Fra dancefloor, jazz e sperimentazione: l’elettronica di Squarepusher

La scorsa settimana mi sono ritrovato a scrivere di un disco di Squarepusher –il claustrofobico “Damogen Furies” – ed era da un bel po’ che non mi accadeva. Per quanto da sempre assai meno hip (meno capace di “vendersi”, questo è certo) dell’amico Aphex Twin, Tom Jenkinson resta uno da seguire, certi che non annoierà mai. Altro che diventare “manieristico”! Come paventavo in questo articolo scritto per un “Blow Up” ai primi passi, ancora nemmeno distribuito in edicola.

Squarepusher

Mettete Aphex Twin e Charlie Parker nella stessa stanza, allungate loro una canna e questo è ciò che otterrete.

Così scriveva Rene Passet a proposito di Tom Jenkinson, meglio noto come Squarepusher (aka The Duke Of Harringay), all’altezza dell’uscita di “Feed Me Weird Things”, lavoro datato 1996, uno dei più acclamati della nuova elettronica. Pittoresca e un po’ ironica, oltre a far sorridere la frase del Passet ha il merito di identificare e collegare i due universi messi in comunicazione dal giovane Jenkinson (allora appena ventenne: un altro enfant prodige, come il fraterno amico Richard James/Aphex Twin): da un lato il jazz; dall’altro, più della drum’n’bass, la techno. Lo stesso Squarepusher ci tiene a precisarlo: “Quando recensiscono i miei dischi finiscono sempre nella sezione jungle e personalmente trovo la cosa alquanto discutibile. Se proprio si vuole etichettarli, dovrebbero finire fra quelli techno, con i quali hanno sicuramente più affinità”. Non è questione soltanto di suoni e di ritmi ma di attitudine, dacché il Nostro è distantissimo dall’integralismo che ha sempre caratterizzato, in special modo nella sua fase underground, la scena drum’n’bass. Merito di un’educazione musicale precoce e caratterizzata dall’eclettismo.

Non ancora teenager il futuro Squarepusher è esploratore curioso e instancabile della ricca collezione di dischi – in prevalenza jazz e reggae, con molto dub in mezzo – del padre. Imbraccia presto il basso elettrico e a dodici anni fonda un gruppo metal. Quattordicenne si innamora di Stanley Clarke e dei Weather Report e da lì passa a Dizzy Gillespie e Charlie Parker. A quindici anni, un’illuminazione: “Ascoltai ‘LFO’, del gruppo omonimo, e istantaneamente mi convertii alla techno. Prima pensavo che l’elettronica fosse spazzatura. Il mio punto di vista era: come è possibile chiamare musica un qualcosa che è stato composto su una tastiera, non su uno strumento vero?”. Sei anni dopo Jenkinson si troverà a incidere proprio per l’etichetta dei seminali LFO, la Warp.

Che abbia cominciato a fare musica suonando con altri piuttosto che in solitudine, come larga parte degli esponenti della nuova elettronica, è particolare non irrilevante. La circostanza farà del suo spettacolo live, che pure lo vede solo sul palco, basso a tracolla, uno dei pochi dignitosi in quest’ambito (per Björk addirittura “la cosa migliore ch’io abbia visto da molti anni a questa parte”) e quel che più conta influenzerà il suo modo di comporre: “Ho suonato in gruppo sin da quando avevo dodici anni ed è così che ho imparato l’arte dell’arrangiamento. Quando scrivo musica, anche se è elettronica, tendo sempre a farlo come se stessi componendo per una band. Non mi ci approccio come a una banca di suoni. Penso per settori separati: questa è la parte delle tastiere, questa quella del basso e la batteria occupa questo spazio. E ogni parte interagisce con le altre con le dinamiche tipiche di un gruppo”.

