Ryley Walker – Primrose Green (Dead Oceans)

Ryley Walker - Primrose Green

Quel che si dice esser chiari riguardo alle proprie influenze: guardi la copertina di “Primrose Green” e subito esclami “‘Astral Weeks’!”; ascolti la traccia inagurale e omonima e, prima ancora che entri la voce, nomini il santo nome di Tim Buckley. E via citando, nel prosieguo di quello che per il chitarrista chicagoano è, a meno di un anno dal debutto “All Kinds Of You”, il secondo album. Proprio come furono per Van The Man le Settimane Astrali e, guarda che caso, è di jazzisti o di gente che comunque il jazz sa maneggiarlo che si circonda il giovanotto. A parte che non ha già firmato e probabilmente mai firmerà una sua Gloria, una sua Brown Eyed Girl, le affinità elettive sono evidenti, la linea di discendenza esplicita, fieramente rivendicata ed ecco subito dopo una Summer Dress tesa e vorticosa. In un altro mondo, Miles Davis ha svoltato elettrico un po’ in anticipo e di “Bitches Brew” il bardo irlandese ha doverosamente preso nota. Mentre Tim – scegliete voi quale, se ancora Buckley oppure Hardin (o non è piuttosto Fred Neil? – si è mandato a memoria “Sketches Of Spain” prima di porre mano a Same Minds. Ricorderà qualcuno: al suo apparire alla ribalta i pochi che ebbero modo di ascoltare le prime, iperclandestine uscite accostarono Walker più che a chiunque altro a John Fahey: e Griffiths Bucks Blues sta lì a rinfrescare la memoria. Ove con i suoi equilibrismi fra folk-rock e jazz elettrico Love Can Be Cruel rimanda senza “se” e senza “ma” al migliore John Martyn. A questo punto se di “Primrose Green” avessi l’edizione in vinile sarebbe giunto il momento di alzarmi e andare a girare il disco. Sfortunatamente mi hanno mandato il CD, ma grazie in ogni caso per avermi regalato questi scorci di infinito, queste illuminazioni di immenso.

La seconda facciata inebria tutto sommato di meno e tuttavia uno zero virgola qualcosa. La canzone più derivativa è una The High Road che sembra scappata dai solchi di “Five Leaves Left”. Ma averne avuti di Nick Drake apocrifi di simile classe e sostanza fra i forse troppi ascoltati nel secolo nuovo! Se Sweet Satisfaction riporta al proscenio Buckley padre lo fa dopo averlo ubriacato di fuzz. Se On The Banks Of The Old Kishwaukee resuscita la buonanima di Bert Jansch, trasferendola nel contempo oltre Atlantico, All Kinds Of You richiama in scena Van Morrison e Hide In The Roses – il congedo – potrebbe tranquillamente andare a celarsi nel programma di una raccolta di Davy Graham. Nessuno la sgamerebbe.

In molti hanno applaudito, estasiati. Qualcuno ha storto la bocca, pur senza arrivare a ridurre il nostro eroe a mero calligrafo di folk-rock in grazia di psichedelia all’incrocio fra ’60 e ’70. In ogni caso perfetto, ammettono pure i più cavillosi fra i più dubbiosi, per questi nostri anni retromaniaci. Io dico che questo Ryley Walker possiamo datarlo oggi, ma è destinato a ricadere presto nella categoria dei capolavori senza tempo. E siccome ero troppo giovane per godermi “Goodbye & Hello”, “Astral Weeks”, “Basket Of Light”, “Five Leaves Left”, “Solid Air” quando uscirono, a Ryley Walker dico grazie per avermi emozionato come dovette emozionarsi chi ebbe il privilegio, quei dischi, di scoprirli allora.

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4 commenti

Archiviato in recensioni

4 risposte a “Ryley Walker – Primrose Green (Dead Oceans)

  1. Paolo

    Eddy da quello che scrivi questo cd entrerà nella tua topten del 2015. giusto?

  2. Recensione ineccepibile, ça va sans dire, disco bellissimo però con un retrogusto un po’amaro, perché dà troppo l’impressione di essere una operazione costruita a tavolino. Credo che tutti gli artisti, nel comporre, siano, più o meno inconsapevolmente, ostaggio delle loro influenze ma qui siamo ai limiti della clonazione (sono gentile). Un’operazione iniziata già dal primo disco con Drake, la copertina parla da sola, proseguita abilmente nel secondo con il pantheon da te citato nella recensione.
    Ciò non toglie che il disco sia bello però, per quanto mi riguarda, non riduce di un centimetro la distanza che ci separa da chi non c’è più.

  3. marktherock

    Beh, ne abbiamo visti nel tempo di dischi derivativi,,,l’unica cosa che un po’ sconcerta è la voce, in certi momenti davvero troppo sfacciata nel suo replicare lo yodeling alcoolico di Sua Maestà John Martyn. Ma, per me, la qualità delle canzoni è al di sopra di ogni sospetto, la resa emotiva ancor di più (peraltro, lo scarto qualitativo con il pur ottimo predecessore – bello ma quello sì un pò senz’anima nel suo imitare Bull, Fahey, Graham, Jansch & Renbourn – mi pare stellare) PS: dalle mie parti, al momento, se la batte con D’Angelo per il disco dell’anno. Retromaniaci si diventa…

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