La ballata dei Mott The Hoople

The Ballad Of Mott The Hoople

C’è un po’ di Italia in questa ballata. Ignorato in Gran Bretagna, dove peraltro e non si sa bene per quale motivo si esibisce come Shakedown Sound, il Doc Thomas Group nel 1966 trova giusto nel Bel Paese ingaggi per concerti e persino una casa discografica, con conseguente uscita nel gennaio dell’anno dopo di un LP su Interrecord. Niente di che, trattasi di una collezione di cover, perlopiù di soul ed eseguite in stile mod, che non mette precisamente a ferro e fuoco le classifiche, ma i ragazzi rimediano almeno un passaggio televisivo e quelle immagini in bianco e nero da Rai Uno sono le seconde più curiose a vedersi in un DVD di centouno minuti netti, senza extra. Essendo le prime quelle della vittoria contro il Newcastle in Coppa d’Inghilterra, datata ’72, della squadra della cittadina, Hereford, dalla quale provenivano quattro quinti della formazione originale dei Mott The Hoople: unico trionfo in una storia iniziata nel 1924 e consumatasi quasi per intero nelle categorie più infime, dalla terza divisione in giù, del calcio inglese. In quello stesso magico e irripetibile 1972 i nostri eroi sfioravano i Top 20 UK con l’album “All The Young Dudes” e andavano al numero tre nella classifica dei singoli con la canzone che all’album dava il titolo. Fine di un principio e principio di una fine. La band otterrà con alcune delle uscite successive riscontri commerciali anche migliori, ma prendeva a perdere pezzi e con essi identità e nel giro di un altro paio di anni tutto sarà – sostanzialmente – finito.

Era cominciato con il solito annuncio sul “Melody Maker” (“Cercasi cantante. Deve essere attento all’immagine e affamato”), pubblicato nel 1969 da un Guy Stevens entusiasta a sufficienza del gruppo da farlo mettere – previo cambio di nome: da Shakedown Sound il quintetto si era già ribattezzato Silence e diveniva adesso Mott The Hoople – sotto contratto della Island, ma per niente persuaso da Stan Tippins. Spostato costui a road manager, con l’arrivo di Ian Hunter ogni tesserina andava al posto giusto. O quasi. A fronte di una campagna concertistica pressoché ininterrotta, e davanti a platee sempre più numerose ed entusiaste, le vendite dei dischi erano invero modeste e a riascoltarli oggi non si comprende proprio perché: di assoluto pregio tre dei primi quattro 33 giri della band, essendo l’eccezione in negativo “Mad Shadows” e poco meno che un capolavoro un omonimo esordio descrivibile all’incirca come il Bob Dylan di “Blonde On Blonde” girato hard. Proprio un attimo prima che i protagonisti di questa vicenda si rassegnassero allo scorrere dei titoli di coda, giungeva in soccorso un fan illustre e alla moda quale David Bowie e più che un secondo tempo iniziava un altro film, memorabilissimo attacco una All The Young Dudes che costui regalava ai Mott e già abbiamo visto come andava. La strada per la gloria sarà però subito punteggiata da separazioni, primo a lasciare l’organista Verden Allen, e già sarebbe stata una defezione grave, ma quando a dimettersi era il chitarrista Mick Ralphs sarebbe dovuto apparire chiaro che i Mott The Hoople non esistevano più. Questa loro versione glam sempre più eccessiva tirava invece avanti ancora un po’ e, previo accorciamento della ragione sociale, addirittura sopravviverà all’esaurimento nervoso che metteva fuori gioco il cantante e lo indurrà a optare per una carriera solistica più defilata. Il racconto – corale, tutti i protagonisti per fortuna ancora fra noi a parte quel genio disperato di Guy Stevens, e a fare loro da controcanto cultori appassionati quali Kris Needs, Roger Taylor dei Queen e Mick Jones dei Clash – si ferma prima. Salvo mostrare qualche immagine dalla manciata di concerti che nel 2009 ha rivisto assieme i magnifici cinque originali, molto applauditi e per niente patetici come sarebbero facilmente potuti risultare. Sia chiaro: a patto che resti unica una rimpatriata giustificata da Hunter con un “ero solo curioso di vedere come ce la saremmo cavata”.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.38, estate 2012.

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2 commenti

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2 risposte a “La ballata dei Mott The Hoople

  1. Gruppo abbastanza sottovalutato, specialmente da noi, dove il glam inglese non ha mai fatto presa. Ma senz’altro meritavano qualcosa di più. Grazie di questo recupero.

    • marktherock

      E, sommessamente, suggerirei di non omettere lo straordinario “Mott” del 1973. Dagli accordi ribattuti di piano di “All the way from Memphis” fino allo struggimento guidato dai mandolini di “I wish I was your mother”, questo è forse (ma forse) il miglior disco dei Mott the Hoople. E se Mick Jones decise di mollare tutto per seguirli in lungo e largo per la Britannia, qualcosa avrá pur voluto dire…

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