A diciassette anni, nell’isolamento della sua cameretta (come, a pochi chilometri di distanza, Richard James), Tom Jenkinson, ora Squarepusher, inizia a registrare le proprie composizioni utilizzando una batteria elettronica DR-660, un campionatore Akai S-950, un basso elettrico e un otto piste a bobine.

Se si desidera seguirne la carriera, ancora giovane ma già ricca di produzioni, rispettando l’ordine cronologico dei suoi tre album è l’ultimo uscito che bisogna ascoltare per primo. “Burningn’n’Tree” (Warp) ha una confezione di un’austerità faustiana. Non ci sono nemmeno i titoli dei pezzi, circostanza che induce a pensare che si tratti di materiale altrimenti inedito, e l’unica informazione che è fornita riguarda le date di registrazione: quattro brani risalgono al ’95 (Jenkinson aveva allora diciannove anni), cinque al ’96 e i restanti tre sono del ’97. Difficile, per non dire pretestuoso, individuare comunque una linea evolutiva. Ci si muove già fra i paesaggi sonici che caratterizzeranno i primi due LP pubblicati dal Nostro, fra cupezze industrial (la seconda traccia), giustapposizioni fra un caloroso basso funky-jazz e gelide sincopi jungle (un po’ ovunque e in particolare nella quarta e nella sesta traccia), riattualizzazioni dei Weather Report (la quinta e la settima traccia: davvero clamorose), tastiere effetto piano elettrico filtrate attraverso camere d’eco (gli ultimi due brani) e altre simil-Hammond alla maniera di un Jimmy Smith (il primo e il terzo, aperto da sintetiche ondate metalliche). Per essere scarti, c’è di che leccarsi le dita.

Se si vuole avere un solo album di Squarepusher è tuttavia l’esordio sulla lunga distanza “Feed Me Weird Things” (Rephlex) che bisogna mettersi in casa. È un disco di gusto e eclettismo fuori dal comune, come esplicita già il trittico d’apertura: in Squarepusher Theme, a fronte di una batteria jungle, chitarra e basso sprigionano aromi brasiliani e l’insieme ha una compattezza e uno swing irresistibili; Tundra è ambient drum’n’bass allo stato dell’arte; in The Swifty sullo scheletrico ritmo di partenza si incastrano un piano elettrico memore dei primi Return To Forever e un basso alla Jaco Pastorius. E non sono forse neppure i titoli più memorabili. Che dire della sospesa desolazione di Goodnight Jade che nella successiva Theme From Ernest Borgnine deflagra in un’esplosione jungle? O della badalementiana U.F.O’s Over Leytonstone? O della ritmica quasi ragtime e degli inserti da cartoon di Smedley’s Melody? Giova ricordarlo: l’autore di simili meraviglie è un ventenne.

Tanto è stato incensato “Feed Me Weird Things”, tanto il successivo di un anno “Hard Normal Daddy” (Warp) è stato snobbato e finanche vilipeso. La principale accusa mossagli, quella di marcare uno spostamento verso la figlia degenere del jazz-rock, la fusion, pare in verità pretestuosa. Se anzi gli si può muovere un rimprovero è quello di non evidenziare scarti stilistici rilevanti rispetto al predecessore. Giusto qualche invenzione: un basso in Coopers World che porta dritti dalle parti del Miles Davis di “On The Corner”, un arrangiamento in Anirog 09 che richiama (forse involontariamente) la Penguin Cafe Orchestra, un non so che di electro che fa capolino (ancora più evidente nelle due versioni uscite su un mini) in Fat Controller e in Vic Acid. Manca l’effetto sorpresa, ma ciò accade in tutti i secondi album, nevvero?

Ma nondimeno bisogna ammettere che lo stile di Squarepusher, dapprincipio così fresco, corre il serio rischio di farsi in breve manieristico (e in questo imiterebbe sì la fusion). Se saprà o no seguitare a stupirci come l’amico e mentore Richard James, lo scopriremo solo vivendo.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.5, marzo/aprile/maggio 1998.

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