Archivi del mese: Maggio 2015

Revisionare chi revisionò: la strana storia di “Let It Be”

Quarantacinque anni fa a oggi i Beatles pubblicavano, a scioglimento già ufficializzato, il loro ultimo album. Celebro la ricorrenza recuperando una lunga recensione che scrissi della controversa riedizione “…Naked” approntata nel 2003 su input di Paul McCartney e con la benedizione di Ringo Starr.

Let It Be + ...Naked

La storia è stata raccontata così tante volte che a esporla di nuovo a momenti pare di offendere il lettore. Mi limiterò all’essenziale, tantopiù che nello spesso libretto di questa nuova e “spogliata” edizione di “Let It Be” Kevin Howlett già scende nei dettagli. Nel gennaio 1969, con il doppio bianco da un paio di mesi nei negozi e la colonna sonora di Yellow Submarine calda di pressa, i quattro di Liverpool si incontrano ai Twickenham Film Studios per preparare uno spettacolo televisivo in cui eseguiranno una scelta di brani dall’album che ha reso di pubblico dominio il fatto che non sono più (come recitava il titolo italiano di A Hard Day’s Night) “tutti per uno”. Quale migliore smentita alle voci che filtrano di dissidi e malumori? Ma soprattutto: quale modo migliore, per un gruppo che ha rinunciato ai concerti, di rinsaldare legami che proprio gli anni spesi suonando incessantemente avevano reso in apparenza indissolubili? Benché l’umore tenda al fosco, come è sempre accaduto ogni volta che i ragazzi si sono trovati in una stanza le idee fioccano e il progetto cambia. Prima si decide che la scaletta dovrà essere di pezzi nuovi. Quindi che filmare le prove dello spettacolo può costituire uno spettacolo di per sé. Da lì a rendersi conto che è a un 33 giri che si è posto mano il passo è breve. È un LP che si muove in direzione opposta ai precedenti: scarno e in diretta ove “Sgt. Pepper’s” era stato il prodotto di infinite sovraincisioni, opera di un gruppo quando l’album bianco era stato dato dal sommarsi del lavoro di quattro solisti. McCartney, che è di gran lunga quello che più vorrebbe che il giocattolo non si rompa, spera che questo ritorno alle origini – il disco dovrebbe chiamarsi “Get Back” – si riveli salutare. Proprio vero che la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni. Le sedute sono a tratti burrascose (Harrison addirittura se ne va, ma poi ci ripensa) e, almeno per gli standard beatlesiani, poco fruttuose. Nastri e filmati vengono accantonati. Significativamente ribattezzato “Let It Be”, l’album vedrà la luce l’8 maggio 1970, dopo “Abbey Road” e a scioglimento ufficializzato il precedente 10 aprile, con i quattro artefici talmente disinteressati alle sue sorti da delegare prima a Glyn Johns e quindi a Phil Spector l’incarico di cavare un LP dalle frammentarie registrazioni di Twickenham. Stupirsi se il disco è sempre stato considerato un congedo in tono minore? Quando Lennon memorabilmente lo definì, lodando peraltro Spector per avere da ciò tirato fuori qualcosa di decente, “the shittiest load of badly recorded shit”. Ove al contrario McCartney era reso a tal punto furioso dalle manipolazioni spectoriane da citarlo davanti a un giudice come una delle ragioni per le quali desiderava sciogliere anche legalmente il sodalizio con gli altri.

