Archivi del mese: maggio 2015

Will Butler – Policy (Merge)

Will Butler - Policy

Ma che razza di modo sorprendente ha scelto per esordire in proprio Will Butler, che è il fratello minore di Win e insomma quello che negli Arcade Fire se ne sta sempre un po’ defilato, alle prese con una varietà di strumenti, mentre il centro della ribalta è invariabilmente occupato da Win e Régine Chassagne. Nell’attesa che costoro gli diano un seguito (il che, se rispetteranno il consueto intervallo di tre anni fra un album e l’altro, non accadrà prima del 2016) nessuno ha ancora davvero capito se “Reflektor” sia il capolavoro che qualcuno propaganda o l’“epic fail” che altri dicono. È che tutto in quell’opera mastodontica (un’ora e un quarto) e magmatica è “troppo” e alla fine su una cosa sola sostenitori e detrattori sono d’accordo: che ci voleva fegato e un tanticchio di follia a uscirsene così quando non vi era chi non pronosticasse ai Canadesi un futuro da superstar alla U2, alla Muse, alla Coldplay. Ce l’avete presente “Reflektor”, sì? Dimenticatelo. “Policy” non potrebbe essere più diverso.

Per dimensioni innanzitutto – otto tracce per poco più di ventisette minuti, durata da anni ’60 o se no un mini – e poi per l’immediatezza dell’assieme. Da subito, da una Take My Side che cento volte più che gli Arcade Fire evoca degli Strokes che sfidano la storia suonando proto-punk dopo il punk e fino alla fine, al pasticcio bello Spector/Beach Boys/Beatles della conclusiva Witness. Se presi uno per uno tutti i brani divertono e convincono, a lasciare perplessi è una varietà stilistica financo eccessiva. Cosa c’entrino il mix Kraftwerk/Cars di Anna con una ballata alla Leonard Cohen quale Finish What I Started, i Talking Heads ricreati in Something’s Coming con il power pop che punta il glam di What I Want lo sa giusto Will. O forse nemmeno lui.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.362, aprile 2015.

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He Can See For Miles (per quel vecchio punk di Pete Townshend)

Come ben sa il mio lettore di lungo corso (o anche solo chi mi ha conosciuto su VMO), ho una relazione complicata con Pete Townshend. Adoro “Who’s Next” e il “Live At Leeds”, metto sopra ogni altra cosa una manciata di singoli classici dei primi Who ma nel resto del repertorio salvo poco (ivi compresi lavori intoccabili nel comune sentire come “Tommy” e “Quadrophenia”, o anche “My Generation” l’album). E nondimeno nutro un’enorme stima e una grandissima simpatia per questo signore che scrisse di sperare di morire prima di diventare vecchio e compie oggi settant’anni.

The Who - Sell Out & By Numbers

La prima opera rock? Nel comune sentire è “Tommy”, errore perpetuato dalle storie più superficiali quando invece la precedettero di diversi mesi “S.F. Sorrow” dei Pretty Things e “Arthur” dei Kinks. E il primo concept? Che non è la stessa cosa ed è – ahem… – concetto decisamente più aleatorio. Pure lì gli Who perdevano la gara, anticipati dai Beatles di “Sgt. Pepper”, sempre che si sia d’accordo nell’includere tale titolo nella suddetta categoria. In ogni caso, o è quello o è “Sell Out”, dicembre 1967 per la maggior parte delle discografie, gennaio ’68 per la più autorevole che è lo Strong. Album bislacco, nato dall’idea di omaggiare e contemporaneamente prendere in giro le radio pirata che inondavano di rock la Gran Bretagna dai ponti di navi ormeggiate in acque extraterritoriali, con finti jingle e spot a separare/collegare le canzoni e un’epocale copertina nella quale i quattro ragazzi mod pubblicizzano prodotti quantomai improbabili. A rendere memorabile la confezione contribuiva la presenza di un fantasmagorico poster all’interno e sì, questa ben più che raddoppiata “Deluxe Edition” è deluxe quasi fino in fondo, visto che almeno alle prime copie è acclusa una riproduzione. Sfortunatamente in scala e ci sono casi in cui le dimensioni contano eccome.

