La vita dopo i Clash di Mick Jones

Tanti auguri a Mick Jones, che compie oggi sessant’anni e da ragazzo sognava di essere uno dei Rolling Stones, o come minimo dei Mott The Hoople. È stato invece uno dei Clash e via, non gli è andata male. Per qualche anno ancora dopo la fine di quella epopea il nostro eroe continuò a scrivere pagine importanti per il romanzo della popular music, alla testa di un progetto chiamato Big Audio Dynamite.

Mick Jones

Gli amici si perdono, spesso, ma a volte si ritrovano. Fu un’emozione nell’ottobre ’86 avere fra le mani il secondo LP dei Big Audio Dynamite, “No. 10, Upping St.”, e apprenderlo “produced by Mick Jones & Joe Strummer”, e scoprire poi dalle etichette che oltre metà della scaletta era firmata congiuntamente dai due (a ribadire la pace scoppiata, il successivo “Tighten Up Vol.88” avrà un dipinto di Paul Simonon in copertina). Tre anni erano trascorsi ormai dall’acrimonioso divorzio ma meno di uno da quando nei negozi erano apparsi, per perversa strategia commerciale della CBS negli stessi giorni, il fallimentare “Cut The Crap” e il per molti versi entusiasmante “This Is Big Audio Dynamite”. Chi avrebbe mai potuto pensare, allora, che Jones e Strummer avrebbero diviso di nuovo uno studio? Se si eccettuano incontri imposti dalla cura di raccolte di materiali clashiani, non è poi più accaduto. Si sa che i due – i tre, con Simonon – si frequentano oggi con una certa regolarità, ma le ipotesi di ulteriori rimpatriate (soprattutto se siglate Clash) ventilate ogni tanto dalla stampa sono state finora sempre rigettate. E così sia.

Buon album “No. 10, Upping St.”, con i gravi handicap però, come il resto della discografia targata B.A.D., di suoni non esplosivi (non abbastanza) come ragione sociale avrebbe imposto e di doversi confrontare con un esordio del peso delle pietre miliari. Mi riferisco non tanto al primo 33 giri, comunque nel complesso eccellente (e fra l’altro, con la raccolta “Super Hits” uscita qualche mese fa, l’unica cosa attualmente reperibile del gruppo), ma al mix che lo precedette di un mese. Presentate in versioni felicemente espanse rispetto a quelle offerte dall’album, le telluriche The Bottom Line e Bad definirono da subito il canone del combo – con Jones un antico collaboratore dei Clash come Don Letts e inoltre Greg Roberts, Leo Williams e Don Donovan – con il torto però, se di torto si può parlare, di situarlo a un livello impossibilmente alto. Insomma: i B.A.D. non riusciranno mai a superarne l’efficacia. Nemmeno a impattarla. Come suonano? Come se su un crocicchio convergessero la disco di The Magnificent Seven, il soul di scuola Motown di Hitsville U.K., l’electro-funk di Radio Clash e il Morricone-punk di Know Your Rights. E lì ascoltassero un mucchio di reggae ’80, Grandmaster Flash, i Public Enemy e un po’ di Beatles.

Ho citato il Nemico Pubblico non a caso: cosa sarebbero potuti essere i Big Audio Dynamite se a produrli avesse provveduto la Bomb Squad! Restano nondimeno un gruppo che fu enormemente sottovalutato, in grande anticipo sui tempi (vogliamo parlare di crossover?) e che meriterebbe una riscoperta. “This Is Big Audio Dynamite”, “No.10, Upping St.” e “Tighten Up Vol.88” sono senz’altro da avere. Mezzo gradino sotto il successivo “Megatop Phoenix”, che all’epoca in cui uscì (settembre 1989) scaldò però assai i cuori per ragioni extramusicali, essendo il ritorno di Jones alla vita dopo che un malanno virale aveva seriamente minacciato di strapparcelo. Siccome raramente si impara dagli errori propri o altrui, da lì a qualche mese il nostro eroe liquidava i quattro compagni di avventure (che proseguiranno insieme il tempo bastante a congegnare uno scadente LP a nome Screaming Target) in maniera non dissimile da come Strummer e Simonon lo avevano allontanato dai Clash e rifondava la band come Big Audio Dynamite II. “Kool-Aid” e “The Globe” (1990 e 1991) – quasi lo stesso lavoro dacché i programmi per larga parte, incomprensibilmente, si sovrappongono – accentuavano gli elementi più eminentemente dance e pop e, a parte un paio di brani carini (Change Of Atmosphere/Rush e Innocent Child), deludevano. Sono tuttavia quasi dei capolavori rispetto ai seguenti, pessimi “Higher Power” (1994, ultimo titolo su CBS) e “F-Punk” (1995, su Radioactive). Da allora, il silenzio.

Tratto da La vita dopo lo Scontro. Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.3, autunno 2001.

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4 commenti

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4 risposte a “La vita dopo i Clash di Mick Jones

  1. Che shock quando Mick Jones se ne andò dai Clash !
    Per me era lui l’anima del gruppo e infatti dopo è uscito “Cut The Crap”.
    Mille inchini a Joe Strummer ma senza Mick Jones il destino era segnato.
    Ora immagino che 4/5 di chi legge mi starà odiando ma cosa posso farci se la penso così ?

  2. Sonica

    E per festeggiare in modo insolito il compleanno di Mick Jones, oggi sono a Venezia per visitare la sua biblioteca del rock con le varie memorabilia di Clashiana memoria e non. E no, non c’è’ mai stato gruppo più’ grande dei Clash, fatevene una ragione…

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