A trentatré anni dalla sua uscita, Lennon e Harrison non sono più fra noi e McCartney può ancora portare mezzo milione di persone in strada a Roma ad ascoltare le canzoni dei Beatles e fra esse diverse tratte da quest’album. A trentatré anni dalla sua uscita, con l’assenso (si dice deliziato) di Ringo (si dice anche che Harrison abbia fatto in tempo a dare il suo OK), può togliersi lo sfizio di ripubblicare “Let It Be” “come sarebbe dovuto essere”, senza gli archi e quant’altro di ingombrante (certe chitarre gonfiate fino a farsi hard) aggiunto da Phil Spector, con l’ordine delle canzoni rivoluzionato, una Don’t Let Me Down in più e in meno i frammenti di dialoghi e le incompiute Dig It e Maggie Mae. Chi rimpiange i primi può rifarsi con i ventidue minuti di un secondo CD, intitolato “Fly On The Wall” e aggiunto con un minimo sovraprezzo, che letteralmente spiano i Fab Four in studio. Chi rimpiange le seconde… be’, non ce l’ha già “Let It Be”? Fatto è che questa edizione non sostituisce l’altra, che resta un pezzo di storia del pop e del costume giovanile del Novecento, e si consoli con ciò l’uomo del “wall of sound”, che in ogni caso di questi tempi ha problemi più seri (un’imputazione di omicidio!) dell’ulteriore revisionismo nei suoi confronti indotto da “…Naked”. L’operazione è efficace – la versione riveduta è superiore alla prima per compattezza e per l’impatto di un suono scarnificato che ora davvero fotografa il ritorno alle origini vagheggiato da Macca – quanto foriera di paradossali interrogativi. Per dire di uno più ingombrante di quanto non fossero le orchestrazioni cassate: non è paradossale che per spogliare queste incisioni si sia reso necessario un intervento tecnologico più radicale di quanto non fosse stato quello spectoriano? Perché non solo per sottrazione si è agito ma per ricostruzione, degli intenti originari quantomeno, e si sa che non vi è restauro che non sia creativo. E ci vorrebbe ben più di una pagina (e magari un Umberto Eco in prestito) per diffondersi adeguatamente sulle problematiche che da ciò nascono.

Mentre nel contempo non si può non prendere atto che il disco più trascurabile dei Beatles (ma pur sempre un album che contiene un poker di canzoni fantastiche quali quella omonima, Get Back, The Long And Winding Road e Across The Universe) svetta sulla produzione odierna tanto nettamente che quando si è trattato di scegliere il CD del mese non c’è stata gara. Decida il lettore se ciò sia dovuto alla genialità capace di trascendere i decenni dei Baronetti o alla mediocrità dei tempi nostri.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.242, gennaio 2004.

2 commenti

Archiviato in anniversari, archivi

La soffitta con vista successo di Billy Joel

Billy Joel - Songs In The Attic

“Everybody loves you now”, “tutti ti amano adesso”, canta Billy Joel nello scoppiettante rock’n’roll che in origine (settembre 1981, ma le registrazioni sono del giugno e del luglio dell’anno prima) suggellava il lato A del suo primo live. E se vi pare di cogliere una nota di trionfo nella sua voce, be’, non sbagliate. Perché “Songs In The Attic” rappresentava la rivincita di un artista che, dopo avere fatto saltare il banco non una, non due ma tre volte, con i multimilionari “The Stranger”, “52nd Street” e “Glass Houses”, si toglieva la soddisfazione di dimostrare alla platea oceanica cui ormai si rivolgeva che c’era stato in precedenza un altro Billy Joel: non proprio ignorato dalle masse ma quasi, giacché dei primi quattro LP il solo “Piano Man” aveva avuto riscontri apprezzabili, mentre l’immediato predecessore di “The Stranger”, “Turnstiles”, aveva visto arrestarsi la sua ascesa nella classifica di “Billboard” a un miserabile numero 122. Brava e fortunata la Columbia a non scaricarlo allora, a concedergli ancora un’ultima possibilità. Ben sfruttata. A un apice di popolarità che conserverà per tutti gli anni ’80 per poi optare per un semi-ritiro dalle scene (l’ultima raccolta in studio di canzoni data 1993), l’artista newyorkese invece di riempire banalmente di successi il primo 33 giri dal vivo decideva di usarlo per riproporre canzoni tratte dai quattro lavori di cui sopra. Quasi tutte sconosciute dunque al pubblico che si ritrovava ad applaudirle entusiasta, peraltro in versioni oggettivamente superiori, perché eseguite da una band rodata a quel punto da anni di spettacoli, rispetto a quelle che erano state messe in mano a pur professionalissimi turnisti. Partenza appena sottotono con la stentorea e un po’ sopra le righe Miami 2017 (Seen The Lights Go Out On Broadway), l’album decolla però subito dopo, con la svelta e suadente insieme Summer Highland Falls, e da lì in fondo è un susseguirsi di piccoli e grandi classici che non ci si crede che fossero passati semi-inosservati. La caracollante e latina Los Angelenos, una She’s Got A Way con curiosamente un che di Queen, la ballatona Say Goodbye To Hollywood, una Captain Jack dal ritornello di irresistibile epicità e il western The Ballad Of Billy The Kid sono titoli che appartengono indiscutibilmente al repertorio maggiore dell’autore.