Ma… il disco? Ammetto di averlo considerato per una vita il “Their Satanic Majesties Request” di Townshend e soci. Che, tradotto, vuol dire due gemme – la lisergica cavalcata di Armenia City In The Sky e l’anche più epica I Can See For Miles – e un contorno insignificante. Istanze revisioniste si erano però fatte strada già da qualche anno, dacché mi era toccato di riascoltarlo per scrivere su altre colonne di una sontuosa stampa in vinile e mi era parso meglio di quanto non ricordassi, divertente nell’assieme e con qualche altro titolo da incorniciare: una Mary Anne With The Shaky Hand con venature byrdsiane, il country-gospel di I Can’t Reach You, una Relax particolarmente inacidata. Non credo che andrò oltre. Non credo che sarò mai d’accordo con Dave Marsh che, in uno dei saggi che rendono ricco e gustoso il libretto, la spara subito enorme dicendolo “the greatest rock’n’roll album of its era”. Per favore! Come piacevole reperto archeologico qualche giro sullo stereo comunque se lo merita. Magari, paradossalmente, per gustarne la versione in mono sistemata sul secondo CD. Fra le bonus vere merita una segnalazione una rilettura di Nell’antro del re della montagna di Edvard Grieg distante anni luce dalle pompose fetenzie che produrranno da lì a qualche tempo prima i Nice, quindi Emerson Lake & Palmer, infine torme di ancora più insopportabili epigoni.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.657, aprile 2009.

Proprio vero che il male che l’uomo fa gli sopravvive e in materia di rock poche dimostrazioni possono dirsi in tal senso più eclatanti del fatto che, mentre (per dire) diversi Tim Buckley sono fuori catalogo da anni e innumerevoli classici della new wave non sono mai stati ristampati (mai), il disco più brutto degli Who (quando ancora erano gli Who: dal ’78 in poi non conta) sia sempre stato disponibile e dico sempre. Se volete, potete pure procurarvelo facilmente in vinile vergine, duecento grammi pressati alla perfezione dai soliti noti della Classic Records e ottimamente suonanti, con colori splendidi splendenti, una buona collocazione spaziale, le dinamiche giuste e tutto il resto. Peccato sia la musica in sé a far cacare, ma d’altro canto non è una legge di Murphy, ben nota agli audiofili, che sovente i dischi artisticamente peggiori sono quelli che suonano meglio? E viceversa.

A volere salvare qualcosa di un album almeno onesto nel dichiarare fin dal titolo la sua ordinarietà ci sarebbero i testi: sempre che i patimenti di una star ricca e alcolizzata siano un argomento che trovate irresistibile e soprassedendo sull’incongruenza dell’affidare confessioni cuore in mano e lacrima sul ciglio alla voce di un altro. Cerco una-canzone-una che raggiunga la decenza e, colto da un impeto di bontà (siamo proprio sotto Natale nel momento in cui scrivo), la individuo in una folkeggiante Blue Red And Grey. Due? Esagerati… Facciamo l’errebì bianco sui generis di Slip Kid e pazienza se, maneggiando i medesimi materiali, da lì a non molto (“By Numbers” è del ’75) Ian Dury farà cento volte meglio. Ai rimanenti otto decimi di programma, fra ballate asfittiche e rock in tempo medio senza una melodia che li redima, riesce un miracolo: indurre a rivalutare “Tommy” e “Quadrophenia”.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.297, gennaio 2009.

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Still Tearing Us Apart (Ian Curtis, 15 luglio 1956-18 maggio 1980)

Here are the young men, the weight on their shoulders,
Here are the young men, well where have they been?
We knocked on the doors of Hell’s darker chamber,
Pushed to the limit, we dragged ourselves in,
Watched from the wings as the scenes were replaying,
We saw ourselves now as we never had seen.
Portrayal of the trauma and degeneration,
The sorrows we suffered and never were free.
Where have they been?
Where have they been?
Where have they been?
Where have they been?
Weary inside, now our heart’s lost forever,
Can’t replace the fear, or the thrill of the chase,
Each ritual showed up the door for our wanderings,
Open then shut, then slammed in our face.
Where have they been?
Where have they been?
Where have they been?
Where have they been?

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I Soul Stirrers negli anni di Sam Cooke

