New York City Serenade: Willie Nile vs. Jesse Malin

Willie Nile vs. Jesse Malin

Willie Nile – If I Was A River (River House)

La sola volta che scrissi qui di Willie Nile era il 2009 e ne sbagliavo la data di nascita. Mi pare strano. Gli davo del coetaneo del Boss, che è del ’49, quando Willie mi risulta ora essere un anno più vecchio e il sospetto è che l’anno se lo togliesse lui. Quel che più conta, recensivo un album – il suo secondo nel secolo nuovo e questo è già il quinto, quando dall’80 al ’99 non ne aveva pubblicati che quattro – che dichiarava il suo suono già nel titolo: “House Of A Thousand Guitars”. È sempre stato più rocker che cantautore Nile, sin dacché, esordiente tardivo, sporgeva nel 1980 un biglietto da visita che avrebbe dovuto farne una star e invece no, appena un culto e poi nemmeno quello quando beghe legali spegnevano le luci su di lui. Uno che Springteen stesso ammira e che annovera fra gli estimatori, per far quattro nomi, anche Pete Townshend, Elvis Costello, Lucinda Williams e Patti Smith. Pare che avesse colpito pure John Lennon che, la sera in cui venne ucciso, stava registrando nello studio newyorkese a fianco di quello dove Willie incideva quel suo primo, stupendo LP.

Ci sono arrivato. La notte fatale il nostro eroe era seduto a un piano Steinway quando seppe ed è lo stesso strumento protagonista di questo lavoro sorprendente per il rocker di cui sopra: una collezione di ballate fondamentalmente per piano e voce, appena un filo d’organo dietro, ogni tanto una virgola di chitarra, un’ombra di basso o di archi. E che bel disco è! Forse il suo migliore dopo quel lontano debutto, con una traccia inaugurale e omonima che dovrebbero ascoltare quanti hanno salvato l’ultimo Dylan e tanto altro di memorabile dopo. Ad esempio una Song Of A Soldier di gusto Irish. Ad esempio una I Can’t Do Crazy (Anymore) che rimanda al primo Tom Waits.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.362, aprile 2015.

Jesse Malin – New York Before The War (One Little Indian)

In apparenza quest’uomo non distante dai cinquanta – che bruciò la sua adolescenza precocemente e a velocità supersonica (fondava i punkettari Heart Attack dodicenne, li scioglieva sedicenne) e rischiò senza riuscirci di diventare una stella nei ’90 (con i D Generation: un nome, un programma) declinando all’incirca ciò che a White Stripes e Strokes lo stardom lo guadagnerà eccome – sta rallentando sempre più. Ma non era (Springsteen sia un modello che un mentore) “nato per correre”? “New York Before The War” dista cinque anni da “Love It To Life” e, tenendo conto che “On Your Sleeve” era una raccolta di cover e “Mercury Retrograde” un live, quello ne aveva impiegati tre per dare un seguito a “Glitter In The Gutter”. Crisi di ispirazione? Un vero e proprio blocco dello scrittore? Parrebbe di no, a prestar fede a Malin stesso quando racconta che le tredici canzoni inedite che danno vita all’atteso non per modo di dire nuovo album rappresentano la scrematura di circa quaranta e allora trattasi semmai di un controllo di qualità sempre più ferreo, rigoroso, forse pure esagerato. Magari con una parte di quelle inutilizzate confezionerà presto un altro disco e magari no. Quel che conta è che anche il prossimo rappresenti, come questo, una valida aggiunta a un canone non trascendentale ma decisamente solido di rock’n’roll romantico quanto stradaiolo, quintessenzialmente newyorkese.

Pezzi forti dell’ultima collezione: una The Dreamers gonfia di romanticismo; il folk-rock sfortunatamente troppo succinto di The Year That I Was Born; il power pop Freeway; la ballata con sax She Don’t Love Me Now. E poi ci sarebbe She’s So Dangerous, che sarebbe incredibile se Everybody Hurts non l’avessero già scritta i R.E.M.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.361, marzo 2015.

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