Che nelle note di copertina suggeriva all’acquirente, per andare il più vicino possibile a ricreare l’atmosfera del concerto, di invitare a casa “gli irritabili vicini” e “suonare questo disco al volume più alto possibile”. Vale tanto di più per un’eccezionale riedizione Original Master Recording che spalma le due facciate d’antan su quattro da fare andare a 45 giri, con il miglioramento che potete immaginare per la dinamica e non solo.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.361, marzo 2015.

Lascia un commento

Archiviato in archivi

La New York ai Tropici di Kid Creole & The Coconuts

Kid Creole & The Coconuts

Era impossibile da catalogare. In ogni negozio di dischi in cui entravi lo trovavi in una sezione diversa… chi lo metteva fra la world music, chi nella black, chi nel pop, chi nel reggae. Be’, non è niente di tutto ciò ed è tutto ciò messo assieme. Sta qui la sua bellezza”: così qualche mese fa, in una chiacchierata con Daryl Easlea, il signor Thomas August Darnell Browder, in arte Kid Creole, ricordava lo sconcerto provocato nel 1980 da “Off The Coast Of Me”, la sua dichiarazione di indipendenza dalla Dr. Buzzard’s Original Savannah Band del fratello Stony, con cui aveva assaporato già quel grande successo che nell’avventura successiva per qualche tempo lo eluse. Ma, due anni e due 33 giri dopo, più che “Kid” avrebbe potuto chiamarsi “King” Creole, perlomeno in due paesi diversamente euforici per due ben differenti vittorie: nella Gran Bretagna orgogliosa di avere spezzato le reni all’Argentina ed essersi ripresa le Falklands; nell’Italia impazzita per i tre volte campioni del mondo di calcio. Chi tanto ragazzino non è più rammenterà certo la frequenza con la quale la coloratissima ghenga del Nostro passava dalle parti di quel tascabile anticipo nostrano di MTV che era “Mr. Fantasy” di Carlo Massarini. Uno spettacolo da mozzare il fiato, un tripudio tropical-newyorkese di melodie e ritmi congiurato dal Kid, in impeccabile completo dritto dall’era del Cotton Club, in combutta con un nanerottolo dritto dal set de Il Padrino e tre procaci coriste di bellezza statuaria ma non da “Playboy”. Semmai, da sogno di casalinga della porta accanto e tanto più sexy per questo.

