Elliott Murphy – Aquashow Decostructed (Route 61)

Elliott Murphy - Aquashow Deconstructed

Prima che Gesù morisse per i peccati di qualcuno ma non per quelli di Patti Smith, Marilyn Monroe si era sacrificata per tutti noi, anche se forse non lo sapevamo. Era il 1973, la Patti cominciava a immaginarsi nei panni della rockstar ma non avrebbe inciso il primo singolo che l’anno dopo, mentre nel primo brano del suo primo album già Elliott Murphy poteva autoproclamarsi, con la sfrontatezza che è della gioventù, una rockstar e nemmeno una qualunque, no: l’ultima. “Rock’n’roll is here to stay, but who will be left to play?”, si interrogava nel ritornello. Sono trascorsi quarantadue anni e il ventiquattrenne di allora – mai divenuto una stella in barba alle recensioni ditirambiche che ne salutarono l’apparizione alla ribalta – quel disco lo ha reinciso affidandone la produzione a un figlio che ha l’esatta età che aveva lui allora. Ed è come un chiudere un cerchio. La speranza, naturalmente, è che la pubblicazione di questo secondo “Aquashow” instighi infine una riedizione come si deve del primo, che incredibilmente non è mai stato ristampato in vinile e in CD un’unica volta, nel 1990, e non ci si crede che un lavoro siffatto, della statura dei classici, sia fuori catalogo da un quarto di secolo. Non che ciò lo abbia trasformato in un pezzo da collezionisti: su eBay lo si trova regolarmente a pochi euro e non si sa se esserne contenti o dolersene. Nonostante la stima dei colleghi e della stampa, nonostante la sua piccola popolarità europea e soprattutto francese, paese che lo ha da lungi adottato e dove risiede, ormai parigino DOC lui che rimane nondimeno un quintessenziale newyorkese, Murphy resta uno per pochi. È andata così ed è un po’ il destino di tutti o quasi (a Springsteen, che per Murphy nutre un’enorme stima, non è andata malaccio) quelli fottuti dall’essere stati etichettati come dei nuovi Bob Dylan (che poi il nostro uomo era pressoché in pari misura pure un altro Lou Reed). Noi ce ne siamo fatti una ragione, lui probabilmente prima di noi.

A un tirare le somme dopo una serie di ascolti alternati a un modello che ho scoperto senza sorprendermi di conoscere a memoria, un’unica vera critica si può muovere all’“Aquashow” del 2015 e riguarda il titolo: “Deconstructed” fa pensare a una rielaborazione radicale di spartiti che per la più parte dei dieci titoli in scaletta così radicale non è. Si è asciugato, si è riarrangiato con mano lieve e piglio meno rock di quanto non fosse, tuttavia senza andare oltre. “Revisited” avrebbe presentato con maggiore fedeltà il progetto, ecco.

Depistante in tal senso che il brano inaugurale – il nostro uomo ci ha regalato altre canzoni bellissime ma mai più nessuna al pari memorabile di quella che sporse come biglietto da visita – sia quello che più si discosta dalla versione storica. Allora upbeat e guascona, oggi Last Of The Rock Stars è felpata e malinconica, un che di rabbrividente che si insinua sulle tracce di una tastiera fantasmatica, atmosfera che How’s The Family fa sconfinare nel luttuoso almeno fintanto che non deflagra drammatica sull’orlo del melò. Piacciono, ed è annotazione che vale per l’intero album, grazia e misura con la quale gli archi si prendono il proscenio. Piace la grana di una voce matura che ha guadagnato in espressività quello che inevitabilmente i decenni le hanno sottratto in freschezza. E comunque, beninteso, se si tratta di alzare i volumi e di roccare e rollare Elliott ancora c’è, come dimostrano l’esuberanza di Hangin’ Out, il declamare energico di Graveyard Scrapbook, il piglio di un White Middle Class Blues più che mai degno della Chicago più negra. Come uno scorcio di festa prima di una Like About Gatsby che ora come non mai riporta a casa il Lou Reed del coevo “Berlin” e della ballata, che ha acquisito la tenerezza che un ventiquattrenne non poteva regalarle e un sessantaseienne sì, Don’t Go Away. La guglia dell’“Aquashow” 2015 corrisponde a quello che era forse il momento più dimesso dell’“Aquashow” 1973: carillon desolato, Marilyn sanguina empatia laddove era esercizio retorico da poeta fresco di college. O così la percepisco io, commuovendomi.

5 commenti

Archiviato in recensioni

5 risposte a “Elliott Murphy – Aquashow Decostructed (Route 61)

  1. Grandissimo artista il nostro Elliott!
    Hai fatto bene a tirare in ballo Lou Reed, io ho sempre visto in Elliott Murphy un Lou Reed molto più romantico. Ma Elliott è un artista di suo e non ha bisogno di paragoni, vorrei solo avesse il successo che merita.
    Tra tutti i suoi dischi sono particolarmente legato a “Party Girls and Broken Poets” con quel “Streets of New York” e quella meravigliosa “Last Call” dove un amante lasciato e ferito si chiede se tenendo presente tutto il dolore di quella storia d’amore rifarebbe tutto da capo, la risposta è ovviamente si, “Rifarei tutto da capo, paragonato a ciò che mi ha dato non è molto da chiedere”.
    The Last of the Rock Stars, non c’è dubbio.

  2. marktherock

    Questa pagina, sia detto senza piaggeria alcuna ma anche senza alcun spirito di polemica, vale nella mia modestissima opinione circa un milione di volte più della recensione che ne ha fatto Bianchi su Blow Up. Il quale SIB arriva a sostenere, se non ricordo male, quasi la superiorità di “Decostructed” sull’Aquashow originale. Ecco, a parte che si tratta di uno dei dischi che ho più amato in vita mia, esordio di livello fenomenale di cui si ricordano pochi eguali nella storia della nostra musica tutta (ah, quando si esordiva giovani ma decisamente “maturi” e dunque pronti, con alle spalle la professionalità della “selezione naturale” di una casa discografica, produttore etc…) mi sembra che il paragone non si possa proprio fare. L’operazione sta in piedi alla grande proprio perchè quelle canzoni a ventiquattro anni non potevi suonarle meravigliosamente che così, invece oggi a sessantasei acquisiscono spessore diverso, è come se la vita trascorsa le avesse trasformate senza però intaccarle nel profondo, asciugate eppure ancora fresche come a ben pochi giovani virgulti che si cimentano di Americana sarebbe riuscito. Ah, poi, se poi un extra merito lo si vuole trovare nell’operazione, quello sta per me nel farmi sentire l’Aquashow 2015 ben più simile al canone dylaniano, in forma e in sostanza, rispetto a quello del ’73. A forza di dai…;))

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