Fell In Love With The Blues: alle radici ultime del suono White Stripes

The White Stripes

All’apice del frastuono mediatico seguito al passaggio, al principio dello scorso anno, dalla minuscola Sympathy For The Record Industry al colosso V2, con conseguente ristampa con quella griffe di “White Blood Cells” e dei due album precedenti e inattesa presa di possesso di MTV (con il clip di Fell In Love With A Girl candidato a quattro Video Awards), gli White Stripes finivano sulla copertina di “Mojo”, mensile che già in precedenza si era prodotto in autentiche genuflessioni dinnanzi alla coppia (“best live band on the planet” et similia). Al consueto articolo biografia + intervista si appaiava uno scritto in cui Jack e Meg White allineavano i loro idoli, trasformandosi per due pagine in critici. Lettura relativamente illuminante (non ne sortivano nomi sorprendenti per chi ne ha ascoltato con cognizione di causa i dischi), nondimeno interessante per il suo evidenziare che prima ancora che musicisti gli White Stripes sono dei fans, come me e voi. Cosa che ce li rende tantopiù vicini e simpatici. Molto blues fra le loro influenze dichiarate e naturalmente, in sintonia con un gusto che predilige per il resto garage e punk con buono spazio al ruspante country delle origini, del più primitivo e selvatico. Avranno magari la casa piena di dischi di B.B. King, Jack e Meg, ma quando si tratta di fare i nomi dei maestri alla cui scuola sono andati il primo che salta fuori è quello riverito e maledetto di Robert Johnson, l’uomo di cui si dice che cedette l’anima al diavolo per potere in cambio padroneggiare la chitarra come nessuno mai prima e scrivere canzoni come non se n’erano mai sentite (che sullo strumento avesse sgobbato sodo e diverse delle sue composizioni “originali” fossero in realtà rielaborazioni di brani che circolavano da tempo è un’altra storia: quella della musica popolare che eternamente, costituzionalmente ricicla se stessa). Morto giovane (avvelenato da un marito geloso) come si conviene a una leggenda, Johnson ci ha lasciato in tutto ventinove canzoni, registrate fra il 1936 e il 1937, bastanti a farne uno dei nomi chiave della musica del XX secolo. Soprattutto il rock inglese dei ’60 gli è debitore: Rolling Stones e Bluesbreakers, Yardbirds, Cream e Led Zeppelin sono senza di lui semplicemente inimmaginabili.

Va da sé che a sua volta l’uomo di Love In Vain e Sweet Home Chicago avesse dei debiti: il più grande nei confronti di Son House che, nato prima, gli sopravviverà di mezzo secolo e avrà dunque la soddisfazione di vedersi celebrato in vita. Le sei facciate che incise nel 1930, caratterizzate da un canto corrusco, da una chitarra tagliente, dalla frenesia ritmica, sono le pietre d’angolo del Delta Blues e, insieme, del rock’n’roll più ispido e lo-fi degli ultimi vent’anni, dai Gun Club (che sono nei Top 10 di sempre degli White Stripes) ai 68 Comeback. Ancora più antiche, sebbene di un solo anno, le prime registrazioni che ci sono pervenute di Charley Patton, scomparso viceversa piuttosto giovane e notevolmente più sfortunato di Robert Johnson, in quanto derubato proprio da costui di ogni vera fama postuma. Ascoltate Tom Rushen Blues e scoprirete che Johnson è già lì, ascoltate Shake It And Break It e ci sentirete Hank Williams, ascoltate Mississippi Boweavil Blues e vi renderete conto che c’era qualcuno che suonava il rock’n’roll un quarto di secolo prima di Elvis. Malservito da registrazioni tecnicamente scadenti e per lunghissimo tempo di ardua reperibilità, giusto negli ultimi tempi Patton è stato riscoperto e adeguatamente celebrato.