Mi rigiro fra le mani i bei libretti che accompagnano le sontuose riedizioni in CD (Island/Universal), fresche di stampa e prodighe di remix e lati B, dei primi quattro album di Kid Creole & The Coconuts e, mentre concedo anche al vicinato di godere di bassi mostruosamente funky e ritornelli destinati a restare per sempre in memoria, mi imbatto in un’altra citazione citabile. Parlando della sua adolescenza, il signor Darnell racconta: “Sono cresciuto nell’era della militanza black – che mi stava anche bene, ma io ho sempre pensato che un uomo è un uomo. Quando si cadeva sull’argomento musica gli amici mi dileggiavano. ‘Perché ascolti i Beatles e non la WWRL?’. In realtà ascoltavo pure quella, ma nello stesso tempo mi piaceva sintonizzarmi sulla WABC, la stazione pop, che mandava in onda Beach Boys, Herman’s Hermits, i Beatles in particolare ma un po’ tutte le band della cosiddetta British Invasion. Mentre sulla WWRL potevo godermi la Motown, Smokey Robinson, James Brown. Già così giovane mi chiedevo perché mai dovessi cambiare radio, perché non si potesse mettere tutto insieme. E questo finì per diventare, sebbene in maniera niente affatto intenzionale, il mio programma: distruggere ogni barriera, musicale e non, e andare avanti”. Programma propugnato dapprima da gregario, nella seconda metà dei ’70, nella già citata Dr. Buzzard’s Original Savannah Band, delizioso aggiornamento di Tin Pan Alley all’era della disco; poi autonomamente, quando il fratello maggiore mostrerà di non gradire una divisione della leadership. Sono gli anni del primo rap e del punk, August coglie le vibrazioni nell’aria e si accosta con piglio ludicamente new wave a materiali che recuperano la lounge e riumanizzano la disco, densi di latinità e sentire soul, pronti a viaggi in Africa e nei Caraibi. Quello che diventerà il debutto “Off The Coast Of Me” è in realtà un demo che piace da matti a Michael Zilkha, padre padrone di quella Ze presso cui ha trovato domicilio tanta dell’avanguardia rock della Big Apple. Nel suo catalogo si accomoderà  a fianco di James White & The Contortions, di Lydia Lunch, dei Suicide. Non c’entra niente, ma c’entra tantissimo. Disco solistico assai più dei successori, che saranno almeno in una certa misura lavori di squadra, con Andy “Coati Mundi” Hernandez bravissimo a ritagliarsi un ruolo di spalla fra il comico e il trucido, è acerbo ma delizioso, con apici nella notturna leziosità di Maladie d’amour, in una traccia omonima di gusto hawaiiano, nel funky caloroso ma flemmatico di Darrio. Vende poco e più che altro in Gran Bretagna, ma riceve ottime critiche e attira l’attenzione di Chris Blackwell della Island su questa sponda dell’Atlantico e di Seymour Stein della Sire sull’altra. Gli album successivi porteranno doppia griffe.

Con “Fresh Fruit In Foreign Places”, l’anno dopo, la gloria bussa alla porta e sentori di capolavoro pure: disco travolgente, con stacchi ska e altri reggae, il calypso in trasferta più sanguigno che si sia mai udito, il soul più fantasticamente giocoso, una ritmica da fare invidia a James Brown, una sensibilità pop (Latin Music, Gina Gina) con pochi pari in qualunque ambito. Ma se, perdendovi molto (peggio per voi!), un Kid Creole & The Coconuts vi basta è “Tropical Gangsters”, uno degli LP più memorabili del 1982 e in Europa (molto più tiepidi gli Stati Uniti) uno dei più venduti, che dovete mettervi in casa. Ci troverete dentro la migliore canzone di Prince che Prince non ha mai scritto (Stool Pigeon; Darnell ne parla con sufficienza asserendo che la buttò giù in cinque minuti) e la migliore canzone degli Steely Dan che gli Steely Dan non hanno mai scritto (No Fish Today), un perfetto incrocio fra gli Chic e Duke Ellington (Loving You Made A Fool Out Of Me), un’apoteosi soca (Annie, I’m Not Your Daddy), un Gershwin mutante funk (I’m A Wonderful Thing, Baby). Troppa grazia! E difatti da lì a un po’ di mesi “Doppelganger” sarà – la martellante The Lifeboat Party e il Billy Joel retrò di Back In The Field Again sugli scudi – l’ultimo fuoco d’artificio prima di un subitaneo, drammatico declino di ispirazione e popolarità. Meglio sarebbe stato congedarsi dalla ribalta ancora giovani e belli e un uomo che dell’eleganza ha fatto una filosofia di vita avrebbe dovuto capirlo. Ma si può essere indulgenti con chi ci fece divertire così tanto.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.505, 15 ottobre 2002.

1 Commento

Archiviato in archivi

Sempre siano lodati (Ben Harper e i Blind Boys Of Alabama)

È domenica, no? Santifichiamola, una tantum, con un po’ di gospel. Ce lo meritiamo, perché siamo stati bambini cattivi.

