Quella terra era la sua terra: l’eredità di Woody Guthrie

Un segno del destino? L’uomo sulla cui chitarra c’era scritto che “questa macchina uccide i fascisti” nasceva un 14 di luglio. Di centotré anni fa.

Woody Guthrie

Non per modo di dire: basterebbe mettere in fila i nomi di quanti hanno registrato canzoni di Woody Guthrie per riempire queste due pagine. Ne sistemo un po’ in ordine alfabetico, mi limito ad artisti le cui generalità almeno non possono che essere familiari a ogni lettore (di cui presumibilmente ogni lettore ha qualche disco in casa) ed ecco: Alarm, Paul Anka, Joan Baez, The Band, Harry Belafonte, Billy Bragg, Byrds, Johnny Cash, Judy Collins, Concrete Blonde, Ry Cooder, Ani DiFranco, Dion, Lonnie Donegan, Donovan, Bob Dylan, Ramblin’ Jack Elliott, Nanci Griffith, Merle Haggard, Richie Havens, Hot Tuna, Indigo Girls, Waylon Jennings, Klezmatics, Alison Krauss, Little Feat, Lone Justice, Country Joe McDonald, Don McLean, John Mellencamp, Natalie Merchant, Van Morrison, New Riders Of The Purple Sage, Odetta, Dolly Parton, Tom Paxton, Peter, Paul & Mary, Linda Ronstadt, Tom Rush, Doug Sahm, Pete Seeger, Michelle Shocked, Bruce Springsteen, U2, Dave Van Ronk, Waterboys, Wilco, Jesse Colin Young. E si badi bene che ho tralasciato quasi tutti quelli che – magari a loro tempo famosi, magari in classifica con brani del Nostro – oggi non sono che materia per studiosi del folk. Impressionante, eh? Nondimeno il continuo attingere a un catalogo immenso (sia eternando una volta di più quella dozzina di capolavori entrati nel canzoniere mondiale oltre che statunitense, sia recuperando e spesso completando materiali che erano rimasti inediti) da parte di interpreti e musicisti anche assai distanti fra loro non rappresenta che una parte di un’eredità con la quale faremo i conti ancora a lungo. E dire che dalla morte di questo gigante della cultura popolare del Novecento sono passati quarantacinque anni, dall’ultima volta che entrò in uno studio di registrazione (uscendone peraltro a mani vuote perché la sua salute già si era deteriorata irrimediabilmente) quindici di più.

Personaggio straordinario e straordinariamente complesso, pure discutibile per tanti versi, carattere forte e difficile per quanto sia impossibile determinare in quale misura di certe asprezze e certi egoismi fosse responsabile la malattia che ne segnò la vita e troppo presto lo condusse all’invalidità, Woodrow Wilson Guthrie vedeva la luce in Oklahoma nel 1912. Anche nel luogo di nascita, uno degli Stati che verranno toccati più duramente da una Grande Depressione che avrà fra i suoi effetti più vistosi una seconda, biblica ondata migratoria verso Ovest, e nel nome che gli veniva imposto segni di un destino ineludibile: giacché il padre Charley Edward, lui stesso un politico locale di un certo peso, lo chiamava così in onore di quel Woodrow Wilson che un paio di settimane dopo veniva nominato candidato democratico alla presidenza degli USA e da lì ad alcuni mesi entrerà alla Casa Bianca. Orfano prima della maggiore età (la madre Nora stroncata da quello stesso – ereditario e raro – morbo di Huntington che porterà il nostro eroe alla demenza e alla tomba), Woody aveva a quel punto già un bel curriculum di studi disordinati, vagabondaggi, lavori dei più vari e irregolari. Si sposerà presto come d’altronde si usava allora e presto diventerà a sua volta genitore, senza però mai mettere – insomma – la testa a posto e della sua vicenda quello che più disturba l’osservatore è la leggerezza, l’indifferenza con la quale si lascerà alle spalle fidanzate, mogli e prole ogni volta che un’irrequietezza endemica lo indurrà a rimettersi in gioco, ad abbandonare una stabilità pur minima e magari fruttuosa, a saltare su un treno o una nave, destinazione non necessariamente nota e preferibilmente no. Eppure fu molto amato e qualcosa vorrà dire.

La stagione artistica di Woody Guthrie è racchiusa in un quindicennio appena. Le prime canzoni le scriveva nel 1932, il primo classico – So Long It’s Been Good To Know Yuh, meglio nota come Dusty Old Dust – nel ’35. All’apice della fioritura autoriale proprio quando l’industria discografica statunitense (in forza di una crisi economica alla quale quella attuale non è ancora sensatamente paragonabile) era praticamente ferma, Guthrie non verrà registrato per la prima volta – da Alan Lomax per la Library Of Congress – che nel marzo 1940 e non pubblicherà i primi dischi (per la RCA Victor) che nel luglio di quello stesso anno. La grande maggioranza di un lascito fonografico ciò nonostante corposo risale all’aprile ’44, quando in due settimane appena incideva qualcosa come centocinquanta canzoni, una semi-integrale del repertorio messo assieme in forma completa nell’arco di poco più di un decennio. Ma, dopo un ulteriore soprassalto di creatività che ci regalerà a cavallo fra il ’46 e il ’47 il Guthrie oggi meno considerato ma delizioso delle canzoni per bambini, già nel 1948 sarà tutto finito, Deportees piccolo grande congedo anticipo di storie attuali come non mai, siccome solo il testo è di Woody, la musica aggiunta a posteriori da Martin Hoffman.

Avendo un po’ paradossalmente avuto, grazie a trasmissioni radiofoniche presto ammantate di Leggenda e alle collaborazioni giornalistiche, momenti di rimarchevole popolarità ben prima di conoscere lo studio di registrazione, ancora più beffardamente Woody Guthrie vedrà fama e influenza (il folk revival iniziato da un concerto organizzato per raccogliere fondi per la sua famiglia) crescere esponenzialmente via via che stato fisico e mentale si deterioravano riducendolo a un patetico rudere. Misericordiosa la morte che lo coglieva cinquantacinquenne, in un mondo plasmato da tal Bob Dylan che a sua volta da Woody Guthrie si era fatto plasmare. Mitizzato (fra l’altro grazie a Bound For Glory, film del 1976 egualmente notevole e agiografico con un David Carradine superbo) e sostanzialmente incompreso, Woodrow Wilson Guthrie è da lungi figura iconica. Forse non ne sarebbe contento. Forse non apprezzerebbe l’ironia dell’essere diventata, This Land Is Your Land, un secondo inno americano quando era stata concepita come critica – durissima – del sistema capitalistico della proprietà. Sarebbe invece lieto del fatto che in tanti cantino le sue canzoni ignari di chi le scrisse: il più dolce degli approdi per un autore folk.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.695, giugno 2012.

2 commenti

Archiviato in anniversari, archivi

2 risposte a “Quella terra era la sua terra: l’eredità di Woody Guthrie

  1. Pingback: alcuni aneddoti dal futuro degli altri | 14.07.15 | alcuni aneddoti dal mio futuro

  2. Io l’ho scoperto cercando film sui treni. Strano a dirsi. Nel 1976 Hal Ashby ha diretto Questa terra è la mia terra (Bound for Glory), dove si racconta la sua storia.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...