Quel gaglioffo di Jah Wobble

Jah Wobble

È uno degli aneddoti più spassosi in cui ci si può imbattere sfogliando la Grande Storia del Rock e dunque viene ripetuto spesso: Lemmy Kilmister venne allontanato dagli Hawkwind (bel colpo di fortuna per lui e per noi, siccome se no ci saremmo persi i Motörhead) perché si drogava troppo. Che è come dire che il Papa è stato espulso da Santa Madre Chiesa per eccesso di cattolicesimo. Ma sentite questa che è persino meglio: John Wardle sarebbe potuto essere uno dei Sex Pistols, ma non lo vollero perché per teppismo e maleducazione superava tutti gli altri. State già ridendo? Forse non avete ancora realizzato che… gli preferirono Sid Vicious! A proposito del Vizioso e sciocco Sid: fu lui involontariamente a ribattezzare l’amico con il nome d’arte con il quale è noto da allora. Ubriaco fradicio, a una festa lo presentava con voce impastata agli astanti e veniva fuori un Jah Wobble immediatamente ed entusiasticamente adottato da un ragazzo che era cresciuto a Led Zeppelin, Can e Radio Cairo, ma in prevalenza a reggae. Agiografia racconta pure che, preso in mano lo strumento maltrattato dall’inetto compagno di bagordi, il nostro eroe si sentiva traversare come da una corrente mistica e decideva che il basso elettrico sarebbe diventato la sua vita. Se ne ricorderà Johnny “non più Rotten” Lydon quando, formati i Public Image Ltd, gli servirà un bassista. Si stenta a crederlo, ma pare che la micidiale linea discendente, alla quale si agganciano una chitarra ancora punkissima e una voce stridula che declina quintessenza di innodia, nella canzone omonima del nuovo gruppo sia stata la prima mai suonata da Jah Wobble. Quasi quasi mi pento di avere scritto una volta, o anche due, che costui non è un genio. Ripensandoci, sbagliavo.

Gaglioffo di fenomenale simpatia il Nostro, che ineffabilmente adopera la prima riga e mezza del librettino autografo che accompagna “I Could Have Been A Contender”, box di tre CD appena spedito nei negozi dalla Trojan, per informarci che “ho quarantacinque anni ma sono tuttora un uomo bellissimo”. E prosegue ragionando che era dunque il momento giusto per pubblicare un cofanetto antologico, perché così le foto pubblicitarie a corredo avrebbero ancora effigiato un individuo di giovanile e piacevole aspetto, mentre a farlo uscire fra un po’ di anni le relative immagini avrebbero creato un contrasto fra un vecchio decrepito e della musica meravigliosa, e ciò avrebbe potuto confondere la gente. Giuro. Scrive proprio così e sarebbe una buona, paradossale ragione per consigliarvi questa raccolta, sontuosa per minutaggio (tre ore e tre quarti) e invitante per l’abbordabilissimo prezzo, non ce ne fossero tanti altri di motivi. Il primo: il migliore bassista prodotto dalla generazione del punk. Sviluppato in fretta (già all’altezza del “Metal Box” risultava perfettamente formato) uno stile inconfondibile per la capacità di suonare più linee contemporaneamente, incrociandole e risultando insieme astruso e immediato, cerebrale e viscerale (come da lezione del dub), lo ha poi applicato a una congerie di generi e situazioni di ampiezza rara. Il secondo: giacché oggettivamente produce in quantità esagerata, e non ciascuna ciambella gli viene con il buco, una corposa raccolta è l’ideale per approcciarlo. Se appieno soddisfatti, potrete al limite accostargliene un’altra, la singola 30 Hertz Collection di quattro anni or sono (c’è un’unica sovrapposizione). Mentre già dovreste avere in casa – spero per voi – i primi due album in studio dei P.I.L., i soli che videro in squadra Jah Wobble prima che le strade sue e di Lydon acrimoniosamente si separassero.

“I Could Have Been A Contender” (una citazione del Marlon Brando di Fronte del porto) prende da “First Issue” la già nominata Public Image e dal “Metal Box” il paranoico salmodiare di Poptones e la ghiacciata (la chitarra un maelstrom, il marziale basso un’ossessione) Swan Lake (Death Disco). Scelte apprezzabili ancorché legate al gusto del compilatore, visto che tutto sarebbe stato estraibile da un capolavoro, uno degli assoluti classici della new wave, in cui si intrecciano dub e krautrock, Captain Beefheart e house prima della house. I P.I.L. non saranno più i P.I.L. dopo la defezione di Wobble né, osservando la faccenda dalla prospettiva opposta, il nostro uomo toccherà più vertici sì vertiginosi. Il che comunque non toglie che parecchio di rimarchevole abbia licenziato in una carriera solistica divisa in due tronconi, intervallati da un lungo iato trascorso dando battaglia all’alcolismo e guadagnandosi da vivere nelle maniere più improbabili per una quasi rockstar: tassista, bigliettaio della metropolitana londinese. Il box Trojan disdegna l’ordine cronologico ed è ad esempio sul secondo dischetto che si incoccia nell’ululante Betrayal Dub che fu la sua prima sortita in proprio e, a ruota, nel primo frutto dell’incontro con l’anima gemella Holger Czukay, la tastieristica e circolare How Much Are They. Mentre sta sul disco uno, e sorprendentemente seminascosta, quella Visions Of You che, felicissimo clash di funk, pop e raga graziato da una divina Sinead O’Connor, nel 1991 fece sfiorare al Nostro (attimo fuggente) la fama vera. C’è di tutto in “I Could Have Been A Contender”, da musiche etniche frequentate da molto prima che la voga prendesse piede al più persuasivo Brian Eno degli ultimi tre lustri, da ipotesi di contemporanea redenta d’ogni presunzione accademica a requiem e cinematiche cavalcate. A paradigma eleggerei il quarto d’ora di una Gone To Croatan di suggestioni indicibili. Danno una mano (e non sono che due degli altisonanti nomi di una sfilata di ospiti da paura) un jazzista eretico quale Pharoah Sanders e Sua Funkitudine Bernie Worrell. E insomma certo punk non è morto, è solo cresciuto.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.596, 19 ottobre 2004.

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