Una piccola elegia per David Blue

David Blue - David Blue

Chi l’ha detto che far jogging fa bene alla salute? David Blue o Cohen che dir si voglia (lui stesso non seppe mai decidersi definitivamente fra cognome d’arte e carta d’identità) moriva correndo in Washington Square, New York, il 2 dicembre 1982. Siccome era uscito senza documenti rimase a lungo in obitorio prima di venire identificato e sepolto: fine prematura (aveva quarantun’anni) e involontariamente paradigmatica per un uomo che mai ebbe riconoscimenti adeguati al suo valore in entrambe le carriere intraprese, quella di attore e quella di cantautore. Un bellissimo perdente, un eterno piazzato, un testimone di eventi epocali (in una stanza con Bob Dylan a strimpellare l’acustica, mentre il Vate vergava il testo di Blowing In The Wind), uno dalle amicizie illustri (si mormora che è a lui che Joni Mitchell dedicò il capolavoro “Blue”; modestamente, Mr. Cohen smentì sempre), uno che colse l’unico successo con una sua canzone interpretata da altri (Outlaw Man, in “Desperado” degli Eagles). Da tempo dimenticato da tutti fuorché dai conoscitori meno superficiali dell’era del Village, David Blue torna infine nei negozi di dischi grazie alla serie di ristampe due-album-su-un-CD lanciata nelle ultime settimane dalla Elektra. Dacché gli fanno compagnia nomi come Tim Buckley e l’appena scomparso Fred Neil, Phil Ochs e la Butterfield Blues Band, nulla di più facile che una volta di più passi inosservato. Siate saggi: non accodatevi al resto del mondo, regalatevi la scoperta di un grande talento.

Messa in coda all’omonimo debutto adulto datato 1966, “Singer Songwriter Project” è una raccolta dell’anno prima cui concorsero, con David-non-ancora-Blue, Richard Farina, Patrick Sky e Bruce Murdock. Rigorosamente acustica e poco più che una curiosità d’epoca, ove l’elettrico “David Blue” è una gemma che brilla di luce di un niente meno abbagliante della al tempo appena completata trilogia di Zimmie “Bringing It All Back Home”/”Highway 61 Revisited”/”Blonde On Blonde”. Sono dodici canzoni (st)ruggenti e poetiche, ispide e insieme tenerissime, dolci e agre, tecnicamente talvolta difettose (la voce spesso poco intonata) ma di una convinzione e una densità emotiva tali che le imperfezioni finiscono per sembrare volute, parte integrante di una magia di folk-rock dylan-byrdsiano. Un’ingiustizia ulteriore citare una piuttosto che un’altra. Vi bisbiglio tuttavia in un orecchio, resti fra me e voi, di provare ad ascoltare la prima, The Gasman Won’t Buy Your Love. Improvvisamente molte delle produzioni odierne vi appariranno per ciò che sono: insignificanti carabattole.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.463, 20 novembre 2001.

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1 Commento

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Una risposta a “Una piccola elegia per David Blue

  1. marktherock

    Commozione. Vera. Tornare indietro ai verd’anni (quando un articolo – per inciso, fantastico – su Velvet mi fece conoscere quel nome mai intercettato prima, quello e, vado a memoria, Dave Van Ronk…) Evviva per i fortunati che potranno godere di simili epifanie

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