Sam Cooke - With The Soul Stirrrers

L’oggetto – triplo CD in box di sobria eleganza, dal prezzo importante ma nemmeno troppo esoso – è di quelli che attirano irresistibilmente l’attenzione del collezionista e incuriosiscono il neofita capace di non fermarsi a splendori e miserie dell’attualità, disposto all’esplorazione del passato. Tanto più quest’ultimo è avvertito, tanto più risulterà titubante: investire o meno, non avendo una discografia di soul già cospicua, in una raccolta che promette l’integrale delle incisioni per la Specialty dei Soul Stirrers con Sam Cooke in formazione? Mastodonte (ottantaquattro le tracce, tre ore e tre abbondanti quarti il minutaggio) destinato dunque più che altro agli – ahem – specialisti, includendo come fa tutto (ma proprio tutto) quanto è stato rintracciato negli archivi, comprese versioni multiple e false partenze. Il neofita saggio si dirà che un’antologia singola, e magari economica, con dentro i brani più importanti dovrebbe essere più che sufficiente alla bisogna e per approfondire c’è sempre tempo. Normalmente avrebbe ragione. Non in questo caso, come gli intenditori di musica nera precipitatisi viceversa ad acquistare “The Complete Specialty Records Recordings” avranno già appurato Mettiamola così: basta che del Sam Cooke laico possediate “The Man And His Music”, basta che di gospel abbiate una buona selezione di autori vari e di questo cofanetto già non potete fare a meno. Basilare e non tanto e non solo per i classici conclamati, che con poca fatica e ancor minore spesa potreste trovare altrove. No. Per i venti strepitosi minuti, stralcio di uno spettacolo al losangeleno Shrine Auditorium, che lo suggellano mettendo a soqquadro una sequenza per il resto rigorosamente cronologica, che parte dal 1° marzo 1951 e arriva al 19 aprile di sei anni dopo. Qui invece è il 22 di luglio del ’55 e Cooke e compagni cominciano scaldando se stessi e la platea con un’elegante e calorosa insieme I Have A Friend. La temperatura sale ulteriormente con gli incalzanti 7’43” di Be With Me Jesus, condotti con martellante maestria da Paul Foster, e raggiunge il punto di ebollizione negli 8’36” (quasi il triplo della versione in studio) di una Nearer To Thee in cui il leader porta la folla, soprattutto quella femminile, al deliquio. Quando intorno al sesto minuto canta – con sottintesi oggi lampanti, allora chissà – che sono le cattive compagnie a rovinare i bravi ragazzi è un’esplosione di urla ad accogliere le sue parole e ti sembra a momenti di vederla la congregazione impazzita, preda di spasmi di sensualità mentre le mura di Gerico del gospel crollano e il soul occupa il campo. Emozione indicibile e dire che di musica ne ho masticato un po’ da un quarto di secolo a questa parte, ma qui, lettori e lettrici, è della Storia nel suo divenire che si è testimoni. Un paio di mesi dopo avere registrato il concerto allo Shrine, Robert “Bumps” Blackwell andrà a New Orleans a eternare un altro momento epocale, il brano che farà di Little Richard una star, Tutti Frutti. Giorni fecondi!

Sono invece di tredici e diciassette mesi posteriori le prime sette incisioni da solista di Cooke che il box, fregandosene felicemente della filologia, riporta prima dell’ultima seduta con il gruppo ed è nettare pop che cola da una Happy In Love da musical, da una I’ll Come Running Back To You dalla melodia degna dei capolavori a venire, da una Lovable che non è altro che la già nota He’s So Wonderful ove però il Lui per antonomasia diventa una mortale lei per cui struggersi. Dovreste conoscere il resto della vicenda. Il nostro uomo mette le sue seriche corde vocali al servizio di una musica secolare nella quale nondimeno il gospel vibra ancora, come è logico, forte e dal ’57 al ’64 infila un gioiello via l’altro di soul inondato di pop o il contrario, passando con disinvoltura da Tin Pan Alley al blues. Con enorme successo (essere un adone naturalmente non gli nuoce). Mani assassine ne fermano la corsa, in circostanze mai chiarite, l’11 dicembre 1964, un mese prima del trentaquattresimo compleanno. Undici giorni più tardi quella che diventerà la canzone-simbolo del movimento per i diritti civili, A Change Is Gonna Come, è nei negozi e nella leggenda. Ma immagino già sapeste.