Di Blind Willie McTell vi dico questo: che anche solamente per avere dato il titolo a una delle canzoni più memorabili di Bob Dylan meriterebbe di essere posto su un piedistallo. Chitarrista eccellente, cantante sublime, grande affabulatore: “nessuno canta il blues come Blind Willie McTell” è il giudizio di Zimmie e basta sentire la prima registrazione del Nostro, Writin’ Paper Blues, del 1927, per dargli ragione. O una qualunque delle tante altre che mise in fila da lì al 1955. Viaggiò spesso con un altro cieco santificato da Jack e Meg, Blind Willie Johnson, predicatore itinerante fatto bluesman ad honorem quando in realtà la sua (magnifica) musica è più che altro gospel.

A guardare certe copertine inondate di rosso del Tampa Red più tardo, quello che nel 1960 prese congedo dalle sale di incisione con un paio di stupendi album per la Prestige, c’è da supporre che abbia influenzato gli White Stripes anche iconograficamente, oltre che con l’asciuttezza di introspettive e delicate esecuzioni per voce, chitarra e kazoo. Un altro universo rispetto al genio torturato di Skip James, che in un’epoca (le prime registrazioni risalgono al 1931) in cui il blues era ritenuto essenzialmente musica da ballo vi trasfuse una cupezza, un malessere spirituale opprimenti. Il suo alato falsetto e il tocco chitarristico virtuosistico e liricissimo resteranno inimitabili.

Ho fatto sette. Arrivo a dieci con un nome che il duo di Detroit citava solo incidentalmente in quelle due pagine, dicendo di Captain Beefheart: Howlin’ Wolf, nume tutelare per il Capitano, per tanto blues britannico e per Tom Waits, che la sua voce licantropa se l’è studiata per bene. Il fuorilegge Leadbelly (a una sua canzone, Where Did You Sleep Last Night, Kurt Cobain affidò il congedo dal mondo) non era nominato ed è una bella stranezza, visto che spesso i concerti degli White Stripes si chiudono con la sua Boll Weevil. Infinitamente più bizzarra risulta però l’assenza di Hound Dog Taylor: lui gli White Stripes (per non dire, prima di loro, i Cramps) li ha letteralmente inventati. Correva l’anno 1970 e cinquantacinquenne aveva infine la soddisfazione di debuttare discograficamente. Morì nel 1975.

Discografia minima

Son House - Preachin' The Blues

Son House – Preachin’ The Blues (Catfish)

Howlin’ Wolf - His Best

Howlin’ Wolf – His Best (Chess)

Skip James - The Complete Early Recordings

Skip James – The Complete Early Recordings (Yazoo)

Blind Willie Johnson - The Complete

Blind Willie Johnson – The Complete (Columbia)

Robert Johnson - The Complete Recordings

Robert Johnson – The Complete Recordings (Columbia; 2CD)

Leadbelly - The Definitive

Leadbelly – The Definitive (Catfish; 3CD)

Blind Willie McTell - Complete Recorded Works Vol.1

Blind Willie McTell – Complete Recorded Works Vol.1 (Document)

Charley Patton - The Definitive

Charley Patton – The Definitive (Catfish; 3CD)

Tampa Red - Don't Tampa With The Blues

Tampa Red – Don’t Tampa With The Blues (Prestige/Bluesville)

Hound Dog Taylor - & The HouseRockers

Hound Dog Taylor – & The HouseRockers (Alligator)

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.528, 8 aprile 2003.

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4 commenti

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4 risposte a “Fell In Love With The Blues: alle radici ultime del suono White Stripes

  1. sonica

    Infinitamente grazie per la discografia

  2. Telepatia! Giusto ieri rileggevo la tua discografia blues in venti titoli.
    Io continuo a pensare che i White Stripes abbiano dato una scossa storica al rock (senza dubbio sono uno dei cinque gruppi più influenti degli anni Duemila, per usare una definizione “letteraria”; e a me nemmeno piacciono tanto) e che Robert Johnson sia equiparabile a Omero.
    Grazie per questo recupero, in ogni caso. È malizia pensare che sia conseguente al “poo poppoppò poo” derivante dal pareggio di ieri al Santiago Bernabeu? 🙂

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