Fra zucchero e vetriolo: il Marvin Gaye di “Here, My Dear”

Marvin Gaye - Here, My Dear

Il nostro rapporto non è stato caratterizzato da una fedeltà estrema”, confessava Marvin Gaye a David Ritz riguardo al matrimonio con Anna Gordy. Un eufemismo, ma niente rispetto alla risposta che dava al cronista di People che all’indomani dell’uscita di “Here, My Dear”, arrivato nei negozi in prossimità del Natale 1978, gli chiedeva se non pensasse che violava la privacy della ex-moglie: “Dovrei riascoltarlo”. E velenoso aggiungeva: “Ma in guerra e in amore tutto è lecito”. Pure pagare i conti di una separazione con i proventi di un album artatamente concepito come un suicidio commerciale, oltre che come una lettera aperta alla fu consorte. La storia è nota. Marvin aveva sposato Anna, sorella maggiore del padre padrone della Motown, Berry Gordy, nel 1961. Lui aveva ventidue anni, lei trentanove e potete immaginare i pettegolezzi considerato anche che, unendosi ad Anna, Marvin si imparentava con il proprio datore di lavoro. E nondimeno fra alti e bassi il matrimonio teneva per un abbondante decennio. Fintanto che lui non si innamorava di un’altra e stavolta era la nuova lei a essere diciassette anni più giovane. Addirittura (figurarsi la gioia del cognato, che aveva comunque di che consolarsi con vendite sontuose) dedicava a costei un LP dal titolo quantomai esplicito: “I Want You”. A quel punto Anna chiedeva divorzio e alimenti. Marvin si dichiarava non in grado di pagarli. Il giudice decideva che ad Anna toccasse il ricavato dell’album successivo di Marvin. Al che il nostro uomo entrava in studio, intenzionato a fare spendere il più possibile alla Motown, dandole un doppio, e a fare guadagnare il meno possibile alla ex-signora Gaye. Dalla sensuale disco di “I Want You” si passava alle orchestrazioni debordanti di “Here, My Dear”. Dallo zucchero al vetriolo.

Però – si sa – il diavolo fa le pentole eccetera. In corso d’opera l’artefice si appassionava al progetto e quella che sarebbe dovuta essere una collezione di recriminazioni si trasformava nel romanzo di un amore il cui finale amaro non cancellava il ricordo di momenti di una felicità ineffabile. In corso d’opera quello che avrebbe voluto essere un lavoro tirato via diventava il suo album più complesso e rifinito di sempre. Resterà il più incompreso e sottovalutato e – obiettivo raggiunto malgrado tutto – il meno venduto. Riascoltato oggi si configura come l’anello mancante, aggiunto a posteriori, fra la black a tutto tondo di “What’s Going On” e il viagra-funk di “Let’s Get It On”. Accorato e sadico, romantico e sprezzante, mellifluo e danzabile. Cazzuto con eleganza, come trovo scritto accanto a A Funky Space Reincarnation negli appunti presi durante il riascolto. A parte che ne sottolinea la modernità, aggiunge poco a questa riedizione Hip-O Select un secondo CD di remix da parte di produttori odierni.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.645, aprile 2008.

1 Commento

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Una risposta a “Fra zucchero e vetriolo: il Marvin Gaye di “Here, My Dear”

  1. marktherock

    Discone della stramadonna, follia pura non considerarlo per quello che é: un capolavoro sangue del sangue per l’appunto dei dischi celebrati del figlio del Reverendo. Quando attacca l’incastro chitarra-fiati “when did you stop lovin’ me…” , meraviglia delle meraviglie in bilico tra classe, funk seduttivo e crescendo vocali, mi squaglio come il sangue di san gennaro

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