La saga triste e magnifica di Gene Clark

Duplicemente intempestiva l’uscita di scena di Gene Clark: se ne andava troppo presto e accadeva un 24 maggio, quello del 1991, stesso giorno in cui compie gli anni il principale dei suoi ammiratori e mentori, tal Bob Dylan.

Gene Clark

Le strade che portano all’inferno, si sa, sono lastricate di ottime intenzioni e si può ipotizzare allora che quell’anima gentile di Tom Petty avesse un secondo fine quando, nel 1989, incluse nella scaletta del primo album solistico il cavallo di battaglia byrdsiano I’ll Feel A Whole Lot Better. Per certo desiderava omaggiare una canzone che molto aveva voluto dire nella sua educazione sentimentale e i cui echi erano risuonati evidenti nei primi LP degli Heartbreakers. Davvero non è da escludere però che, incidendo quel brano, volesse dare una mano a chi lo aveva scritto, che sapeva in pessime condizioni fisiche, mentali, economiche. Non poteva immaginare che “Full Moon Fever” avrebbe collezionato un platino dopo l’altro finendo per diventare il suo disco di gran lunga più venduto di sempre. Più che la prevista pioggerella era un acquazzone di diritti d’autore, un nubifragio persino, a cadere su uno stupito Gene Clark. Buona cosa e anzi pessima e la situazione peggiorava l’anno dopo, quando la pubblicazione di un cofanetto dei Byrds gli faceva recapitare altri cospicui assegni. Ne aveva allora da spendere di soldi in alcool e droghe, fintanto che un quarto di secolo di stravizi non presentava il conto, il 24 maggio 1991. Gene Clark se ne andava a quarantasei anni ma la sua leggenda gli sarebbe sopravvissuta. Crescendo. Sempre più. Ma a oggi non ancora abbastanza da rendergli appieno giustizia.

Saga pregna di delusioni di grandezza quella del nostro eroe sin dal giorno in cui, fresco di concerto con i New Christy Minstrels in onore del presidente Johnson (avrà a raccontare di essersi fatto la prima canna in una stanza della Casa Bianca), si imbatteva nei Beatles e decideva di averne avuto abbastanza di una musica tradizionale cui sarebbe più avanti tornato apportandole modernità. Si trasferiva a Los Angeles in cerca di altri convertiti e al Trobadour si imbatteva in Jim (poi Roger) McGuinn. Quindi in David Crosby. Tre chitarre e tre voci nate per intrecciarsi. Completato l’organico con il batterista Michael Clarke e il mandolinista bluegrass prestato al basso Chris Hillmann, i Byrds svolazzavano per qualche tempo rasoterra, con altri nomi, prima di spiccare il volo altissimi con una versione elettrica di Mr. Tambourine Man di Bob Dylan, atto ufficiale di nascita del folk-rock e numero uno su entrambe le sponde dell’Atlantico. Ai Byrds Clark fornirà buona parte del repertorio dei primi due 33 giri, provocando però l’invidia dei compagni, ancora in relativa miseria quando lui già poteva scorazzare in Ferrari. La sua idiosincrasia per i viaggi in aereo, lascito di un trauma infantile, sarà pretesto per non richiamarlo dopo un’uscita che avrebbe voluto essere solo una breve vacanza dalle pressioni derivanti dalla fama subitaneamente conquistata. Ci saranno rimpatriate nel quarto di secolo seguente, ma tutte con approdi amari. Ci saranno uno squisito (fra Everlys e Beatles) album con i Gosdin Brothers, lo stellare country-rock (saranno però gli Eagles a passare alla cassa) congiurato con Doug Dillard nei capitali “The Fantastic Expedition Of Dillard & Clark” (ve lo raccontavo in breve nella puntata di questa rubrica pubblicata sul numero 332) e “Through The Morning, Through The Night”. E poi e ancora dischi cantautorali belli e sfigati, e inferni personali senza redenzione. Tutti conoscono i Byrds ma lo sanno in pochi che l’autore o co-autore di classici clamorosi quali la succitata I’ll Feel A Whole Lot Better, I Knew I’d Want You, She Don’t Care About Time, Here Without You ed Eight Miles High ebbe una carriera solistica di vaglia di cui un omonimo LP, meglio noto però come “White Light” e datato 1971, rappresentava il primo, magnifico capitolo e il successivo di due anni “Roadmaster” un altro vertice.

