Revisionare chi revisionò: la strana storia di “Let It Be”

Quarantacinque anni fa a oggi i Beatles pubblicavano, a scioglimento già ufficializzato, il loro ultimo album. Celebro la ricorrenza recuperando una lunga recensione che scrissi della controversa riedizione “…Naked” approntata nel 2003 su input di Paul McCartney e con la benedizione di Ringo Starr.

Let It Be + ...Naked

La storia è stata raccontata così tante volte che a esporla di nuovo a momenti pare di offendere il lettore. Mi limiterò all’essenziale, tantopiù che nello spesso libretto di questa nuova e “spogliata” edizione di “Let It Be” Kevin Howlett già scende nei dettagli. Nel gennaio 1969, con il doppio bianco da un paio di mesi nei negozi e la colonna sonora di Yellow Submarine calda di pressa, i quattro di Liverpool si incontrano ai Twickenham Film Studios per preparare uno spettacolo televisivo in cui eseguiranno una scelta di brani dall’album che ha reso di pubblico dominio il fatto che non sono più (come recitava il titolo italiano di A Hard Day’s Night) “tutti per uno”. Quale migliore smentita alle voci che filtrano di dissidi e malumori? Ma soprattutto: quale modo migliore, per un gruppo che ha rinunciato ai concerti, di rinsaldare legami che proprio gli anni spesi suonando incessantemente avevano reso in apparenza indissolubili? Benché l’umore tenda al fosco, come è sempre accaduto ogni volta che i ragazzi si sono trovati in una stanza le idee fioccano e il progetto cambia. Prima si decide che la scaletta dovrà essere di pezzi nuovi. Quindi che filmare le prove dello spettacolo può costituire uno spettacolo di per sé. Da lì a rendersi conto che è a un 33 giri che si è posto mano il passo è breve. È un LP che si muove in direzione opposta ai precedenti: scarno e in diretta ove “Sgt. Pepper’s” era stato il prodotto di infinite sovraincisioni, opera di un gruppo quando l’album bianco era stato dato dal sommarsi del lavoro di quattro solisti. McCartney, che è di gran lunga quello che più vorrebbe che il giocattolo non si rompa, spera che questo ritorno alle origini – il disco dovrebbe chiamarsi “Get Back” – si riveli salutare. Proprio vero che la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni. Le sedute sono a tratti burrascose (Harrison addirittura se ne va, ma poi ci ripensa) e, almeno per gli standard beatlesiani, poco fruttuose. Nastri e filmati vengono accantonati. Significativamente ribattezzato “Let It Be”, l’album vedrà la luce l’8 maggio 1970, dopo “Abbey Road” e a scioglimento ufficializzato il precedente 10 aprile, con i quattro artefici talmente disinteressati alle sue sorti da delegare prima a Glyn Johns e quindi a Phil Spector l’incarico di cavare un LP dalle frammentarie registrazioni di Twickenham. Stupirsi se il disco è sempre stato considerato un congedo in tono minore? Quando Lennon memorabilmente lo definì, lodando peraltro Spector per avere da ciò tirato fuori qualcosa di decente, “the shittiest load of badly recorded shit”. Ove al contrario McCartney era reso a tal punto furioso dalle manipolazioni spectoriane da citarlo davanti a un giudice come una delle ragioni per le quali desiderava sciogliere anche legalmente il sodalizio con gli altri.

A trentatré anni dalla sua uscita, Lennon e Harrison non sono più fra noi e McCartney può ancora portare mezzo milione di persone in strada a Roma ad ascoltare le canzoni dei Beatles e fra esse diverse tratte da quest’album. A trentatré anni dalla sua uscita, con l’assenso (si dice deliziato) di Ringo (si dice anche che Harrison abbia fatto in tempo a dare il suo OK), può togliersi lo sfizio di ripubblicare “Let It Be” “come sarebbe dovuto essere”, senza gli archi e quant’altro di ingombrante (certe chitarre gonfiate fino a farsi hard) aggiunto da Phil Spector, con l’ordine delle canzoni rivoluzionato, una Don’t Let Me Down in più e in meno i frammenti di dialoghi e le incompiute Dig It e Maggie Mae. Chi rimpiange i primi può rifarsi con i ventidue minuti di un secondo CD, intitolato “Fly On The Wall” e aggiunto con un minimo sovraprezzo, che letteralmente spiano i Fab Four in studio. Chi rimpiange le seconde… be’, non ce l’ha già “Let It Be”? Fatto è che questa edizione non sostituisce l’altra, che resta un pezzo di storia del pop e del costume giovanile del Novecento, e si consoli con ciò l’uomo del “wall of sound”, che in ogni caso di questi tempi ha problemi più seri (un’imputazione di omicidio!) dell’ulteriore revisionismo nei suoi confronti indotto da “…Naked”. L’operazione è efficace – la versione riveduta è superiore alla prima per compattezza e per l’impatto di un suono scarnificato che ora davvero fotografa il ritorno alle origini vagheggiato da Macca – quanto foriera di paradossali interrogativi. Per dire di uno più ingombrante di quanto non fossero le orchestrazioni cassate: non è paradossale che per spogliare queste incisioni si sia reso necessario un intervento tecnologico più radicale di quanto non fosse stato quello spectoriano? Perché non solo per sottrazione si è agito ma per ricostruzione, degli intenti originari quantomeno, e si sa che non vi è restauro che non sia creativo. E ci vorrebbe ben più di una pagina (e magari un Umberto Eco in prestito) per diffondersi adeguatamente sulle problematiche che da ciò nascono.

Mentre nel contempo non si può non prendere atto che il disco più trascurabile dei Beatles (ma pur sempre un album che contiene un poker di canzoni fantastiche quali quella omonima, Get Back, The Long And Winding Road e Across The Universe) svetta sulla produzione odierna tanto nettamente che quando si è trattato di scegliere il CD del mese non c’è stata gara. Decida il lettore se ciò sia dovuto alla genialità capace di trascendere i decenni dei Baronetti o alla mediocrità dei tempi nostri.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.242, gennaio 2004.

2 commenti

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2 risposte a “Revisionare chi revisionò: la strana storia di “Let It Be”

  1. Enrico Murgia

    Nello stesso periodo era uscito nel Mucchio un lungo articolo sul disco, o meglio tanti articoli che trattavano l’argomento scritti dalle migliori firme della rivista. Beh mi ero sempre chiesto perché mancasse il tuo…ora capisco 🙂

  2. Ho trovato “Naked” decisamente meglio dell’originale (che è secondo me il meno bello tra gli album dei Beatles).
    Anni fa (…..ormai decenni) abbiamo inciso una cover di “Let it be” in italiano per sole voci, come “Lato B” del nostro primo 45 giri, che è stata anche pubblicata nel 1999 in Inghilterra, nella compilation Exotic Beatles III pubblicata dalla Exotica Records, preceduta da un’introduzione parlata di Paul McCartney (….queste sì che sono sodddisfazioni…)

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