tanto di più per un’eccezionale riedizione Original Master Recording che spalma le due facciate d’antan su quattro da fare andare a 45 giri, con il miglioramento che potete immaginare per la dinamica e non solo.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.361, marzo 2015.

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