Once He Was (per i quarant’anni dalla morte di Tim Buckley)

Tim Buckley

La critica è pressoché unanime: il frutto più sapido e succoso dell’albero del primo Tim Buckley è “Goodbye And Hello”, che viene impresso su nastro nel giugno 1967 e raggiunge i negozi in agosto. Lietamente mi accodo, se non altro perché regala, sistemandole ciascuna in apertura della rispettiva facciata, due delle mie quattro canzoni preferite del Nostro: la marcia funebre per chitarre, congas ed esplosioni di No Man Can Find The War e il dolente poemetto epico di Once I Was, in cui è esplicito l’omaggio – nel passo, nell’atmosfera, in un ritornello che è trasparente citazione – a un brano di Fred Neil, Dolphins, che più avanti Tim riprenderà direttamente. Ma quasi tutto è bellissimo, si tratti della giostrina felliniana di Carnival Song o del raga oltre le porte della percezione di Hallucinations, del tumulto folk-blues di I Never Asked To Be Your Mountain piuttosto che del sommesso quanto gioioso caracollare elettroacustico di Phantasmagoria In Two, del carillon fiabesco Knight-Errant così come di una Morning Glory che favolosamente racchiude in 2’52” un’estasi di liturgia lisergica. Certo: spiace che proprio la lunga traccia omonima costituisca, con la sua prosopopea che fatica a tenersi, l’unico inciampo. Che è però quello ammirevole di chi, correndo a perdifiato, ha scoperto che volare si può. Alla Elektra di questo disco sono contentissimi, orgogliosi di essersi messi in catalogo una grande opera d’arte e persuasi che, se non diventerà un campione di vendite, come minimo costituirà la rampa di lancio per una carriera ai massimi livelli. Non va esattamente così. Nelle classifiche il 33 vede fermarsi la sua ascesa a un modesto numero 171 e nondimeno le copie vendute nel primo anno saranno cinquantamila, più del doppio dell’omonimo debutto del dicembre ’66 e allora si va avanti, fiduciosi. Il nome sta circolando, i concerti sono sempre più affollati e al tirare delle somme per Tim Buckley il 1967 è stato un anno stupendo. Il ’68 non porterà seco un nuovo album – inciso in dicembre, il terzo non verrà pubblicato che nell’aprile 1969, marcando così uno iato lunghissimo per gli usi del tempo – e ciò nonostante sarà anche più bello.

È l’anno della partecipazione a diversi festival negli Stati Uniti e delle prime incursioni in Europa, dove in aprile è spalla a Londra della Incredible String Band e ospite nel programma alla BBC di John Peel. Torna a ottobre da attrazione principale nella capitale britannica e ad accoglierlo è una Queen Elizabeth Hall gremita e plaudente. In mezzo ci sono stati mesi gaudiosi di ozio operoso, trascorsi espandendo interessi musicali già ampi con il sodale Lee Underwood che gli regala la scoperta di Erik Satie. Mentre il resto del pianeta giovane ascolta Hendrix o i Cream, Tim e Lee trascorrono giornate intere persi fra Bill Evans e Cecil Taylor, Roland Kirk e Laurindo Almeida. Quando non cavalcano le onde del Pacifico o non si abbronzano al sole della California. È come una primavera incantata che porterà però a un’estate di sottili inquietudini, a un autunno di spigoloso scontento, a un inverno spiritualmente mortifero. Per tre lustri gli esegeti buckleyani si sono chiesti perplessi cosa fosse accaduto fra “Goodbye And Hello” ed “Happy Sad”, lavori egualmente ma assai diversamente meravigliosi: quello una propaggine di folk-rock in mari acidi, questo un’istanza di psichedelia “d’autore” e “in jazz”. Mancava l’anello di congiunzione e mancherà fino alla pubblicazione nel 1990 di “Dream Letter”, un eccezionale doppio dal vivo testimonianza del concerto dianzi citato alla Queen Elizabeth Hall. Fiancheggiato alla solista dal solito Underwood, al vibrafono da David Friedman e al basso da un Danny Thompson in prestito dai Pentangle, Tim recupera dal secondo LP una manciata di brani in versioni che ne asciugano ogni eventuale ampollosità e ne anticipa alcuni dal terzo donando loro accenti non ancora così dissimili dal già noto. Strada facendo, salda gli ultimi debiti a trascorsi che paiono già remotissimi da folksinger con le inedite The Earth Is Broken, Wayfaring Stranger e You Got Me Runnin’ e si diverte a dispiegare rock’n’roll con la pure mai sentita prima Who Do You Love, a citare via Vanilla Fudge le Supremes di You Keep Me Hanging On, a gorgheggiare un classico del sentimentalismo cinematografico come Hi Lily, Hi Lo, ad autoplagiarsi con una seconda Phantasmagoria In Two chiamata Troubadour. Quando poi a imporre l’acquisto basterebbe una Dolphins (rieccola!) che ci vorranno altri sei anni perché la registri, in una versione invero inferiore, in studio.

Erano state dodici le canzoni selezionate per il primo LP, dieci sul secondo. A mettere sull’avviso che il terzo è una storia diversa già dovrebbe bastare che non siano che sei: un’unica – il delicato suggello Sing A Song For You – con i tempi radiofonici giusti, sotto i tre minuti e d’accordo che è un’era di libertà e qualche stazione i 12’19” furiosi e ansiogeni di una Gypsy Woman non distante da lande beefheartiane li trasmette pure. Qualcuna in più i 10’47” dell’acquatico intreccio di folk e jazz di Love From Room 109 At The Islander. Eccetto il canto per la Donna Zingara “Happy Sad” è in ogni caso sì una collezione di esperimenti ma non ancora di ispidezze. Esibiscono elevato potere seduttivo tanto la languida Strange Feelin’ che una Buzzin’ Fly costola misconosciuta di “Astral Weeks”. E poi c’è la Dream Letter in studio: appropriatamente onirica e memento di Tim a se stesso che, sebbene lo abbia abbandonato, avrebbe un figlio. Di Jeff il mondo nulla saprà per molti, molti anni ancora.

Più assente che presente nei cataloghi dal 1990, del doppio dal vivo è attualmente disponibile una stampa Manifesto del 2011. A me sul momento di registrazioni live dei tardi ’60 tanto persuasive non ne vengono in mente molte, forse nessuna. “Goodbye & Hello” e “Happy Sad” (cosi come “Tim Buckley”) sono invece freschissimi di riedizione da parte della sempre impeccabile Music On Vinyl, prossima a rispedire nei negozi (questione di giorni nel momento in cui scrivo) pure “Starsailor”.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.345, luglio/agosto 2013.

2 commenti

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2 risposte a “Once He Was (per i quarant’anni dalla morte di Tim Buckley)

  1. DaDa

    Grande Tim, mai abbastanza lodato. Dei due citati ( e strascoltati) album preferisco anch io Goodbye & Hello, ma il mio must assoluto è Blue Afternoon.

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