Ben Harper & The Blind Boys Of Alabama - There Will Be A Light

“Chi ha tempo non aspetti tempo” e figurarsi chi di tempo sa di averne poco. È il caso di quei vispi giovanotti che rispondono al nome di Ragazzi Ciechi dell’Alabama, formatisi nel 1939 (avete letto bene) a una scuola per non vedenti e assurti a fama diffusa, ben oltre il ristretto circolo degli appassionati di gospel, quei sessantadue anni dopo, quando vedeva la luce “Spirit Of The Century”, primo loro CD per la Real World di Peter Gabriel. Più attivi che mai da allora: due eccelsi album, “Higher Ground” e “Go Tell It On The Mountain”, sono andati dietro a quel piccolo capolavoro e, quel che più lascia felicemente attoniti, i Boys si sono dati da fare anche con tour e comparsate in dischi altrui. Come facciano alle loro – ahem – reverende età (due dei fondatori, Clarence Fountain e George Scott, sono ancora in squadra e con loro l’antico rivale Jimmy Carter, già con i Five Blind Boys Of Mississippi) lo sanno solo loro e un Dio che deve per forza esistere, se persone di questo valore artistico e umano hanno trascorso la vita cantandone le lodi. Se c’è, facesse in modo di conservarcele a lungo. Per intanto e a proposito di collaborazioni e tour: in un paio dei titoli suddetti Ben Harper aveva fatto capolino e al termine di una sua campagna concertistica europea a Parigi i Blind Boys Of Alabama agivano come supporto, spettacolo raccontato con toni da leggenda da chi c’era e suggellato da una comune lettura di I Shall Not Walk Alone. Al ritorno in patria si incontravano di nuovo per sedute di registrazione programmate per mettere su nastro uno o due brani per il nuovo lavoro dei Ragazzi. Come si racconta nel libretto di “There Will Be A Light”, due canzoni diventavano cinque, cinque undici e nel giro di otto giorni era un album ad avere preso forma. Ed eccolo, per la gioia di chi ha l’uno e gli altri sotto contratto e si trova per le mani un prodotto ottimo per le festività natalizie e destinato poi a fare catalogo per decenni.

Il lettore medio di “Audio Review” avrà probabilmente più familiarità con Harper, autore, cantante e chitarrista che da dieci tondi anni – esordiva nel 1994, già su Virgin, con “Welcome To The Cruel World” – concilia qualità e quantità, ottimi dischi e vendite rimarchevoli. È un Lenny Kravitz con meno lustrini e più sostanza, ispirato come costui da Jimi Hendrix e Curtis Mayfield, John Lennon e Led Zeppelin ma con in più una gran passione per Bob Marley e Robert Johnson, Van Morrison e la Stax e – naturalmente! – il gospel. Si potrebbe definirlo derivativo, a dire il bicchiere mezzo vuoto, ma tali e tanti sono gli articoli di pregio che ha messo nel tempo in catalogo che conviene dire il bicchiere mezzo pieno e riconoscerlo, semplicemente, un perpetuatore di tradizioni, apprezzabile erede di maestri di superiore levatura. Atipico nel suo percorso sebbene ne rivisiti alcune tappe (Pictures Of Jesus si incontrava ad esempio nel precedente “Diamonds On The Inside”: diversissima versione portata a spasso per l’Africa da Ladysmith Black Mambazo), “There Will Be A Light” ascolto dopo ascolto insinua un dubbio: che sia il suo album migliore? Disco in ogni caso magnifico, da una dinoccolata Take My Hand che rimanda a certo Ry Cooder a una morbidissima Where Could I Go che rievoca insieme Otis Redding e Sam Cooke, da un’interpretazione di favolosa intensità di un Bob Dylan minore fatto maggiore, Well, Well, Well, a una Mother Pray tutta a cappella che lascia senza fiato, a una traccia omonima da Van quando era The Man. Giusto una cosa spiace: 38’57”. Troppo poco.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.251, novembre 2004.

Lascia un commento

Archiviato in archivi