Se il Sam Cooke di seconda metà di carriera è più o meno familiare all’appassionato di rock, che come minimo conosce un tot di suoi brani entrati in un’infinità di repertori altrui (da You Send Me a Chain Gang, da Twistin’ The Night Away a Bring It On Home To Me, da Shake alla stessa A Change Is Gonna Come), meno esplorato risulta quello che plasmò la voce declinando gospel e che, come chiarito da questi tre CD cornucopia di tesori, non appare affatto minore al confronto. Altrettanto grave torto alla verità dei fatti è stato poi compiuto permettendo che la sua presenza in squadra per sei anni ponesse in secondo piano l’eccezionale rilevanza “a prescindere” di un gruppo che quando lui arrivò, con la non facile incombenza di sostituire un gigante quale Rebert H. Harris, transfuga perché scontento di inclinazioni al laico già presenti, aveva alle spalle un percorso ventennale disseminato di pietre miliari (in particolare nel triennio 1946-1948, trascorso alla corte della Alladin). E che dopo la sua defezione proseguì ed è giunto fino ai ’90 facendo dischi e soprattutto concerti. Per quanto Harris sia stato una figura chiave nella storia del gospel (fra i primi a usare il falsetto, sua fu pure l’idea di alternare due solisti nel corso di una stessa canzone), i Soul Stirrers più grandi in assoluto risultano comunque proprio quelli che videro il ventenne (e quindi assai più giovane del resto della compagnia) figlio del Reverendo Charles Cook (la “e” un’aggiunta successiva) Sr. aggregarsi dapprima con timidezza e in seguito pian piano assumere la leadership. Continuando l’opera di modernizzazione della musica sacra afroamericana intrapresa da Harris fino a rendere il sacro profano.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, 534, 20 maggio 2003.

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Swervedriver – I Wasn’t Born To Lose You (Cobraside)

Swervedriver - I Wasn’t Born To Lose You

Cosa non rinvengo negli archivi! Scopro di avere a suo tempo scritto, proprio per questa rivista, dell’album precedente dei britannici Swervedriver, “99th Dream”, e che iniziavo lamentando che fossero passati tre anni dall’uscita del predecessore di quello. Be’, era il 1998, e la prima cosa che mi è venuta in mente è che quanti nacquero allora affronteranno il prossimo anno la maturità. Il che mi impressiona parecchio di più che non che io stia tuttora qui a recensire gli Swervedriver. Che ci siano ancora e anzi di nuovo, fra l’altro non da poco ma senza che in molti se ne fossero accorti e io neppure. È che da quando si riformavano nel 2008 hanno fatto qualche tour ma, discograficamente, non avevano prodotto che un singolo, solo in vinile e in una tiratura di poche centinaia di copie. Che fossero sfuggiti al radar mi pare giustificabile.

Li ritrovo non tanto come li avevo lasciati – dei quattro lavori prodotti nella prima vita il Novantanovesimo Sogno era quello più classicamente rock, con echi sì di Stooges ma anche e particolarmente di Who, Beatles e Beach Boys – quanto come erano nel pieno del divampare del fenomeno shoegazing, primi ’90, quando tutti li associavano ai My Bloody Valentine, agli Slowdive, ai concittadini (Oxford) Ride. Non in molti notando come loro fossero una faccenda più di canzoni che di suono, come piuttosto che ai gruppi sunnominati somigliassero ai Dinosaur Jr, o agli Hüsker Dü. A proposito: ascoltate Autodidact, il brano che inaugura un album il cui titolo interpreto come un omaggio ai Byrds, e ditemi se non potrebbe arrivare da “Warehouse: Songs And Stories”. Gran bell’attacco per un disco dai volumi alti quanto dalle melodie incisive, dall’ipnotico al narcotico, allo psichedelico. Per la cronaca: a “99th Dream” diedi 7, questo mezzo voto in più se lo merita tutto.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.362, aprile 2015.

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Long Live B.B. King (16 settembre 1925-15 maggio 2015)

Questo articolo che scrissi nel 2012 in occasione dell’uscita di una monumentale antologia dell’ultimo dei Re del blues era già da parte nei cassetti di VMO. Contavo di recuperarlo il prossimo 16 settembre, per augurare buon novantesimo compleanno a un grandissimo. Spiace anticipare, ma non si ha da essere tristi per uno che ha vissuto così bene, così intensamente, così a lungo.

