When I’m 68 (per Roky Erickson)

He walked with the zombies. Ed è sopravvissuto, e spegne oggi sessantotto candeline. Celebro Roky Erickson recuperando una recensione di tre ancora recenti ristampe di suoi album pubblicati in origine fra il 1980 e il 1986.

Roky Erickson

L’uomo che scrisse You’re Gonna Miss Me quando non era che un ragazzo per troppo tempo è mancato alla musica e soprattutto a se stesso ed è un dispiacere che non ci lascerà mai. Per quanto temperato dal sollievo che colui che in tutti i sensi stava ai 13th Floor Elevators come Syd Barrett ai primi Pink Floyd non solo non abbia fatto la fine del secondo ma che, oltre che a una vita sufficientemente piena e serena, sia stato restituito pure al rock dall’operoso affetto di un fratello a sua volta celebre musicista, sebbene in tutt’altro (classico) ambito. Che abbia o meno un seguito, “True Love Cast Out All Evil” (davvero!) ha rappresentato nel 2010 uno dei ritorni alla ribalta più attesi e inattesi di sempre e resta uno dei dischi più intimamente commoventi di cui chi scrive abbia memoria. Al di là di una qualità dei materiali presentati che comunque c’è, eccome se c’è.

La prima rentrée ericksoniana era una storia di esattamente trent’anni prima e lietamente la si celebrava dalle nostre parti, ignorando dapprincipio che quello che sembrava un trionfo – il riemergere da un incubotico, abbondante decennio di peripezie assortite e salute mentale al meglio traballante – celava ampie zone d’ombra. Nuovi prolungati silenzi e un florilegio di piccole e grandi e vigliacche speculazioni (al Nostro non ne veniva un centesimo) provvederanno a renderlo evidente. Ci restano i dischi e, a sapersi orientare, è tanto. A cominciare da quello che usciva, nel 1980, in Gran Bretagna come “Roky Erickson & The Aliens”, doppiato l’anno seguente dall’americano “The Evil One”, entrambi i programmi di dieci titoli cadauno con però quattro in comune e ad aggiungere confusione a confusione provvederà nell’87 un’altra esclusiva per il Regno Unito, “I Think Of Demons”, su Edsel, stessa scaletta di “& The Aliens” integrata però da due titoli da “The Evil One”. Questa nuova e probabilmente definitiva riedizione su Light In The Attic recupera tutto quanto e lo trasforma alla buon’ora nel mezzo capolavoro che sarebbe potuto essere da subito, fra riff hard, rock’n’roll e de-evoluzioni di jingle jangle, ricetta che soltanto nell’86, mantendendone intatto un sentimento come orroroso, “Don’t Slander Me” addizionava con un bel tocco di blues elettrico e del power pop. Non indispensabile come i classicissimi archetipi di psichedelia dei 13th Floor Elevators, nondimeno caldamente consigliato. È invece soltanto per cultori accaniti “Gremlins Have Pictures”, sempre ’86 in origine e raffazzonato recuperando diversi brani già noti e inediti di non trascendentale spessore. Libretti esemplari ma un’unica bonus. C’era d’altronde da attenderselo, visto che gli ’80 non lasciarono alcuna pietra non sollevata.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.185, ottobre 2013.

3 commenti

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3 risposte a “When I’m 68 (per Roky Erickson)

  1. Grazie Venerato !
    Proprio in questi giorni sto riascoltando “True Love Cast Out All Evil” (fatto con i grandi Okkervil River) e pensavo di tempestarti di domande.

    • Giancarlo Turra

      a me piacque molto all’epoca. col permesso del VMO mi auto cito da Sentireascoltare… “Comodo apporre su Roky Erickson l’etichetta di “vittima dell’acido”, tanto quanto lo è sottolinearne lo status di leggenda vivente. E pure di icona – involontaria, ma tant’è – di un’epoca nella quale la musica la si viveva fino in fondo, nel bene e nel male. Non che, come con tanti altri, la droga non abbia avuto un peso rilevante in una vita sventurata. Però ci son stati i ricoveri in manicomio e c’è stato l’elettroshock; innanzitutto c’è stata l’incapacità da parte di una società ottusa ad accettare il diverso. E allora quanto colpa è degli eccessi e delle cattive frequentazioni e quanta di chi non capisce che il visionario nel baratro guarda anche per noi? Chiedetelo al Daniel Johnston evocato dalla commovente bassa fedeltà di Devotional Number One e God Is Everywhere, tracce che aprono e chiudono in modo circolare questo lavoro, prodotto da Will Sheff (gli Okkervil River eseguono fermi ma discreti) e allestito pescando canzoni negli archivi distillandone una seduta psicanalitica. Mai come in questo caso occorre prestare attenzione alle parole con cui quali l’uomo si racconta, aprendosi con un candore da lasciare ammirati a prescindere dall’esito strettamente musicale. Che è rilevante assai, tra i migliori della produzione solista del texano, fatti salvi un paio di numeri fiacchi verso la fine. Poco propensa, inoltre, al trascinante rock psichedelico cosparso di estatici bagliori cui il texano ci aveva abituato. Qui la dimensione è “confessionale”, perciò la musica aiuta a raccontare appoggiandosi al folk, al blues, al country-rock, al gospel. Alla tradizione da cui tutto discende e da dove Roky partì per le sue esplorazioni decenni fa. Radice robusta del capolavoro drammatico Please Judge (una richiesta di perdono in terza persona che finisce dalle parti del primo Micah P. Hinson) e della rabbrividente John Lawman, del profondo brano omonimo e di quella You Got The Silver trasfusa di mestizia che è Ain’t Blues Too Sad. Aspettavamo tutti del fragore sonico con i Black Angels, ma l’alieno ci ha fregati ancora. E poi il pazzo sarebbe lui.

  2. DaDa

    A mio parere Roki era l’anima garage rock dei 13th Floor Elevators, alla quale musica forniva quella robustezza ai voli pindarici di Hall e Sutherland. La sua produzione solista sembra comprovare questo. Il paragone con Barrett può reggere solo per l’epoca e per le conseguenze degli abusi chimici. Laddove il cappellaio di Cambridge era più “cosmico” e fiabesco, il texano era più legato al rock’n’roll ed alla tradizione ( nera e non). Enormi tutti e due comunque.

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