L’inverosimile 1969 dei Creedence Clearwater Revival

Creedence Clearwater Revival

A raccontarlo il 1969 dei Creedence Clearwater Revival sembra inverosimile e nondimeno carta di “Billboard” canta: tre numeri due e un numero tre nella classifica USA dei 45 giri, un numero uno, un tre e un sette in quella degli LP. Sin dal titolo “Bayou Country” è il disco in cui prende forma il paese leggendario che il leader John Forgerty aveva cominciato a immaginarsi da bambino, prima cantando le canzoni di quei cantanti neri che ascoltava alla radio, poi imparando a suonarle alla chitarra. Non è California ma Louisiana. Non sono spiagge popolate da bellimbusti bianchi con una tavola da surf sottobraccio ma acquitrini infestati da alligatori e a cui margini vive la gente più meticcia – e fra la più povera – che esista. In senso più esteso, è comunque Sud. È campagna e non città e quand’anche è città la abita gente scappata dalla campagna per fuggirne la miseria, ma che della campagna ha nostalgia. Qui il Novecento dove è arrivato, e non dappertutto è arrivato, ha prolungato la Grande Depressione fino ai primi anni ’50. Qui è come se Charley Patton e Ray Charles fossero la stessa persona.  Born On The Bayou apre l’album con l’agro orgoglio di un inno da perdenti. È il primo brano a consegnare i Creedence all’immortalità. Per ascoltare il secondo basta girare il disco e fare cadere la puntina sul primo solco di Proud Mary. Quel che si dice un classico istantaneo: prima ancora che il 1969 finisca, Dylan ne tesserà le lodi, Elvis prenderà a cantarla dal vivo e Solomon Burke ne offrirà una superba lettura in studio, imitato da lì a due anni da Ike & Tina Turner, cui frutterà un successo da Top 5 e un Grammy. La rifaranno gli Amen Corner e i Ducks Deluxe, Tom e George Jones e Junior Walker, i Leningrad Cowboys e Wilson Pickett, Johnny Otis, gli Ohio Players e gli Status Quo. Non vi è gruppo country-rock che non l’abbia avuta in repertorio e – dimostrazione eclatante della capacità del minore (ma maggiore)  dei Fogerty di mettere in comunicazione universi distantissimi – se ne sono ascoltate quasi altrettante versioni errebì e funk (e persino jazz e lounge). E per trovare nella cultura americana un’immagine al pari potente, carica di concretezza e simbolismi, del battello a ruote che scende lungo il Mississippi, a bordo un uomo che ha “lasciato un buon lavoro in città” per una vita di vagabondaggi sul fiume, non è alla musica che ci si deve rivolgere ma alla letteratura: a Mark Twain. Il contorno potrebbe accontentarsi di essere per l’appunto contorno e invece no: Bootleg è funky e fango, Graveyard Train convoca spettri a cantare Spoonful, Good Golly Miss Molly sequestra Little Richard in garage e butta la chiave, Penthouse Paper è un blues che non si arrende alla malasorte e assalta il cielo a pugno chiuso. Chiude la chilometrica Keep On Chooglin’: Canned Heat e Ten Years After una simile epicità la inseguiranno sempre, senza raggiungerla forse mai.