B.B. King

L’ultimo autentico re del blues, di cognome e di fatto, festeggia gli ottantasette anni con un favoloso decuplo e sì, avete letto bene. Del resto, sempre stato uno da grandi numeri colui che vedeva la luce il 16 settembre 1925 in quella Itta Bena, Mississippi, che trovando un posto nel 2000 in O Brother, Where Art Thou si ammanterà ulteriormente di Mito: non paga di avere dato i natali, oltre che al chitarrista più popolare della storia della musica cosiddetta “del diavolo”, a un altro paio di eccellenti musicisti nel medesimo ambito, Luther “Guitar Junior” Johnson e Smoky Babe, al romanziere Lewis Nordan e a un politico tanto amato quanto controverso quale Marion Barry. Pur’egli un campione di longevità. A Itta Bena (2208 abitanti al censimento del 2000!) forgiano evidentemente solo gente con la testa dura e lavoratori impareggiabili. Stupore quando in prossimità del settantesimo compleanno B.B. annunciava che avrebbe ridotto l’attività live: da quei trecento spettacoli all’anno (record certificato del 1956: 342; schiatta, James Brown!) ad appena duecento. Risolini quando a una conferenza stampa convocata per promuovere un tour, ed era già ultraottuagenario, un giornalista gli faceva notare che risaliva all’anno prima un suo giro di concerti in cui dava l’addio alle scene e lui ineffabile replicava di non avere mai detto che il “Farewell Tour” sarebbe stato il suo ultimo. Però il tempo passa pure per il nostro eroe, che lo scorso anno si è esibito in pubblico “solo” quel centinaio di volte e chissà quanto dispiace a uno che, intervistato in occasione dell’uscita della raccolta di duetti “80” (indovinate quale compleanno festeggiava), alla domanda sul perché alla sua bella età si ostinasse a predicare le dodici battute in giro per il mondo (un altro suo record: si è esibito in novanta diversi paesi) rispondeva che, che diamine, non è che si possa passare la vita pescando, dopo un po’ ci si annoia. E, aggiungeva facendo l’occhiolino, ho notato sin dacché ero giovane che in ogni città in cui suono per qualche giorno, prima e dopo, vendo molti più dischi.

Quanti ne abbia venduti in una carriera che sotto questo profilo iniziava nel 1949, con un singolo dedicato all’allora moglie Martha, non è dato sapere. Una delle poche statistiche sicure su un artista con all’attivo molte decine di album è che, fra il 1951 e l’ormai lontano ’85, i suoi titoli entrati nella classifica R&B di “Billboard” ammontavano a settantaquattro. Il punto è: diversi dei più grandi successi sono più recenti. Conquistata una fama diffusa negli anni ’50 e più o meno conservatala nei primi ’60, all’altezza della pubblicazione del classicissimo “Live At The Regal” il nostro eroe già pareva destinato a un’onesta sopravvivenza in un circuito revivalistico, ma non sarà così. Commercialmente i tardi anni ’60 saranno più felici della prima metà del decennio, gli anni ’70 più dei tardi ’60, gli ’80 più dei ’70, i ’90 più degli ’80 e sarà datato addirittura 2000 il suo lavoro in assoluto di maggiore successo, “Riding With The King”, in collaborazione con il più devoto dei discepoli, Eric Clapton, e per quarantatré settimane filate in classifica negli USA. Fra l’altro: disco ben più che meramente dignitoso e ciò che distingue B.B. dal quasi coetaneo Chuck Berry è che se entrambi sono ancora in circolazione le ultime incisioni del secondo risalgono a oltre tre decenni fa laddove la produzione del Re del blues si è mantenuta relativamente fitta e soprattutto di livello.

Fa ridere dirlo, chiamare riassunto una collezione di ben dieci CD, ma questo è il lussuoso “Ladies And Gentlemen… B.B. King”, box distribuito Universal di cui è annunciata pure una versione ridotta di quattro dischetti: fenomenale carrellata che non ignora risvolto alcuno di una vicenda artistica unica e che delinea alla perfezione uno stile inconfondibile. Tondo ed ecumenico, rilassato e gigione, con sfumature di jazz, di soul e di pop, e che nel suo declinare blues evidenzia, accanto al tradizionale porgersi dolente, un’inesausta gioia di vivere. Sapete ora cosa regalare o farvi regalare per le prossime feste.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.699, ottobre 2012.

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Fell In Love With The Blues: alle radici ultime del suono White Stripes