Di “White Light” per cominciare si può dire questo: che a fronte di otto brani autografi contiene un’unica cover ma indimenticabile, quella Tears Of Rage che Dylan aveva composto a quattro mani con Richard Manuel e di cui il nostro uomo offre una versione di pregnanza tale da rivaleggiare con quella di The Band; e che di uno degli altri otto pezzi, la malinconica For A Spanish Guitar, Dylan stesso ebbe a dire che è “una delle più grandi canzoni che siano mai state scritte” e se non si intende lui di grandi canzoni ditemi voi chi. Si può poi annotare che, se nei suoi anni più disperati Clark si ritroverà talvolta a suonare in giro con formazioni raccogliticce, qui ad accompagnarlo è un complesso formidabile, il produttore Jesse Ed Davis alle chitarre elettriche e slide, Mike Utley all’organo, al basso Chris Ethridge dei Flying Burrito Brothers e al piano e alla batteria due prestiti dalla Steve Miller Band, rispettivamente Ben Sidran (che avrà poi la carriera di alto profilo nel jazz che sappiamo) e Gary Mallaber. Tutti al totale servizio, con la discrezione che è propria dei musicisti veri, di un repertorio per la più parte introspettivo, intimista, e per il resto tagliato dalla stoffa country, con comunque ancora reminiscenze di jingle jangle, dalla quale il suo ex-gruppo aveva ricavato “Notorious Byrd Brothers”. Esempio paradigmatico della prima maniera Because Of You, della seconda la title track. Scrosciano gli applausi quando il disco arriva nei negozi, ma soltanto quelli della critica. Pressoché ignorato dal pubblico americano, il disco non ha successo che nei Paesi Bassi e non è abbastanza per la A&M per confermare il contratto. Guarda caso sarà una sua succursale olandese, la Ariola, a griffare “Roadmaster”, che negli Stati Uniti addirittura non uscirà per la prima volta che nel ’94 e dunque postumo. È un altro lavoro stupendo e ciò a dispetto di una gestazione travagliata, otto degli undici titoli che vi sfilano provenienti da un album rigettato dalla casa USA, due (i primi in scaletta, She’s The Kind Of Girl e One In A Hundred) da un singolo mai pubblicato con dentro tutti i Byrds originali e uno (Here Tonight) da un’estemporanea seduta di registrazione con i Flying Burrito Brothers. Ascolti In A Misty Morning e non ci credi che a Nashville non l’abbiano rifatta in duecento. Ascolti Full Circle Song, che vale tranquillamente una I’ll Feel A Whole Lot Better, e non ci credi che la prima e unica stampa americana in vinile di “Roadmaster” (copertina diversa sia dall’originale olandese che dalla riedizione britannica griffata dalla Edsel nell’86) sia stata quella attualmente in catalogo, approntata dalla benemerita Sundazed nel 2011. Sempre nel catalogo Sundazed è disponibile pure “White Light” ed è accoppiata dalla quale non potete esimervi se vi volete un po’ di bene.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.361, marzo 2015.

7 commenti

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7 risposte a “La saga triste e magnifica di Gene Clark

  1. Francesco

    Manca l’esegesi del suo disco più bello in assoluto, No Other. Gram Parsons parlava di cosmic american music, ma Clark l’ha fatta veramente. Un disco da isola deserta che ancor oggi non riesco a capire come mai nessuno se lo filò.

    • Francesco Manca

      No Other è fantastico, comunque insieme ai due dischi con Dillard al trittico White Light, Roadmaster, No Other, ha fatto solo meraviglie.

    • Adoro “No Other” ma, a parte che lo ritengo – per quanto di poco – inferiore a “White Light” e “Roadmaster”, l’articolo era volutamente incentrato sugli album del nostro uomo disponibili nel catalogo Sundazed.
      Per completezza di informazione: di “No Other” si trova attualmente una stampa in vinile su 4 Men With Beards che non ho però avuto occasione di far girare.

      • enio

        La versione in Cd di “No Other”, con diverse bonus e alternate trovo non sia affatto male. Ho scoperto il Clark solista grazie alla tua recensione. Ma che nel è del resto della produzione del nostro, vale l’acquisto, o Venerato?

      • Per me sì, più o meno tutta. Ma forse con costui sono un po’ di parte. Comincia comunque da “White Light”.

  2. enio

    Ne hai ben donde. Ho acquistato anche il resto, tutto di alto livello

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