Cento di questi blues, signor Willie Dixon

L’uomo che modestamente diceva di sé “io sono il blues” nasceva esattamente un secolo fa a oggi.

Willie Dixon

Due sono le ragioni per cui Chicago è soprannominata la Windy City, vale a dire la Città Ventosa. Una è effettivamente metereologica, giacché dal vicino Lago Michigan soffiano forti venti che d’inverno rendono il clima singolarmente rigido in rapporto alla latitudine. Ma è così detta, ci racconta Luciano Federighi, illustre studioso del blues, anche per via del carattere spaccone dei suoi abitanti: “windy”, fra i suoi significati, ha difatti pure quello di “vanaglorioso”. Ora, vi sfido a ideare un titolo più sbruffone di quello che Willie Dixon diede nel 1969 al più celebre dei suoi (pochi) album: “I Am The Blues”. Roba da fare concorrenza a Luigi XIV che diceva “l’état c’est moi”. Solo che, esattamente come il Re Sole, Dixon non stava parlando a vanvera. Seppure enfatizzando, non faceva altro che enunciare una sacrosanta verità.

Lo scatto sul davanti di copertina del succitato LP coglie il Nostro, all’epoca cinquantaquattrenne, seduto in penombra su uno sgabello che fatica a sostenerne la mole massiccia. Il completo che indossa vorrebbe essere elegante ma cade male su un corpo tagliato con l’accetta. Sarebbe comunque l’eleganza alla buona del proletario che va in chiesa la domenica, impressione accentuata da un cappello da anni ’30 appena più piccolo del necessario. Il viso è pacioso, il doppio mento accentua l’espressione di bonomia che vi è disegnata, le mani in movimento come se stesse raccontando qualcosa al fotografo. Di cose da raccontare a quel punto della sua vita ne aveva parecchie.

Nato nel 1915 nel Mississippi rurale, ancora adolescente Dixon si era ritrovato confinato in una prigione-fattoria per via di un furtarello in un cantiere. Lì dovette subire le attenzioni particolari di una perversa matrona bianca che non disdegnava scaricare i suoi amanti di colore con accuse bastanti a garantire loro, nel Sud di quegli anni, un linciaggio immediato. Fu un’esperienza traumatica che influirà non poco sull’indubbia misoginìa del Nostro, unico tratto negativo di un carattere aggressivo ma accattivante, esattamente come la sua musica. Trasferitosi a Chicago (un percorso identico a quello seguito dal conterraneo, coetaneo e socio privilegiato Muddy Waters e, alcuni anni più tardi, da Bo Diddley) Dixon per qualche tempo sfogava la sua rabbia, guadagnandosi così anche da vivere, tirando di boxe da peso massimo. E non doveva essere male se arrivò a incrociare i guanti, sebbene solo come allenatore, nientemeno che con il leggendario Joe Louis.

Abbandonato il pugilato, all’inizio degli anni ’40 il giovanotto cominciava a godere di una certa fama nella fiorente scena musicale chicagoana. Nei locali da bassifondi del South e del West Side e nel vecchio mercato ebraico di Maxwell Street (un luogo che fa parte del Mito del blues), una voce grassa come il corpo e istrionica e il pulsare ispidamente sensuale del suo contrabbasso erano di casa, di norma in compagnia del piano e della chitarra di un altro figlio del Mississippi, Leonard “Baby Doo” Caston. Con un gruppo vocale di jive, i Five Breezers, Dixon entrava per la prima volta in sala d’incisione per registrare alcuni titoli per la Bluebird. Era il 1940. Mentre i venti di guerra spazzavano il mondo il futuro del giovane Dixon pareva al contrario promettente. Proprio il coinvolgimento degli Stati Uniti nel secondo conflitto mondiale imponeva però un brusco stop alla carriera del nostro uomo e lo riportava in galera. Carcere duro stavolta, carcere militare in quanto obiettore di coscienza. In un’intervista (probabilmente l’ultima della sua vita) rilasciata nell’estate del 1991 al giornalista britannico Gavin Martin, Dixon così ricordava quanto accaduto mezzo secolo prima: “Viste le condizioni in cui si trovava al tempo la mia gente in America, non mi sembrava giusto che io, cittadino di serie B, dovessi entrare nell’esercito. Non volevo combattere per chi aveva le mani sporche del sangue del mio popolo”.

Morirà pochi mesi dopo, il 29 gennaio 1992. Se i suoi ultimi anni furono tormentati da problemi di salute (nel ’77, sofferente di diabete, subì l’amputazione di una gamba) trascorsero però in un relativo agio (figura di bluesman anche in questo insolita, fu sempre un accorto amministratore di se stesso) e furono ricchi di soddisfazioni. Nel 1984 coronerà il sogno di una vita costituendo, con il contributo di discepoli come Eric Clapton, Johnny Winter e George Thorogood, la Blues Heaven Foundation, un’associazione che offre assistenza economica agli studenti di musica che decidono di approfondire la conoscenza del blues, funge da fondo pensionistico per i vecchi musicisti e recupera cataloghi dimenticati ma di valore artistico significativo. Cinque anni dopo con “Hidden Charms”, suo ultimo album vero e proprio (il successivo “Ginger Ale Afternoon” una colonna sonora), si aggiudicherà un Grammy. Giusto premio, più che a un disco comunque gradevole, a una carriera straordinaria.