The White Stripes

All’apice del frastuono mediatico seguito al passaggio, al principio dello scorso anno, dalla minuscola Sympathy For The Record Industry al colosso V2, con conseguente ristampa con quella griffe di “White Blood Cells” e dei due album precedenti e inattesa presa di possesso di MTV (con il clip di Fell In Love With A Girl candidato a quattro Video Awards), gli White Stripes finivano sulla copertina di “Mojo”, mensile che già in precedenza si era prodotto in autentiche genuflessioni dinnanzi alla coppia (“best live band on the planet” et similia). Al consueto articolo biografia + intervista si appaiava uno scritto in cui Jack e Meg White allineavano i loro idoli, trasformandosi per due pagine in critici. Lettura relativamente illuminante (non ne sortivano nomi sorprendenti per chi ne ha ascoltato con cognizione di causa i dischi), nondimeno interessante per il suo evidenziare che prima ancora che musicisti gli White Stripes sono dei fans, come me e voi. Cosa che ce li rende tantopiù vicini e simpatici. Molto blues fra le loro influenze dichiarate e naturalmente, in sintonia con un gusto che predilige per il resto garage e punk con buono spazio al ruspante country delle origini, del più primitivo e selvatico. Avranno magari la casa piena di dischi di B.B. King, Jack e Meg, ma quando si tratta di fare i nomi dei maestri alla cui scuola sono andati il primo che salta fuori è quello riverito e maledetto di Robert Johnson, l’uomo di cui si dice che cedette l’anima al diavolo per potere in cambio padroneggiare la chitarra come nessuno mai prima e scrivere canzoni come non se n’erano mai sentite (che sullo strumento avesse sgobbato sodo e diverse delle sue composizioni “originali” fossero in realtà rielaborazioni di brani che circolavano da tempo è un’altra storia: quella della musica popolare che eternamente, costituzionalmente ricicla se stessa). Morto giovane (avvelenato da un marito geloso) come si conviene a una leggenda, Johnson ci ha lasciato in tutto ventinove canzoni, registrate fra il 1936 e il 1937, bastanti a farne uno dei nomi chiave della musica del XX secolo. Soprattutto il rock inglese dei ’60 gli è debitore: Rolling Stones e Bluesbreakers, Yardbirds, Cream e Led Zeppelin sono senza di lui semplicemente inimmaginabili.

Va da sé che a sua volta l’uomo di Love In Vain e Sweet Home Chicago avesse dei debiti: il più grande nei confronti di Son House che, nato prima, gli sopravviverà di mezzo secolo e avrà dunque la soddisfazione di vedersi celebrato in vita. Le sei facciate che incise nel 1930, caratterizzate da un canto corrusco, da una chitarra tagliente, dalla frenesia ritmica, sono le pietre d’angolo del Delta Blues e, insieme, del rock’n’roll più ispido e lo-fi degli ultimi vent’anni, dai Gun Club (che sono nei Top 10 di sempre degli White Stripes) ai 68 Comeback. Ancora più antiche, sebbene di un solo anno, le prime registrazioni che ci sono pervenute di Charley Patton, scomparso viceversa piuttosto giovane e notevolmente più sfortunato di Robert Johnson, in quanto derubato proprio da costui di ogni vera fama postuma. Ascoltate Tom Rushen Blues e scoprirete che Johnson è già lì, ascoltate Shake It And Break It e ci sentirete Hank Williams, ascoltate Mississippi Boweavil Blues e vi renderete conto che c’era qualcuno che suonava il rock’n’roll un quarto di secolo prima di Elvis. Malservito da registrazioni tecnicamente scadenti e per lunghissimo tempo di ardua reperibilità, giusto negli ultimi tempi Patton è stato riscoperto e adeguatamente celebrato.

Di Blind Willie McTell vi dico questo: che anche solamente per avere dato il titolo a una delle canzoni più memorabili di Bob Dylan meriterebbe di essere posto su un piedistallo. Chitarrista eccellente, cantante sublime, grande affabulatore: “nessuno canta il blues come Blind Willie McTell” è il giudizio di Zimmie e basta sentire la prima registrazione del Nostro, Writin’ Paper Blues, del 1927, per dargli ragione. O una qualunque delle tante altre che mise in fila da lì al 1955. Viaggiò spesso con un altro cieco santificato da Jack e Meg, Blind Willie Johnson, predicatore itinerante fatto bluesman ad honorem quando in realtà la sua (magnifica) musica è più che altro gospel.

A guardare certe copertine inondate di rosso del Tampa Red più tardo, quello che nel 1960 prese congedo dalle sale di incisione con un paio di stupendi album per la Prestige, c’è da supporre che abbia influenzato gli White Stripes anche iconograficamente, oltre che con l’asciuttezza di introspettive e delicate esecuzioni per voce, chitarra e kazoo. Un altro universo rispetto al genio torturato di Skip James, che in un’epoca (le prime registrazioni risalgono al 1931) in cui il blues era ritenuto essenzialmente musica da ballo vi trasfuse una cupezza, un malessere spirituale opprimenti. Il suo alato falsetto e il tocco chitarristico virtuosistico e liricissimo resteranno inimitabili.

