Wire – Wire (Pink Flag)

Wire - Wire

Il quattordicesimo album in studio degli Wire è il primo a chiamarsi “Wire”. Qualcuno ci ha visto l’indizio di un addio ma io non credo, per quanto sarebbe stupendamente Wire chiamare “Wire” l’ultimo album e non il primo. O anche fermarsi nel momento esatto in cui Matt Simms, il giovanotto della squadra (ed è una delle ragioni per le quali penso che questo lavoro non possa essere un congedo; un’altra è che i Nostri in passato un paio di volte si presero delle pause, ma fu quando sentivano di non avere nulla da dire e oggi non è così), comincia a integrarsi con Colin Newman, Graham Lewis e Robert Grey. Veterani di mille battaglie, le prime datate 1977. Non fosse che, per ragioni anagrafiche, i nostri (sessantenni o più) eroi non possono avere di fronte più di tot anni e dischi verrebbe da pensare che questo uscirsene con un album omonimo così avanti nella carriera stia casomai a marcare l’inizio di una nuova fase. A maggior ragione ricordando che il predecessore “Change Becomes Us” aveva riportato alla luce, nel 2013, schizzi del biennio ’79/’80 rifinendoli e completandoli. Era la prima volta che coloro che inventarono l’hardcore nell’anno del punk (e dunque assai prima che si cominciasse a parlare di hardcore), solo per venire poi etichettati sprezzantemente come “i nuovi Pink Floyd”, si volgevano all’indietro. Stiamo parlando di un gruppo che quando dopo un lungo iato si rimise insieme a fine ’80 era uso fare infuriare il pubblico dei concerti rifiutando di suonare i classici dell’era new wave. In loro luogo un’elettronica danzabile che per molti era abominio nella stessa misura in cui agli integralisti settantasettini erano parse deviazioni intollerabili certe aperture melodiche, certe fughe per tangenti psichedeliche. A un certo punto gli Wire risolveranno a modo loro il problema ingaggiando come gruppo spalla una cover band e delegando a quella l’esecuzione del repertorio storico, mentre loro continuavano a presentare quasi esclusivamente brani nuovi. È stata mai una platea insieme blandita e irrisa tanto ferocemente? Quando poi la verità è che se nessuno fa gli Wire come gli Wire è proprio perché gli Wire si rifiutano di (ri)fare gli Wire. Il loro viaggio prevede da sempre un’unica direzione: avanti. Allo stato attuale delle cose il nuovo disco rappresenta giusto una tappa.

Poi va da sé: la banda dei tre più uno (il più anziano dei fondatori, l’oggi sessantanovenne Bruce Gilbert, ha da lungi abbandonato la compagnia) resta in ogni sua uscita perfettamente riconoscibile: al di là del fatto che in così tanti l’abbiano imitata (magari passando pure all’incasso: ricordate le Elastica?); che certi suoi stilemi siano parte integrante del canone della moderna popular music. Un sacco di gruppi attuali altrimenti inimmaginabili. In tal senso, ecco, “Wire” è sorta di lectio magistralis che dimostra i maestri tuttora insuperabili. L’avessero pubblicato degli esordienti, un disco così sarebbe la sensazione (post-)rock del 2015. Resterà invece patrimonio in prevalenza di cultori di lungo corso. Tolti i primi tre, epocali album, non saprei esattamente dove collocarlo, in un ordine qualitativo, nella produzione successiva. Per certo resta sempre in un’altissima media, dall’iniziale Blogging, elastica e serrata, al tour de force conclusivo di una Harpooned tesa, allucinata, declamatoria. Passando per una sognante Shifting e una In Manchester da nascondere nel catalogo Factory, per il quasi pop di Joust & Jostle e un’ipnotica Swallow, per una Sleep-Walking dal passo adeguato al titolo e una Octopus viceversa turbinosa. Nessuno fa gli Wire meglio degli Wire.

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8 commenti

Archiviato in recensioni

8 risposte a “Wire – Wire (Pink Flag)

  1. Giancarlo Turra

    Applausi. Grazie di esistere. Wire e VMO.

    • marktherock

      perfetto, nulla da aggiungere al commento precedente (perciò “grazie di esistere” anche un po’ a GCT ;))

      • Giancarlo Turra

        ahaahha ma no.. comunque a Brescia siamo tutti in fibrillazione per il 31 luglio, quando gli Wire suoneranno. L’ultima volta che li ho visti erano devastanti.

  2. Venerato, in via teorica lo potremmo vedere tra i megliori album del 2015 ?

    • Non so. A poco più di metà anno già ci sono problemi di abbondanza per la tradizionale lista dei 15. Del resto una conferma di un trend già emerso chiaramente durante il 2014.

  3. Francesco Manca

    Se è tra i migliori del gruppo allora dovrebbe essere già tra i vertici del decennio…

  4. DaDa

    Ci si dimentica però troppo facilmente di Send, l’album della seconda reunion, a mio parere qualitativamente pari ai primi tre.

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