Ma torniamo al Dixon obiettore che uscito dal carcere formava, con Caston al piano e il chitarrista Bernardo Dennis (poi sostituito da Ollie Crawford), il Big Three Trio, la cui brillante unione di blues, swing e boogie otteneva nel 1948 un discreto successo su scala nazionale con due 78 giri per la Columbia, Ebony Rhapsody e You Sure Look Good To Me. La vera svolta giungerà tuttavia a gruppo ormai sciolto, nel 1951, quando il Nostro diventava il braccio destro di Leonard Chess e una sorta di factotum – autore di brani, turnista, arrangiatore, produttore – dell’omonima casa discografica. I due decenni successivi saranno un’ininterrotta Età dell’Oro.

Due sono i pilastri sui quali poggia la grandezza di Willie Dixon: la capacità di scrivere canzoni dall’appeal universale (non a caso decine di esse sono divenute degli standard) e nel contempo l’abilità di saperle tagliare su misura per uno specifico interprete. Capita così che brani composti per altri diventino puntualmente colonne portanti dei loro repertori perché ne sanno distillare l’essenza. Quando scrive pensando a Muddy Waters (il sodalizio in dodici battute più produttivo e rilevante di sempre), Dixon rende il suo blues (cito ancora Federighi) possente e sacrale. Ne risultano prodigi come Hoochie Coochie Man, I’m Ready, I Just Want To Make Love To You, The Same Thing. Quando compone per Howlin’ Wolf una patina livida ricopre una musica aspra, di primitiva selvatichezza: Down In The Bottom, Spoonful, Red Rooster, Back Door Man, Tail Dragger, I Ain’t Superstitious, Built For Comfort. Ma se è un interprete stiloso come Willie Mabon a beneficiare dei suoi servigi, Dixon sa zelighianamente cesellare un gioiello di stupefacente eleganza come 7th Son. Per l’Eddie Boyd di Third Degree diviene pacatamente drammatico, per il Little Walter di My Babe rasenta lo spiritual, per Little Brother Montgomery si fa struggentemente sentimentale con I Can’t Quit You Baby e My Love Will Never Die. Né furono solo coevi o vecchi modelli a presentare alla cassa assegni puntualmente onorati: nei tardi anni ’50 Otis Rush veniva lanciato nel firmamento del blues proprio da Dixon e nel 1966 Koko Taylor faceva furore con Wang Dang Doodle.

Nel frattempo, se negli Stati Uniti le fortune commerciali del genere andavano declinando in Gran Bretagna un’intera generazione cresceva nel culto dei maestri d’oltre Atlantico. Nell’intervista di Gavin Martin citata in precedenza, Dixon racconta che quando suonò a Londra nel 1959 andarono a trovarlo nei camerini alcuni ragazzini adoranti che da lì a qualche anno si sarebbero battezzati Rolling Stones. E nel loro primo LP i Led Zeppelin omaggiarono il Nostro con ben due cover, You Shook Me e I Can’t Quit You Baby. Con il secondo giocarono invece sporco scippando persino il titolo a Bring It On Home, posta in chiusura, e costruendo l’iniziale Whole Lotta Love, autentica pietra angolare di tutto l’hard’n’heavy a seguire, su You Need Love, una canzone registrata da Muddy Waters nel 1962 e scritta da Willie Dixon. Page e Plant eviteranno l’ignominia di una condanna per plagio accordandosi con i legali di Dixon prima di arrivare in giudizio.

Benché sia stato soprattutto autore per altri, il nostro eroe è titolare di un classico assoluto della musica del Diavolo: è quel “I Am The Blues” (intitolò allo stesso modo anche l’autobiografia) da cui questo articolo ha preso le mosse e in cui offre la sua versione di nove brani da lui composti ma portati al successo, per la maggior parte, da Muddy Waters o Howlin’ Wolf. Anche “Willie’s Blues”, suo debutto a 33 giri nel 1959, merita un’investigazione. Accreditato congiuntamente a Willie Dixon e Memphis Slim e registrato in poche ore a New York con dei turnisti è, con il suo blues ora countreggiante e ora spruzzato di jazz, un’ulteriore conferma della versatilità e del genio dixoniani. Versatilità e genio di cui offre più cospicua testimonianza il doppio “The Chess Box”: è il punto ideale da cui partire per qualunque discorso sul blues elettrico e sulla rilevanza che ha avuto nell’evoluzione della musica popolare di questo secolo.

Pubblicato per la prima volta su “Bassa Fedeltà”, n.6, marzo/aprile 1998. Ristampato in Scritti nell’anima, Tuttle Edizioni, 2007.

4 commenti

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4 risposte a “Cento di questi blues, signor Willie Dixon

  1. Francesco Manca

    A proposito di plagi di James Patrick Page, forse anche Jake Holmes autore di un brano dal titolo Dazed And Confused avrebbe qualcosa da dire in proposito…

    • marktherock

      beh, no, quello non è un plagio, direi che fu un vero e proprio “scippo” Jake Holmes si mostrò un vero signore d’altri tempi a non intentar causa. Gli resta la consolazione di aver fatto i bilioni grazie alle vendite del suo straordinario “The Above Ground Sound of…”…. Come dite, no? 😉

      • Giancarlo Turra

        Beh, qualche soldo con i jingle pubblicitari deve averlo fatto, credo… In special modo quello per l’esercito americano, con il suo “be all that you can be…” che Michael Stipe usava per introdurre “Orange Crush” dal vivo.

      • Francesco Manca

        Si, dicevo plagio ironicamente…

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