Ho fatto sette. Arrivo a dieci con un nome che il duo di Detroit citava solo incidentalmente in quelle due pagine, dicendo di Captain Beefheart: Howlin’ Wolf, nume tutelare per il Capitano, per tanto blues britannico e per Tom Waits, che la sua voce licantropa se l’è studiata per bene. Il fuorilegge Leadbelly (a una sua canzone, Where Did You Sleep Last Night, Kurt Cobain affidò il congedo dal mondo) non era nominato ed è una bella stranezza, visto che spesso i concerti degli White Stripes si chiudono con la sua Boll Weevil. Infinitamente più bizzarra risulta però l’assenza di Hound Dog Taylor: lui gli White Stripes (per non dire, prima di loro, i Cramps) li ha letteralmente inventati. Correva l’anno 1970 e cinquantacinquenne aveva infine la soddisfazione di debuttare discograficamente. Morì nel 1975.

Discografia minima

Son House - Preachin' The Blues

Son House – Preachin’ The Blues (Catfish)

Howlin’ Wolf - His Best

Howlin’ Wolf – His Best (Chess)

Skip James - The Complete Early Recordings

Skip James – The Complete Early Recordings (Yazoo)

Blind Willie Johnson - The Complete

Blind Willie Johnson – The Complete (Columbia)

Robert Johnson - The Complete Recordings

Robert Johnson – The Complete Recordings (Columbia; 2CD)

Leadbelly - The Definitive

Leadbelly – The Definitive (Catfish; 3CD)

Blind Willie McTell - Complete Recorded Works Vol.1

Blind Willie McTell – Complete Recorded Works Vol.1 (Document)

Charley Patton - The Definitive

Charley Patton – The Definitive (Catfish; 3CD)

Tampa Red - Don't Tampa With The Blues

Tampa Red – Don’t Tampa With The Blues (Prestige/Bluesville)

Hound Dog Taylor - & The HouseRockers

Hound Dog Taylor – & The HouseRockers (Alligator)

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.528, 8 aprile 2003.

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New York City Serenade: Willie Nile vs. Jesse Malin

Willie Nile vs. Jesse Malin

Willie Nile – If I Was A River (River House)

La sola volta che scrissi qui di Willie Nile era il 2009 e ne sbagliavo la data di nascita. Mi pare strano. Gli davo del coetaneo del Boss, che è del ’49, quando Willie mi risulta ora essere un anno più vecchio e il sospetto è che l’anno se lo togliesse lui. Quel che più conta, recensivo un album – il suo secondo nel secolo nuovo e questo è già il quinto, quando dall’80 al ’99 non ne aveva pubblicati che quattro – che dichiarava il suo suono già nel titolo: “House Of A Thousand Guitars”. È sempre stato più rocker che cantautore Nile, sin dacché, esordiente tardivo, sporgeva nel 1980 un biglietto da visita che avrebbe dovuto farne una star e invece no, appena un culto e poi nemmeno quello quando beghe legali spegnevano le luci su di lui. Uno che Springteen stesso ammira e che annovera fra gli estimatori, per far quattro nomi, anche Pete Townshend, Elvis Costello, Lucinda Williams e Patti Smith. Pare che avesse colpito pure John Lennon che, la sera in cui venne ucciso, stava registrando nello studio newyorkese a fianco di quello dove Willie incideva quel suo primo, stupendo LP.

Ci sono arrivato. La notte fatale il nostro eroe era seduto a un piano Steinway quando seppe ed è lo stesso strumento protagonista di questo lavoro sorprendente per il rocker di cui sopra: una collezione di ballate fondamentalmente per piano e voce, appena un filo d’organo dietro, ogni tanto una virgola di chitarra, un’ombra di basso o di archi. E che bel disco è! Forse il suo migliore dopo quel lontano debutto, con una traccia inaugurale e omonima che dovrebbero ascoltare quanti hanno salvato l’ultimo Dylan e tanto altro di memorabile dopo. Ad esempio una Song Of A Soldier di gusto Irish. Ad esempio una I Can’t Do Crazy (Anymore) che rimanda al primo Tom Waits.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.362, aprile 2015.

Jesse Malin – New York Before The War (One Little Indian)