Se “Bayou Country” promuove i Creedence Clearwater Revival alla nobiltà del rock a stelle e strisce sarà “Green River” a farli re. Se “Bayou Country” regala due classici assoluti “Green River” ne offre tre e sono la sferragliante title track, l’esplicativa e struggente Wrote A Song For Everyone e il licantropo presagio di morte di Bad Moon Rising. Se Tombstone Shadow inventa i Gun Club, The Night Time Is The Right Time salda i debiti con Ray Charles. Se Commotion caracolla spavalda con urgenza squisitamente rock’n’roll, Lodi è un’iperrealistica fantasia country di viali del tramonto da percorrere restando fermi. Se Cross-Tie Walker si azzarda giubilante, di Sinister Purpose dice già quasi tutto il titolo. Chiarendo definitivamente, a chi fosse sfuggito, che nella terra dei Creedence quand’anche qualcosa sembra idillio nel petto gli batte un cuore di tenebra. Assunto che nell’assieme “Willy And The Poor Boys”, che è considerato il capolavoro della banda Fogerty da più o meno tutti quelli che non incoronano “Cosmo’s Factory”, parrebbe smentire già dalla saltellante e solare Down On The Corner. Una festa l’incalzare di It Came Out Of The Sky, una delizia rurale Cotton Fields (un prestito da Leadbelly) e così un ilare Poor Boy Shuffle che sfuma in una felpata e sinuosa, e in contrasto con quanto promette il titolo, Feelin’ Blue. Sorridenti? Rilassati? Cambiate lato e Fortunate Son lo cancellerà quel sorriso. Non basteranno a restituirvelo, prima del dolente congedo di Effigy, il beat spigliato di Don’t Look Now, l’omaggio diretto a Charley Patton di The Midnight Special e quello indiretto a Booker T & The MGs di Side O’ The Road. Con Fortunate Son l’attualità fa irruzione nell’atemporalità creedenciana e nel 1969 l’attualità nel Big Country si chiama Vietnam. Cantando l’ira impotente del ragazzo di umili natali che deve partire per il fronte mentre i coetanei ricchi possono agevolmente dribblare la leva, John Fogerty consegna agli annali una delle canzoni definitive (ne scriverà altre due: Run Through The Jungle e Who’ll Stop The Rain) su quella tragedia in particolare e, più in generale, sulla follia della cattiva politica e l’insensatezza della guerra.

Annata trionfale per i Creedence Clearwater Revival il 1969, senza pari nella storia del rock se si tengono da conto sia qualità che quantità, vendite e traguardi artistici. Non la sciupa lo scivolone di Woodstock, con il gruppo prima usato a mo’ di specchietto per le allodole per riempire il cartellone e poi costretto dal dilettantismo dell’organizzazione a esibirsi in piena notte. Suonano per mezzo milione di persone strafatte e/o dormienti e John Fogerty si prenderà un’autolesionistica rivalsa tenendo fuori la performance sia dai due live che dal film. Con il bel risultato che oggi fra gli appassionati i più manco lo sanno che alla famosa/famigerata “tre giorni di pace, amore e musica” non solo i CCR c’erano, ma erano una delle attrazioni principali. L’anno dopo “Cosmo’s Factory” non si limiterà a confermare lo stato di grazia, che già sarebbe stata cosa enorme, ma compirà un ulteriore scatto in avanti, sinossi non solo delle puntate precedenti della fulminea saga inaugurata nel luglio 1968 da “Creedence Clearwater Revival” quanto di tutto o quasi l’accaduto nel rock’n’roll da That’s Alright Mama in poi. Non posso pensare che ci sia un solo lettore che non l’abbia in casa, ma spero che gli accompagni i tre album su cui mi sono soffermato questo mese: freschissimi di ristampa per i tipi della stessa casa che li editò al tempo, la Fantasy, e disponibili a un prezzo popolare per la media odierna del mercato del vinile, intorno ai venti euro cadauno.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.362, aprile 2015.

4 commenti

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4 risposte a “L’inverosimile 1969 dei Creedence Clearwater Revival

  1. giampiero

    Possiedo le ristampe dei primi cinque C.C.R. Fantasy degli ’80 credo, suonanti discretamente, per me sono Sacri.

  2. paolo

    Eccellente lettura di uno dei miei gruppi preferiti da sempre. Mi permetto solo di far notare al Venerato Maestro (che seguo con grande piacere dai primi ’80) che il maggiore dei Fogerty era Tom. 🙂

    • Ma sai che sono pressoché sicuro che quando ho scritto “il maggiore dei Fogerty” lo intendessi come “quello più dotato artisticamente”? Resta il fatto che la frase si presta certamente all’equivoco, indi per cui procedo a correggerla. Grazie per l’osservazione.

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