In apparenza quest’uomo non distante dai cinquanta – che bruciò la sua adolescenza precocemente e a velocità supersonica (fondava i punkettari Heart Attack dodicenne, li scioglieva sedicenne) e rischiò senza riuscirci di diventare una stella nei ’90 (con i D Generation: un nome, un programma) declinando all’incirca ciò che a White Stripes e Strokes lo stardom lo guadagnerà eccome – sta rallentando sempre più. Ma non era (Springsteen sia un modello che un mentore) “nato per correre”? “New York Before The War” dista cinque anni da “Love It To Life” e, tenendo conto che “On Your Sleeve” era una raccolta di cover e “Mercury Retrograde” un live, quello ne aveva impiegati tre per dare un seguito a “Glitter In The Gutter”. Crisi di ispirazione? Un vero e proprio blocco dello scrittore? Parrebbe di no, a prestar fede a Malin stesso quando racconta che le tredici canzoni inedite che danno vita all’atteso non per modo di dire nuovo album rappresentano la scrematura di circa quaranta e allora trattasi semmai di un controllo di qualità sempre più ferreo, rigoroso, forse pure esagerato. Magari con una parte di quelle inutilizzate confezionerà presto un altro disco e magari no. Quel che conta è che anche il prossimo rappresenti, come questo, una valida aggiunta a un canone non trascendentale ma decisamente solido di rock’n’roll romantico quanto stradaiolo, quintessenzialmente newyorkese.

Pezzi forti dell’ultima collezione: una The Dreamers gonfia di romanticismo; il folk-rock sfortunatamente troppo succinto di The Year That I Was Born; il power pop Freeway; la ballata con sax She Don’t Love Me Now. E poi ci sarebbe She’s So Dangerous, che sarebbe incredibile se Everybody Hurts non l’avessero già scritta i R.E.M.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.361, marzo 2015.

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Audio Review n.363

Audio Review 363

È in edicola il numero 363 di “Audio Review”. Include mie recensioni degli ultimi album di  Calexico, Doldrums, Godspeed You! Black Emperor, Great Lake Swimmers, Tobias Jesso, Angélique Kidjo, Kendrick Lamar, Monochrome Set, Allison Moorer, Sacri Cuori, Ron Sexsmith, Tallest Man On Earth, Toro Y Moi, Van Hunt e Vetiver.  Nella rubrica del vinile ho scritto di Bob Dylan, Santana e Art Blakey.

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Eppure il vento soffia ancora: il 1967 di Eric Burdon

Buon compleanno, il settantaquattresimo, a Eric Burdon, una delle voci bianche più nere di sempre. Inferiore in tal senso forse al solo Joe Cocker ma con a suo vantaggio l’essere stato anche – oltre che interprete spettacolare – un autore di vaglia. Dovendo consigliare un solo suo album ne consiglierei due: una qualsiasi racconta ben fatta degli Animals prima maniera e “Winds Of Change”.

Eric Burdon & The Animals - Winds Of Change

Superfluo, per individuare l’anno di pubblicazione di “Winds Of Change”, cercare la data su un retro di copertina che dà del resto altre indicazioni eloquenti al riguardo con titoli come San Franciscan Nights (quando fu che la città californiana fu, con Londra, la capitale dell’immaginario giovanile?) e Yes I Am Experienced, chiara risposta al quesito posto dal debutto a 33 giri di Jimi Hendrix. Basta scorrere le prime due righe del discorsetto che campeggia sul davanti e che dicono di un “nuovo mondo diverso dal vecchio, con nuovi gioielli da consumare, nuove frontiere da conquistare e tanto più amore da donare”. Macchina del tempo puntata dunque sul 1967 e su una summer of love mitizzata anche grazie a dischi siffatti e che importa se questo rude proletario di Newcastle cresciuto a blues poteva sembrarne un cantore improbabile? Che venti di cambiamento soffiassero impetuosi veniva raccontato anche da metamorfosi simili, dall’errebì garagista degli Animals primevi alla proteiforme psichedelia (dopo il passo falso costituito dal pop banalmente mainstream di “Eric Is Here”) di una formazione totalmente rinnovata dal leader, trasferitosi nel frattempo sulla costa Ovest degli States. Talvolta ingenua e invecchiata male (fastidiosa la parte parlata di The Black Plague), più spesso tuttora fresca e valga come esempio supremo il raga del brano che inaugura e battezza.

Da lì a pochi mesi Burdon e i suoi nuovi sodali (particolarmente rilevante l’apporto del chitarrista Vic Briggs) offriranno convincentissima replica con un “The Twain Shall Meet” che, nel complesso, si farebbe anche preferire al predecessore, ma deve cedergli il passo per l’assenza di un brano di punta della forza di San Franciscan Nights. Con “Everyone Of Us” e l’addirittura doppio “Love Is”, anch’essi incredibilmente usciti in un iperproduttivo 1968, la formula mostrerà invece chiaramente la corda. L’ultimo apporto di nota del tascabile cantante alla storia del pop sarà rappresentato dalle sei facciate con gli afroamericani War date alle stampe a cavallo fra il ’70 e il ’71.

Pubblicato per la prima volta in Rock – 1000 dischi fondamentali, Giunti, 2012.

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